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ALBERTO AMATUCCI CAMPIONE

ALBERTO AMATUCCI CAMPIONE

di Rino Mele

Perché questo titolo, “campione”? Con questa mitica lucente parola, mio figlio Jacopo ha reagito con dolore, quando gli ho telefonato la notizia della morte di Alberto Amatucci. Nel 2005, Jacopo era un ragazzino di dodici anni, con una biciclettina da corsa, Amatucci, preside della facoltà di Giurisprudenza, aveva una fiammante leggera bicicletta da competizione e Tonino Staiano, divorato dalla passione del ciclismo, era il terzo del gruppo: i tre (solo all’apparenza disomogenei) correvano, con appuntamenti costanti, per i tornanti della Costiera, condividendo il vento, la velocità e il senso profondo della vita espressa nella gioia di correre: era sbalorditivo come, così diversi tra loro, fossero profondamente uniti dal lucente piacere di sopravanzarsi, staccarsi in salita, raggiungersi, tuffarsi nel silenzio improvviso delle discese della felice Costiera. È, questa, l’immagine più nobile e creativa di Alberto: uscendo dall’Università si liberava da toghe e panni paludati e viveva le contraddizioni e le attese meravigliate degli uomini, come solo i migliori sanno fare. Professore ordinario di Diritto Commerciale non si era lasciato ingessare dalla patologia cronica dei docenti, così frequente, che è l’accademismo: quel greve stare sempre dentro il profilo che non ci appartiene, e di cui – con l’astuzia delle volpi impagliate – ci serviamo per inseguire ansiose dimensioni d’inutile potere. Ebbene, Alberto coltissimo cercava il valore dove davvero fosse e non nei luoghi in cui per simulazione appariva: è stato un uomo eccezionale. Quando alcuni anni fa, 2006-2009, curai per “Cronache”, per più di tre anni, un prezioso inserto settimanale dal nome profondo e suggestivo nei diversi significati che possiede, “Vanità”, lui divenne una firma entusiasta e sempre presente (voglio ricordare qualche altro amico che allora scriveva su quelle pagine: Renato Aymone, Fausto Martino, Adriana Granata, Gerardo Malangone, Alfonso Amendola). Era, Alberto Amatucci, profondamente attratto dal sapere, dal valore del pensiero, e della luminosità logica più stringente, in qualsiasi forma si esprimesse, sempre cercando di non farsi chiudere in asfittiche strette gabbie ideologiche, preconcetti, aporie: sempre inseguendo la bellezza e l’armonia del pensiero. Amava la filosofia: da quella greca era affascinato: un giorno mi parlò di un libro del filosofo Giovanni Reale: con entusiasmo, come preso da un incantamento, ripercorse brani del libro, accennando a deliziose interpretazioni nel fascino di quelle parole. Dieci anni fa, tenemmo all’Università uno splendido dialogo, che durò due giorni: Francesco Mancuso professore di Filosofia del Diritto (che magnificamente ci ospitò nell’Aula Verde del suo Dipartimento), Alberto Amatucci e io: il 23 e 24 maggio 2016, stemmo così bene, ripercorremmo la drammaturgi antica, il teatro di Sofocle, la troppo difficile specularità (a volte tragica) tra il corpo e la Legge. L’argomento di quel Laboratorio Didattico era Creonte (e Antigone): tra noi tre si stabilì una tensione di seducenti, diverse prospettive culturali, tese verso un punto in cui riconoscemmo subito, ognuno nelle pensose parole degli altri due, la luce della logica e l’arsa voce della poesia. /le due fotografie, scattate da Francesco Mancuso, sono relative al Laboratorio Didattico su re Creonte e Antigone, di maggio 2016/