L'uomo, il tempo e l'eterna paura del futuro - Le Cronache Attualità
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L’uomo, il tempo e l’eterna paura del futuro

L’uomo, il tempo e l’eterna paura del futuro

di Luigi Snichelotto

Sono più o meno le cinque del mattino. Il mondo sembra concedersi una pausa, mi ritrovo a riflettere. Le ore che precedono l’alba hanno qualcosa di particolare: diminuiscono i rumori, si attenuano le sollecitazioni della quotidianità e rimaniamo un poco più soli con i nostri dubbi. Forse persino senza alcuni degli inganni che durante il giorno costruiamo per non interrogarci troppo. Questa è una di quelle mattine. Una domanda  continua a tornarmi in mente: ma dove stiamo andando? Enorme, sproporzionata, a quest’ora e certamente impegnativa. Ma forse proprio per questo merita di essere posta. Perché l’uomo, da quando ha cominciato ad avere consapevolezza di sé, non ha mai smesso di interrogarsi sul proprio destino. Abbiamo sempre guardato verso ciò che non conoscevamo con due sentimenti apparentemente contraddittori: curiosità e paura. La curiosità ci spingeva ad andare oltre la montagna, attraversare il mare, osservare le stelle, costruire strumenti, cercare nuove terre e nuove spiegazioni. La paura ci suggeriva invece di rimanere dove eravamo, difendere ciò che conoscevamo, diffidare dello straniero, del diverso, dell’ignoto. Forse una parte consistente della storia dell’umanità è racchiusa proprio nella tensione fra queste due forze. La scoperta e la paura, l’uomo ha sempre avuto bisogno di scoprire. Non necessariamente perché sapesse cosa avrebbe trovato, ma perché qualcosa dentro di lui gli impediva di accontentarsi del limite conosciuto. Le prime comunità umane impararono a controllare il fuoco, coltivare la terra, addomesticare animali, costruire villaggi. Quando l’uomo divenne sedentario nacquero comunità più organizzate e con esse, divisione del lavoro, gerarchie, regole, potere, religioni organizzate, proprietà. Ogni progresso portava con sé una nuova libertà e contemporaneamente un nuovo vincolo. È una costante della storia. La città protegge, ma impone regole. La comunità accoglie, ma pretende appartenenza. La cultura emancipa, ma può diventare strumento di selezione. La religione consola e costruisce identità, ma quando diventa potere può trasformarsi in esclusione. La politica organizza la convivenza, ma può degenerare nel dominio. La tecnica ci libera da alcune fatiche, ma può renderci dipendenti dagli strumenti che noi stessi abbiamo costruito. Non è curioso? Ogni volta che crediamo di aver definitivamente conquistato uno spazio di libertà, scopriamo che quella stessa conquista genera nuove responsabilità e nuovi rischi. Quando l’uomo cominciò a interrogare se stesso? Nella Grecia antica accadde qualcosa di straordinario. Accanto alle spiegazioni mitologiche del mondo cominciò ad affermarsi il tentativo di comprendere la realtà attraverso il ragionamento. L’uomo non voleva più soltanto sapere che cosa accadesse. Cominciava a chiedersi perché. Socrate trasformò il dubbio in metodo. La consapevolezza di non sapere diventava, paradossalmente, il primo passo verso la conoscenza. Non era debolezza. Era una forma altissima di libertà. Perché chi dubita riconosce implicitamente che la propria verità potrebbe non essere l’unica possibile. Ed è forse proprio lì che nasce una delle condizioni fondamentali della convivenza: accettare che l’altro possa vedere qualcosa che noi non vediamo. Roma avrebbe costruito un’altra grande intuizione: organizzare territori, popoli e culture differenti attraverso istituzioni, diritto, cittadinanza e amministrazione. Naturalmente né Atene né Roma furono le società ideali che talvolta immaginiamo retrospettivamente. Conobbero guerre, schiavitù, disuguaglianze ed esclusioni. Eppure lasciarono un’eredità fondamentale: l’idea che la società non dovesse essere soltanto subita, ma potesse essere pensata, organizzata e gestita. Quindi, luce e oscurità non arrivano mai da sole! Poi la storia continuò. Imperi nacquero e crollarono. Popolazioni migrarono. Religioni si diffusero. Culture si incontrarono e si scontrarono. Siamo abituati a dividere la storia in epoche: antichità, Medioevo, Rinascimento, età moderna, età contemporanea. È utile per studiarla, ma rischia di suggerirci un’illusione: che l’umanità proceda ordinatamente da una fase inferiore a una superiore. Non funziona così. Anche i periodi che definiamo di oscurantismo hanno prodotto cultura, innovazione, pensiero, arte, università, architettura. E le epoche che celebriamo come luminose hanno conosciuto guerre, persecuzioni, fanatismi e violenze. Luce e oscurità convivono molto più spesso di quanto vorremmo ammettere. La storia raramente è tutta bianca o tutta nera. Forse siamo noi ad avere bisogno di dipingerla così, perché le sfumature richiedono fatica. Quando l’uomo torna al centro? Con l’Umanesimo e il Rinascimento l’uomo tornò progressivamente al centro dell’indagine. Arte, scienza, filosofia, commercio ed esplorazioni geografiche modificarono la percezione del mondo. Le vecchie mappe non bastavano più. E non parlo soltanto delle carte geografiche. Anche le mappe mentali cominciavano a diventare insufficienti. Ogni scoperta geografica ampliava il mondo conosciuto; ogni scoperta scientifica restringeva lo spazio delle certezze precedenti. Pensiamo all’effetto di comprendere che la Terra non occupasse il centro dell’universo. Non era soltanto una questione astronomica: significava mettere in discussione il posto simbolico dell’uomo nella creazione. Ogni grande scoperta, in fondo, contiene una piccola umiliazione. Ci ricorda che ciò che consideravamo assoluto era soltanto ciò che, fino a quel momento, eravamo riusciti a comprendere. E l’uomo reagisce da sempre in due modi: con meraviglia oppure con paura. Il nuovo viene accolto o respinto. Lo scienziato può diventare un visionario oppure un eretico, il filosofo un maestro oppure un pericolo, l’artista un genio oppure uno scandaloso sovvertitore dell’ordine. La collettività decide continuamente chi includere e chi escludere, quali idee accogliere e quali combattere. Il mito del progresso? Con l’Illuminismo e poi con le grandi rivoluzioni politiche e industriali prese forma una convinzione potentissima: il futuro sarebbe stato migliore del passato. Ragione, scienza, istruzione e tecnologia avrebbero progressivamente liberato l’uomo dall’ignoranza, dalla malattia, dalla povertà e dalla superstizione. Era nata, in qualche modo, la religione laica del progresso. E molti risultati sembravano confermarla. La medicina allungava la vita, le macchine moltiplicavano la capacità produttiva, le ferrovie riducevano le distanze, l’elettricità trasformava le città, la stampa diffondeva conoscenza, l’istruzione raggiungeva fasce sempre più ampie della popolazione. Diritti appartenuti per secoli a pochi cominciavano lentamente a estendersi. Ma anche qui compariva l’altra faccia della medaglia. Le fabbriche liberavano dalla scarsità e contemporaneamente producevano condizioni di lavoro spesso disumane. Le città offrivano opportunità e generavano nuove povertà. La tecnologia accorciava le distanze, ma rendeva anche più efficienti gli eserciti. La stessa chimica capace di produrre medicine poteva produrre armi. Ancora una volta: la scoperta non possiede una morale propria. Siamo noi a conferirgliela attraverso l’uso che ne facciamo. E si arriva al novecento e la fine dell’illusione? Forse nessun secolo ha mostrato con altrettanta brutalità la contraddizione del progresso umano. L’uomo raggiunse livelli straordinari di conoscenza scientifica e nello stesso tempo, utilizzò quella conoscenza per costruire strumenti di distruzione mai immaginati prima. Due guerre mondiali, totalitarismi, genocidi, persecuzioni, bombe atomiche. La civiltà tecnologicamente più avanzata della storia scopriva di non essere necessariamente la più moralmente avanzata. Ed è qui, a mio parere, che si spezza definitivamente un’illusione: il progresso tecnico non comporta automaticamente progresso umano. Possiamo sapere infinitamente più dei nostri antenati senza essere necessariamente infinitamente migliori di loro. Possiamo comunicare in un secondo con l’altro capo del pianeta e non riuscire a parlare con il vicino. Conoscere la composizione delle stelle e ignorare ciò che accade dentro di noi. Costruire macchine capaci di elaborare miliardi di informazioni e continuare a non comprendere perché gli esseri umani si odino. Dopo la paura, la speranza? Penso sarebbe ingiusto raccontare il Novecento soltanto attraverso le sue tragedie. Dalle macerie nacquero anche alcune delle più grandi costruzioni politiche e morali della storia contemporanea. Le democrazie si rafforzarono. I diritti umani acquisirono una dimensione universale. L’Europa, dopo essersi combattuta per secoli, iniziò un percorso di integrazione che rese progressivamente impensabile una guerra fra alcuni dei suoi storici nemici. Il welfare, la scuola di massa, la sanità, la crescita economica e la mobilità sociale alimentarono una nuova promessa. Per milioni di persone il futuro tornò a significare speranza. I figli avrebbero studiato più dei genitori, avuto una casa migliore, un lavoro meno faticoso, una vita più lunga. Il progresso tornava ad avere un significato quasi lineare: il domani sarebbe stato migliore di ieri. E per qualche decennio molti di noi hanno creduto che quella fosse ormai una conquista definitiva. Ma la storia non firma contratti! Forse abbiamo commesso proprio questo errore. Abbiamo pensato che alcune conquiste fossero irreversibili: la pace, la democrazia, il benessere, i diritti, la crescita, la mobilità sociale. Come se la storia avesse firmato con noi un contratto a tempo indeterminato. Ogni generazione riceve alcune conquiste dalla precedente e deve decidere se conservarle, migliorarle oppure disperderle. Il pendolo della storia sembra muoversi continuamente fra apertura e chiusura, fiducia e paura, libertà e bisogno di protezione. Quando prevale la fiducia, esploriamo. Quando prevale la paura, costruiamo muri. Quando crediamo nel futuro, investiamo nella conoscenza. Quando ne abbiamo timore, cerchiamo qualcuno che ci prometta di proteggerci. Ed è proprio allora che l’individuo può essere tentato di rinunciare a una parte della propria libertà in cambio di una rassicurante promessa di sicurezza. Il futuro che per la prima volta pensa? Ed eccoci arrivati a noi. Abbiamo attraversato il fuoco, l’agricoltura, la scrittura, la filosofia, le grandi religioni, la stampa, la rivoluzione scientifica, la macchina a vapore, l’elettricità, l’automobile, l’aeroplano, la radio, la televisione, il computer, Internet. Ora siamo davanti all’intelligenza artificiale. E forse esiste una differenza rispetto alle rivoluzioni precedenti. Fino a ieri costruivamo prevalentemente strumenti capaci di moltiplicare la nostra forza fisica, la velocità, la memoria, la capacità di calcolo. Oggi costruiamo strumenti che sembrano entrare nel territorio che consideravamo più esclusivamente nostro: quello delle capacità cognitive. Non significa che la macchina sia diventata uomo. Significa che l’uomo comincia a interrogarsi su quale sarà il proprio ruolo accanto a macchine capaci di svolgere attività che, fino a pochissimo tempo fa, ritenevamo esclusivamente umane. Ed ecco tornare la vecchissima coppia che ci accompagna dall’inizio della storia. Curiosità e paura. Scoperta e difesa. Apertura e chiusura. Abbiamo imparato a dominare il mondo, e noi stessi? Forse, allora, la domanda delle cinque del mattino comincia ad assumere un significato diverso. Non si tratta soltanto di sapere dove ci porterà la tecnologia. La domanda vera è: dove vogliamo portarci noi? Abbiamo imparato a dominare sempre meglio la materia, lo spazio, la velocità e oggi persino l’informazione. Resta da capire se, nello stesso tempo, abbiamo imparato altrettanto bene a dominare noi stessi. La nostra paura. La nostra aggressività. Il desiderio di prevalere. L’egoismo. La tentazione di considerare diverso chi non appartiene alla nostra comunità. La disponibilità a rinunciare alla libertà quando essa diventa faticosa. Forse il futuro non dipenderà soltanto da ciò che sapremo inventare. Dipenderà da quali esseri umani decideremo di essere mentre lo inventiamo. Fuori sta cominciando lentamente a fare giorno. La domanda rimane lì, sospesa. L’uomo ha sempre avuto paura del futuro e, nonostante questo, ha continuato ad avanzare. Ma se questa paura ci accompagna da millenni, perché quella che percepiamo oggi sembra avere qualcosa di diverso? È soltanto l’eterna inquietudine dell’uomo davanti al nuovo? Oppure alcuni segnali del nostro tempo meritano davvero un’attenzione particolare? Ci penserò, magari la prossima settimana. Del resto questa rubrica si chiama “Il Dubbio” proprio perché, qualche volta, una buona domanda può essere più utile di una risposta troppo sicura.