A lanciare l’allarme è il professor Giovanni Vennarecci: In Campania scarseggiano le donazioni di organi: pancreas e fegato - Le Cronache
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A lanciare l’allarme è il professor Giovanni Vennarecci: In Campania scarseggiano le donazioni di organi: pancreas e fegato

A lanciare l’allarme è il professor Giovanni Vennarecci: In Campania scarseggiano le donazioni di organi: pancreas e fegato

Di Marco Visconti
In Campania scarseggiano le donazioni di organi: pancreas e fegato, a lanciare l’allarme è il professor Giovanni Vennarecci che, dal 2019, lavora alla divisione di Chirurgia epatobiliare e trapianti di fegato dell’azienda sanitaria «Antonio Cardarelli» di Napoli. Vennarecci da molto tempo si occupa di chirurgia del fegato e dei trapianti d’organo, ha lavorato a Roma, in Inghilterra, negli Usa, poi è ritornato in Italia, a Napoli. «Sono stato operatore dal professore e dai suoi collaboratori, sono stati straordinari» a spiegarlo è l’ex paziente Vincenzo Mancuso, segretario della Fisi sport formazione e università, che è stato operato alcuni anni fa alla duodenocefalopancreasectomia, la complessa operazione è stata gestita dal professor Vennarecci. In questi 5 anni di operatività a Napoli, il professor Vennarecci e i suoi colleghi hanno fatto oltre 200 trapianti. In questa intervista il professore spiega quali sono i gap per le donazioni, come si potrebbe invertire la tendenza e perché è importante donare gli organi.
Il reparto di trapianti del «Cardarelli» è punto di riferimento per la regione Campania?
«È uno dei più grandi ospedali di Italia con circa mille posti letto. Il reparto dei trapianti è punto di riferimento per tutta la regione, ma anche per la chirurgia epatica e del pancreas. Il Cardarelli ha una capacità attrattiva verso le regioni limitrofe. Infatti in lista di attesta abbiamo pazienti lucani, molisani, abruzzesi, laziali, calabresi etc.. Attualmente collaboriamo anche col «Ruggi d’Aragona» e l’Unisa di Salerno. Nel 2019, quando sono arrivato, c’erano 20 pazienti in lista a Napoli, ma c’erano 80 pazienti in lista provenienti dall’Italia; adesso ci sono 60 pazienti a Napoli e 45 fuori, abbiamo invertito la tendenza, nel nostro piccolo abbiamo diminuito questa migrazione sanitaria con degli investimenti piccoli. Tuttavia ora abbiamo tanti pazienti in attesa e ci sono pochi organi e contestualmente pochi donatori. Nel 2023 abbiamo avuto 8 donazioni per milione di abitanti, mentre la regione Lazio, che ha più o meno la stessa quantità di abitanti, ne fa 23 di donazioni per milione di abitanti.
Secondo lei perché c’è questo gap di donazione in Campania?
«Dipende dall’organizzazione sanitaria regionale. La Toscana ha 4milioni di abitanti, ha 45 donazioni per milione di abitanti. Il Veneto ha 50 donatori per milione di abitanti. La Campania ha un tasso di donazione inferiore a quello della Puglia, Sicilia e Sardegna. Per cui non va affatto bene questo dato, bisogna invertirlo».
Come si potrebbe invertire?
«Bisognerebbe rafforzare i coordinamenti ospedalieri, che sono previsti dalla normativa italiana. Ogni ospedale dovrebbe avere un coordinatore locale che identifica i pazienti di morte cerebrale, poi inizia il percorso della donazione. Ovviamente, il percorso della donazione è complicato, per esempio, una persona ha una emorragia cerebrale in un paese, gli addetti ai lavori lo soccorrono e lo portano al pronto soccorso di territorio, qui fanno la tac e capiscono che è emorragia cerebrale, poi non c’è il coordinatore locale che identifica questa persona di morta cerebrale. In molte regioni: Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Marche hanno maggiori tassi di donazione perché fanno un maggior numero di accertamenti di morte cerebrale».
C’è una forma di opposizione in Campania nel donare gli organi?
«Esiste un alto tasso di opposizione alla donazione, più alto che in altre regioni. Nella regione Campania nel 2023 è stata intorno al 46% mentre la media nazionale è del 35%. Per cui bisogna anche lavorare nel migliorare questo tasso di opposizione».
Perché è importante donare gli organi?
«Perché con la donazione è possibile fare trapianti di organi, dunque si fanno interventi salvavita. I pazienti che noi trapiantiamo hanno un’aspettativa di vita di pochi giorni o mesi, con il trapianto, che hanno tassi di successo intorno al 90%, vengono restituiti integralmente alla vita, alla società civile, alla famiglia, il paziente trapiantato ritorna a vivere. Questa vicenda riguarda tutta la società civile, riguarda i cittadini, i quali, attraverso una campagna di informazione tramite il Comune e i media, devono essere adeguatamente sensibilizzati in maniera periodica e continua a vari livelli: scuola, ambiente lavorativo, università etc.. Inoltre le istituzioni regionali e le aziende sanitarie devono infondere, in questo percorso della donazioni, delle risorse umane e materiali per aumentare il numero di accertamenti e aumentare il numero delle donazioni. Esistono già dei modelli strutturati dal Centro nazionale trapianti o da altre nazioni come in Spagna che ha più alti tassi di donazione in Europa, è sufficiente prendere questi modelli e incorporarli nelle nostre aziende sanitarie. Il Centro nazionale trapianti e quello regionale trapianti della Regione Campania, guidata dal professor Antonio Corcione, già fanno tanto in tal senso».
Cosa spinge il donatore a donare gli organi?
«Il fatto di donare è come se fosse una responsabilità civile. Noi sappiamo che, donando gli organi, possiamo curare pazienti con patologie terminali d’organo che non avrebbero altre possibilità di cura. Per cui è un gesto altissimo, oltre che d’amore e solidarietà, è un senso civile di responsabilità da parte dell’individuo stesso».
Quanti italiani vivono grazie ai trapianti di fegato?
«Oltre 1600 italiani. Siamo all’avanguardia in Italia e nel mondo per il numero di trapianti. I chirurghi italiani sono bravi».

1 Commento

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