LA «MOLTIPLICAZIONE» DEI SANTUARI Un altro aspetto che pone l’arcivescovo al centro delle polemiche è quello che alcune fonti definiscono la «moltiplicazione dei santuari diocesani», con riferimento a chiese che, a quanto viene riferito, sarebbero state elevate a santuario anche per iniziativa di sacerdoti considerati vicini all’arcivescovo. Tra i casi citati viene indicato il Santuario diocesano di Santa Maria Assunta in Cielo, in località Castelluccia, a Solofra, guidato dal rettore don Virgilio D’Angelo. Il tema, però, merita una precisazione. Il Codice di diritto canonico stabilisce che con il termine santuario si intende una chiesa o altro luogo sacro al quale, per particolare motivo di pietà, i fedeli compiono numerosi pellegrinaggi. L’elevazione a santuario, dunque, non è una semplice denominazione, ma presuppone un riconoscimento ecclesiastico e una particolare rilevanza cultuale. Da qui la contestazione delle fonti: al di là dei fedeli residenti nella zona, quale sarebbe il reale flusso di pellegrini verso alcuni dei luoghi recentemente elevati a santuario? La domanda è volutamente provocatoria, ma apre un tema concreto: la differenza tra un luogo di devozione popolare, magari profondamente radicato nella comunità locale, e un santuario riconosciuto come meta di pellegrinaggio di rilievo diocesano. E TORNA, ANCORA UNA VOLTA, IL TEMA DEI FONDI Ed è qui che torna il tema economico. Non è corretto sostenere che la semplice elevazione di una chiesa a santuario garantisca automaticamente l’accesso ai fondi dell’8xmille. La CEI prevede specifiche linee di finanziamento per edilizia di culto, beni culturali ecclesiastici e interventi caritativi, con criteri e procedure proprie. Nel 2024, ad esempio, il rendiconto CEI indica 129 milioni di euro destinati complessivamente a «Edilizia di culto e beni culturali», mentre l’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici segnala che i contributi 8xmille possono essere richiesti dalle diocesi per interventi di restauro degli edifici di culto. La questione, dunque, non è se un santuario possa automaticamente «sbloccare» denaro. La domanda più corretta è un’altra: quali risorse vengono richieste, a quali progetti vengono destinate, con quali criteri vengono individuate le priorità e quale beneficio concreto producono per le comunità? È su questo terreno che le fonti chiedono maggiore trasparenza. A Solofra, al Santuario della Castelluccia, a Mercato San Severino, al Santuario Maria Santissima del Carmine, a Buccino, al Santuario Maria Santissima Immacolata, solo per citarne alcuni, viene posta un’ulteriore domanda: quali siano le strutture effettivamente destinate all’accoglienza dei pellegrini, delle persone povere, alle mense o ai centri di ascolto. Non si tratta, evidentemente, di mettere in discussione il valore della devozione popolare o la fede delle comunità che frequentano questi luoghi. Il punto della polemica è un altro: capire se e in che modo la trasformazione di una chiesa in santuario si traduca in una reale funzione di accoglienza, pastorale, sociale e caritativa. TRASPARENZA, PATRIMONIO E SCELTE PASTORALI Seminario, Gregge, patrimonio immobiliare e santuari finiscono così per essere ricondotti dalle fonti a un’unica questione: quali siano le priorità dell’Arcidiocesi e con quali criteri vengano assunte le decisioni. Da una parte ci sono strutture, immobili, progetti e possibili investimenti. Dall’altra ci sono parrocchie che, secondo le contestazioni raccolte, avrebbero bisogno di sostegno, chiese che necessitano di interventi, attività caritative e persone fragili che attendono risposte. Il nodo, quindi, non è soltanto la chiusura di un seminario o la destinazione di un immobile. È la richiesta di conoscere il progetto complessivo dell’Arcidiocesi, le motivazioni delle scelte e, soprattutto, il quadro economico che le sostiene. Per ora, sulle diverse questioni sollevate, restano le ricostruzioni e le contestazioni delle fonti. Serviranno eventuali comunicazioni ufficiali dell’Arcidiocesi, documenti e dati verificabili per chiarire definitivamente il quadro. Ma una cosa appare evidente: la polemica non riguarda più soltanto il futuro del Seminario Giovanni Paolo II. Coinvolge il modo in cui vengono gestiti la formazione sacerdotale, il patrimonio ecclesiastico, le risorse economiche e le scelte pastorali dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno. Ed è proprio su questi aspetti che, oggi più che mai, le domande chiedono risposte. er.no







