Omicidio Vassallo, veleni e depistaggi - Le Cronache Ultimora
Ultimora Pollica

Omicidio Vassallo, veleni e depistaggi

Omicidio Vassallo, veleni e depistaggi

di Erika Noschese

La notte del 5 settembre 2010 non si è mai davvero conclusa. È rimasta incastrata tra le curve scure della strada che sale verso Acciaroli, sospesa nel buio di un’auto lasciata con il motore acceso e sette proiettili piantati nel corpo di un uomo che aveva commesso la colpa imperdonabile di non girarsi dall’altra parte. Oggi il calendario segna l’ennesimo anniversario della scomparsa di Angelo Vassallo, ma l’orologio della giustizia italiana sembra essersi fermato a quella sera di fine estate, bloccato in un ingranaggio infernale fatto di piste svanite nel nulla, veleni incrociati, ombre istituzionali e una sconcertante sensazione di impotenza. Parlare di anniversario, di fronte a un delitto ancora privo di colpevoli certi e condannati in via definitiva, suona quasi come un esercizio retorico, una recita di circostanza a cui questa terra non può più prestare il fianco. La verità sul Sindaco Pescatore non è una conquista arrivata con il tempo, ma un debito morale che lo Stato continua a non saldare, trasformando il dolore di una famiglia e di un’intera comunità in un’estenuante agonia giudiziaria che dura da sedici anni. Dietro la figura del primo cittadino che sognava un Cilento libero e difendeva il mare con la tenacia dei giusti, c’è sempre stata una trama assai più oscura e complessa, un intreccio venefico che affonda le radici nel traffico di stupefacenti e negli interessi criminali che stavano aggredendo il molo di Acciaroli. Angelo Vassallo non è stato ucciso per una banalità, né tantomeno per una lite d’impeto. È stato giustiziato con la freddezza di un’esecuzione mafiosa perché aveva capito, perché vedeva ciò che altri fingevano di non notare, perché si era messo di traverso lungo la rotta della cocaina e degli affari sporchi che durante la stagione estiva inquinavano la movida della sua marina. Aveva confidato a pochi intimi di aver scoperto cose che non avrebbe mai voluto vedere e si preparava a consegnare una dettagliata informativa ai Carabinieri per ripulire il suo paese. Ma la sua corsa è stata fermata prima che potesse parlare, azzerata da nove colpi di pistola calibro nove per ventuno esplosi da mani esperte che sapevano esattamente come muoversi e come far sparire l’arma del delitto. Ciò che è accaduto dopo l’agguato è, se possibile, ancora più inquietante dell’omicidio stesso. Per oltre un decennio l’inchiesta si è trascinata tra nebbie fitte, sospetti di depistaggi e anomalie investigative che hanno rallentato ogni tentativo di fare chiarezza. Le attenzioni della Direzione Distrettuale Antimafia si sono concentrate a lungo su apparati deviati delle forze dell’ordine e su soggetti legati alla malavita, costruendo un castello accusatorio che sembrava finalmente vicino a una svolta definitiva quando sono scattate le misure cautelari. Tra le figure chiave di questo dramma giudiziario è finito il colonnello dell’Arma Fabio Cagnazzo, accusato dagli inquirenti di aver orchestrato una lucida opera di depistaggio subito dopo il delitto, arrivando persino a prelevare le videocamere di sorveglianza della zona prima che potessero essere analizzate. Eppure, nel labirinto delle aule di tribunale, anche le certezze più granitiche finiscono per sgretolarsi o per scomporsi in verdetti contraddittori. Il proscioglimento dell’ufficiale in sede di udienza preliminare, affiancato dall’assoluzione in abbreviato per altri indagati e dal rinvio a giudizio per sole due figure, ha riaperto ferite mai ricucite, innescando il ricorso in appello da parte della Procura e confermando una sola spaventosa realtà: il quadro resta sfilacciato, dolorosamente incompleto e conteso tra decisioni opposte. Come se non bastasse il peso di una giustizia negata, la vicenda si è arricchita nel tempo di paradossi e contenziosi paralleli che rischiano di trasformare le vittime in imputati. Le denunce per diffamazione e la recente condanna in sede civile a carico dei fratelli Dario e Massimo Vassallo, unitamente a giornalisti ed emittenti televisive per le accuse mosse negli anni all’ufficiale prosciolto, rappresentano il simbolo plastico di un sistema capovolto, dove chi chiede verità a gran voce finisce per pagare un conto salatissimo in termini morali ed economici, mentre gli esecutori reali continuano a respirare la libertà. La Fondazione intitolata al Sindaco Pescatore ha combattuto ogni singolo giorno contro il rischio dell’oblio e la tentazione della resa, battendo i pugni contro un muro di gomma che per anni ha protetto complici, esecutori e mandanti. Ma la rabbia civile non può sostituirsi al lavoro della magistratura, né può colmare il vuoto lasciato da chi non è stato in grado di assicurare alla giustizia i responsabili di un massacro che ha sfigurato il volto dell’intera nazione. Guardare oggi al caso Vassallo significa osservare un gigantesco monumento allo stallo. Il prossimo novembre segnerà la ripresa del processo davanti alla Corte d’Assise di Salerno per i soli imputati rinviati a giudizio, rappresentando l’ennesima ed estenuante tappa di una maratona senza fine, in cui l’esito finale appare ancora incerto e lontano. Non ci possono essere celebrazioni né retorica di facciata in un paese che permette a un suo servitore d’eccellenza di finire crivellato di colpi senza restituire un nome e un cognome a chi ha premuto quel grilletto e a chi ne ha ordinato la morte. Il sacrificio di Angelo non cercava targhe commemorative, medaglie d’ottone o discorsi di circostanza pronunciati dalle autorità durante le ricorrenze ufficiali, ma pretendeva rispetto, rigore e legalità. Ricordare Vassallo oggi non significa soltanto preservare la memoria delle sue battaglie ambientali o del suo amore per la Dieta Mediterranea, ma gridare con forza che l’Italia non può permettersi di convivere con questo fallimento. Finché non ci sarà una sentenza definitiva capace di spazzare via ogni ombra, la morte di Angelo Vassallo rimarrà una ferita aperta nel cuore della democrazia, la testimonianza scandalosa di uno Stato che ha lasciato solo un uomo buono e che continua, giorno dopo giorno, a negargli la pace.