di Angelo Parisi
Ci sono notizie di cronaca di fronte alle quali la penna trema e le parole sembrano non bastare mai. La vicenda della piccola Beatrice, la bimba di appena due anni morta a Bordighera dopo mesi di esposizione continua e prolungata a sostanze stupefacenti, non è soltanto un fatto giudiziario agghiacciante: è una ferita aperta nel cuore della nostra società, un dramma che ci impone un’analisi profonda e priva di alibi.
I risultati delle perizie tossicologiche ci restituiscono una realtà da incubo. Non si è trattato di un fatale incidente momentaneo, ma di una quotidianità fatta di degrado, sostanze letali lasciate alla portata di una creatura e un contesto di violenza taciuta, oggi confermata anche dalle drammatiche testimonianze delle sorelline maggiori.
Di fronte a un’immane tragedia come questa, la prima reazione d’impatto è la rabbia, unita al logico e doveroso lavoro della giustizia verso chi aveva il compito primario di proteggere e nutrire quella vita. Ma da padre, poi da cittadino ed infine da giornalisti, abbiamo l’obbligo morale di guardare oltre il recinto delle responsabilità individuali. Dobbiamo chiederci: com’è possibile che nel 2026 una bambina possa consumare la propria infanzia — fino a perderla — nel totale isolamento, senza che nessuno si accorga di nulla?
È qui che il dramma individuale si trasforma in un fallimento collettivo. Una tragedia del genere interpella direttamente la rete di protezione sociale che dovrebbe avvolgere e tutelare le fragilità dei più piccoli: dai servizi sociali al presidio sanitario del territorio, fino alla comunità vicinale. Troppo spesso la paura di “immischiarsi”, il rispetto malinteso della sfera privata o la semplice disattenzione ci trasformano in spettatori muti di situazioni di grave sofferenza.
Non possiamo permetterci il lusso di voltare la testa dall’altra parte. Quando la droga e la marginalità entrano nelle case soffocando i diritti fondamentali dell’infanzia, non siamo di fronte a una libera scelta di vita degli adulti, ma a una violenza sistematica contro chi non ha voce per gridare aiuto.
La storia della piccola Beatrice deve lasciarci una lezione amara ma indispensabile: la tutela dei bambini non può essere una delega in bianco affidata solo alla sorte o alle mura domestiche. Serve un’attenzione vigile, una presenza capillare delle istituzioni nei contesti a rischio e, soprattutto, il coraggio comunitario di segnalare e intervenire prima che sia troppo tardi. Perché quando a morire è un bambino nell’indifferenza generale, a perdere siamo davvero tutti noi.











