di Aldo Primicerio
In questi giorni stiamo leggendo che: 1. “Si fa fatica a nominare la violenza maschile”; 2. “Per gli uomini, anche i migliori, è il sesso che si definisce per la forza e il dominio che si tramandano come destino e diritto sulle donne e sui loro corpi”; 3. “Dopo un femminicidio si parla di violenza di genere, non di violenza maschile sulle donne”. Quando qualcuno, o qualcuna, scrive con questi toni, allora non siamo di fronte ad un femminismo civile e consapevole che tu,tti anche noi uomini, abbiamo pazientemente costruito in questi decenni. Siamo piuttosto dionanzi ad una forma di femminismo becero, superficiale, aggressivo, volgare o ideologico, quello sempre più circolante negli ultimi anni. Perché accade? Perché – lo abbiamo scritto di recente – alcuni media, anche importanti, si mostrano incapaci di raccontare l’uccisione di una donna. Sull’ultimo episodio in ordine di tempo, quello vile e spietato di Lorena Isceri, qualcuno ha scritto addirittura che è stato il tragico epilogo di una storia d’amore. Ma non è affatto così. Quello di Lorena è stato un sequestro puntigliosamente premeditato e conclusosi con un delitto. Attesa in un garage a Firenze, aggredita, legata ai polsi da fascette attentamente scelte, chiusa nel bagagliaio della sua stessa auto, portata su un viadotto dell’A1, afferrata ed estratta con violenza, e poi scagliata nel vuoto. E’ questo il culmine tragico di una storia d’amore finita male? E’ questa la parossistica espressione di gelosia, di passione, di un raptus? Vogliamo trasformare un volgare carnefice premeditante in un disperato innamorato? Vogliamo fare un abuso della lingua italiana per redimere un assassino? Vogliamo contrabbandare un bieco gesto criminale per una tragica quanto nobile fine di un amore?
Dove è finito lo spirito del Manifesto di Venezia, nel 2017 al Teatro La Fenice?
Lo ricordate? Un documento etico e deontologico firmato il 25 novembre in occasione della Giornata internazionale per lEliminazione della Violenza sulle Donne. Furono i/le giormalisti/e, fummo noi su proposta del Sindacato Giornalisti Veneto insieme alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), la Commissione pari opportunità della FNSI e dell’Usigrai, e l’associazione GiULiA Giornaliste. L’obiettivo fu fornire linee guida e raccomandazioni alle giornaliste e ai giornalisti italiani per una corretta, attenta e consapevole informazione sul tema della violenza di genere, evitando stereotipi, pregiudizi e sensazionalismi. E come? Con un linguaggio rispettoso e libero da violenze, scevro da sensazionalismi, puntando ad un cambio di prospettiva, quella di smettere di raccontare i femminicidi o le aggressioni giustificando l’autore o concentrandosi unicamente sul punto di vista del colpevole, partendo invece dal rispetto e dalla tutela di chi subisce la violenza. Regole scritte da noi stessi. eppure oggi sistematicamente attese danoi stessi, anche dai giornali e dai TG che fanno opinione, quellio di prima serata. Il padre di Lorena – che persona sensata ed umile! – quando ai microfoni si è rivolto a Mattarella perché la pooitica trovi un fronte comune contro la violenza sulle donne, forse, oltre a chi le coimmette, pensava anche a chi queste storie tragiche le racconta.
La violenza sulle donne, e quella che culmina nella loro uccisione, emblema dell’ignoranza e del deserto culturale in Italia
Ignoranza innanzitutto della politica, se un eurodeputato, un poliico emergente del nostro Paese, un ex-generale delle forze armate italiane, nega il reato specifico di femminicidio, cancellerebbe l’aborto perché un non- diritto fondamentale, contesta le femministe come “moderne fattucchiere”, tornerebbe volentieri alle visioni tradizionali della famiglia, ai valori del passato e, perché no, alla donna-casalinga. Una sciocca rivisitazione del buio della società fascista, una visione ignorante della socetà e della vita, che poi connotano proprio gli episodi di dominio e di possesso sulla donna che poi culminano nelle violenze e nelle uccisioni di donne. Qualcuno scrive che gli omicididi donne sono di una ben precisa classe sociale. Errore madornale. Non sono di classe, ma attraversano tutti gli strati sociali, in particolare quello borhese. Cosa fare? Certamente non starsene a guardare come fa il Governo Meloni, o limitarsi ad inasprire qualche sanzione, o uscirsene con espressioni e commenti che connotano questo brutto e buio periodo della politica e della nostra vita. Facciamo retorica se insistiamo nel dover partire dalle scuole? La facciamo volentieri. Perché è lì, nelle elementari e nelle medie che si parte e si posizionano i mattoni della cultura e delle coscienze: E’ lì che maestre e professori devono animare le loro lezioni insegnando che non esiste supeiorità dell’uomo sulla donna, non può esserci sopraffazioe dell’oppressore sull’oppressa, non può vincere la logica proprietaria di certi uomini sulle donne. L’amore? E’ il legame più profondo tra un uomo e una donna. Ma non deve essere un laccio che soffoca.
L’amore un valore di umanità, ma anche di libertà. Deve lasciar libere le persone di decidere e di cambiare
La società è cambiata e cambia ogni giorno di più. La politica che sogna di tornare alle tradizioni ed al passato puzza di muffa e di ipocrisia. E quindi è un errore quello dei vescovi di insistere sul concetto di monolitismo indistruttibile del matrimonio. Come si sta lavorando ad una evoluzione delle legge 54 – quella della condivisione bigenitoriale dei figli minori – verso l’affidamento paritetico alternato, così occorre modificare la visione strutturale del matrimonio. Se una coppia su due oggi si separa e poi divorzia, e l’altra metà delle coppie spesso va avanti per inerzia, perché vaneggiare sulla ineluttabile eternità del matrimonio? Si pensi a cambiare anche quello. Come è accaduto alle Maldive, la repubblica con più separazione e divorzi nel mondo, dove il matrimonio è un istituto ricco di flessibilià e di varchi. E’ tutto quello che siamo oggi che invece sta trascinando la nostra società nell’abisso della violenza, del rancore, della competizione, del possesso, della mancanza di rispetto. Come se l’altro o l’altra fossero oggetti. Ecco quindi come la violenza e gli omicidi delle donne, o femminicidi come si vuol chiamarli, sono la fotografia di una società che peggiora e arretra, violenta e malata. La politica che sta a guardare, e che nega tutto questo, ne diventa irreesponsabilmente complice.










