di Luigi Snichelotto
In tanti ci interroghiamo, cerchiamo di indagare e non da oggi, un tema tanto comune quanto assai complesso: quello dei rapporti umani. Quello dell’amicizia o, più in generale, dei legami che si creano tra singole persone, famiglie, comunità o gruppi di individui accomunati, per il solo piacere di condividere, dalle stesse passioni, interessi culturali, sociali, sportivi, politici oppure economici. Insomma, di quella naturale propensione all’incontro tra umani, che determina simpatie, affinità elettive o alleanze, ma che può anche generare improvvise fratture, nonostante la benché minima teorizzazione di una possibile “alleanza empirica”. Ovviamente, la mia riflessione di quest’oggi non ha e non vuole avere alcuna legittimazione scientifica ma piuttosto quella della personale esperienza, come al solito, nel campo delle relazioni quotidiane dell’uomo della strada, come si suole dire. Una riflessione che scaturisce dal fatto che a volte accade che episodi persino banali, nelle nostre giornate, assumano, inaspettatamente, dimensioni sproporzionate o producano fratture apparentemente insanabili. Allora, si finisce per superare quel limite oltre il quale sembra impossibile ricondurre la relazione nell’alveo dell’equilibrio precedente, oramai irrimediabilmente perduto. Si direbbe, non ci siano più le condizioni! E tutto questo, nonostante l’età e l’esperienza maturata in una vita di rapporti con gli altri, continua a lasciarmi basito. Come mai, non sorge spontanea una domanda del tipo: “in cosa abbiamo sbagliato?”, causando, magari inconsapevolmente, o per egocentrismo caratteriale, situazioni di imbarazzo o fratture di relazione? Mi sorprende soprattutto l’inconsistenza delle motivazioni che, attraverso reazioni esasperate, finiscono per incancrenire relazioni consolidate. Continuo a domandarmi perché persone legate da anni con frequentazioni ed amicizia possano arrivare, quasi all’improvviso, a mettere tutto in discussione, talvolta per ragioni che, viste dall’esterno, appaiono persino futili o banali puntigli. Capita, purtroppo, più spesso di quanto si creda! Lo raccontano le doglianze di ciascuno di noi, le esperienze personali nelle quali siamo stati protagonisti, talvolta inconsapevoli, altre volte perfettamente coscienti di ciò che stava accadendo. Quando si giunga a quel punto, personalmente ho sempre ritenuto preferibile troncare il rapporto con discrezione, senza chiasso e senza procedere a una minuziosa attribuzione delle colpe. Meglio chiudere la polemica e sfilarsi in buon ordine, evitando recriminazioni destinate soltanto ad alimentare il risentimento reciproco, a quel punto delle cose, inutile e dannoso. Quando si oltrepassa il confine del condiviso rispetto è come se si scoperchiasse un moderno vaso di Pandora: ciò che segue, il più delle volte, rischia di diventare progressivamente più sterile e tossico. A ogni nuovo confronto riemergerebbero inevitabilmente le recriminazioni di parte: «Tu hai detto…», «Mi hai accusato…», «Io non lo sapevo…», «Sei stato tu a…». Si determina così un abbassamento progressivo del rispetto che, fino a quel momento, aveva sostenuto il meccanismo dell’alleanza e della condivisione. “Rotto il giocattolo”, si potrebbe dire, nulla torna davvero come prima. Possiamo ripeterci: «Ci siamo chiariti, è tutto a posto». E magari, in buona fede, vorremmo crederci. Ma quella sottile patina di disillusione continuerà a filtrare i rapporti successivi. L’armonia precedente è stata intaccata ed anche quando la relazione sopravviva formalmente, qualcosa sarà ormai definitivamente mutato nella fiducia reciproca. Meglio chiudere! Non significa che ogni contrasto debba condurre necessariamente alla fine di un’amicizia. I rapporti autentici e disinteressati sanno attraversare anche il momento del conflitto. Ma possono farlo soltanto quando entrambe le parti possiedono la volontà e l’umiltà di riconoscere le proprie responsabilità. Se, invece, ciascuno si limita a costruire un processo contro l’altro, il chiarimento diventa soltanto la prosecuzione dello scontro con mezzi apparentemente più civili. In alcune relazioni considerate speciali ed equilibrate, fondate, almeno in apparenza, sulla stima, sulla simpatia, sulla correttezza e sull’ospitalità, può emergere progressivamente una natura diversa. Senza attribuire responsabilità esclusive all’una o all’altra parte, ci si accorge che quella relazione produce più disagio che serenità, più obblighi che libertà, più recriminazioni che gioia. A sostenere queste riflessioni viene in nostro aiuto Aristotele che, nell’Etica Nicomachea, fu tra i primi pensatori a indagare e classificare organicamente le diverse forme dell’amicizia. Individuò tre forme di “philia”, termine traducibile, pur con qualche approssimazione, come amicizia o affetto reciproco. La prima è l’amicizia fondata sull’utilità. In questo caso non si frequenta l’altro per ciò che è, ma per il vantaggio che può derivarne. È una relazione destinata a indebolirsi o a dissolversi quando l’interesse viene meno. La seconda è l’amicizia basata sul piacere della frequentazione. Nasce spesso spontaneamente, soprattutto in età giovanile, dalla condivisione del divertimento, del tempo libero e dalle esperienze comuni. Può essere sincera, ma tende ad affievolirsi quando cambiano le circostanze della vita, gli interessi e gli impegni personali. La terza, la più alta, è l’amicizia fondata sulla virtù e sul bene. Si basa sull’apprezzamento dell’altro per ciò che è, sulla stima reciproca e sul desiderio sincero che entrambi possano crescere moralmente e umanamente. È, in qualche modo, il riconoscimento di sé nell’amico: ciò che ancora oggi definiamo amicizia fraterna o “del cuore”. Il punto più delicato dell’amicizia, basata sull’utilità, è che il centro della relazione non è la persona, ma il vantaggio che essa può offrire. Il rapporto si dissolve quando l’interesse venga meno oppure quando uno dei protagonisti manifesti atteggiamenti dispotici o pretenda di orientare la vita dell’altro: si deve fare ciò che dice lui, andare dove decide lui, frequentare chi approva lui, nel momento stabilito da lui. In questi casi, le scelte e persino i desideri di una persona finiscono per essere imposti all’altra o all’intero gruppo. Si subisce quella marcata caratterialità per abitudine, convenienza, quieto vivere oppure per il timore di una rottura. Ma ogni rinuncia silenziosa lascia un sedimento e, con il tempo, quel sedimento diventa insofferenza. Anche il pensiero moderno ha indagato la crescente fragilità dei legami. Zygmunt Bauman, attraverso il concetto di “modernità liquida”, ha descritto una società nella quale le relazioni tendono a perdere stabilità e durata. L’essere umano contemporaneo teme sempre più i rapporti impegnativi: anche l’amicizia rischia di trasformarsi in un bene di consumo, apprezzato finché produce gratificazione e abbandonato quando richiede responsabilità, pazienza o sacrificio. Byung-Chul Han descrive, a sua volta, una società dominata dalla prestazione e da una progressiva esasperazione dell’io. L’individuo è spinto a misurare ogni relazione in base al proprio rendimento sociale e alla soddisfazione personale che riesca a ricavarne. Già Erich Fromm, ne “L’arte di amare”, osservava come persino i rapporti affettivi potessero assumere le caratteristiche di uno scambio commerciale. L’altro viene valutato come un bene sul mercato delle relazioni, sulla base di ciò che possa offrire. L’amicizia rischia così di perdere la propria gratuità e di ridursi a una transazione: do qualcosa per te soltanto nella misura in cui tu faccia qualcosa per me. Alla fine della fiera, si arriva inevitabilmente al tema del narcisismo e della manipolazione. È necessario, però, usare queste espressioni con prudenza: non ogni persona egoista è un narcisista patologico, non ogni litigio è una manipolazione e non ogni divergenza può essere definita “gaslighting”. Quest’ultimo termine indica una forma sistematica di manipolazione attraverso la quale una persona induce l’altra a dubitare delle proprie percezioni, dei propri ricordi e, progressivamente, del proprio equilibrio. In una relazione squilibrata può accadere che uno dia continuamente energia, disponibilità e comprensione, mentre l’altro assorba tutto senza restituire una reale reciprocità. Simili dinamiche trovano terreno più fertile nelle persone che attraversano momenti di fragilità, temono l’abbandono o avvertono un bisogno particolarmente intenso di approvazione e appartenenza. Ma sarebbe sbagliato trasformare ogni vittima in una persona debole: anche individui forti, maturi e consapevoli possono rimanere coinvolti, per affetto, lealtà o fiducia, in relazioni che diventano gradualmente logoranti. Come si riconosce, allora, un’amicizia tossica? Innanzitutto dalla mancanza di reciprocità e dal disagio costante prodotto dalla relazione. Si crea una sproporzione tra quanto si dà e quanto si riceve; si viene sottoposti al senso di colpa anche quando l’accusa appare ingiustificata; si percepisce il tentativo dell’altro di gestire le nostre frequentazioni e di anteporsi a tutto e a tutti, talvolta con manifestazioni di malcelata gelosia. L’amico tossico fatica inoltre a gioire sinceramente dei nostri traguardi. Tende a ridimensionarli, a sminuire il nostro valore oppure a ricorrere allo scherno mascherato da battuta: «Stavo soltanto scherzando», dirà, dopo aver colpito esattamente nel punto in cui sapeva di poter ferire. Gli incontri, anziché essere occasione di serenità e scambio, diventano momenti di stanchezza, sfinimento e prostrazione psicologica. Si torna a casa con la sensazione di aver dovuto difendere continuamente la propria dignità e persino il diritto di essere sé stessi. Eppure, proprio qui si presenta il dubbio che dovrebbe impedirci di pronunciare sentenze definitive. Possiamo riconoscere la natura squilibrata di una relazione senza attribuire automaticamente all’altro ogni responsabilità? Possiamo domandarci se, per quieto vivere, timore o convenienza affettiva, abbiamo contribuito anche noi a consolidare quel meccanismo? Abbiamo espresso chiaramente il nostro disagio oppure abbiamo atteso che l’insofferenza diventasse risentimento? L’ammissione di responsabilità non consiste nell’accollarsi colpe che non ci appartengono né nel giustificare comportamenti prepotenti. Significa riconoscere, con onestà, la parte che ciascuno ha avuto nella costruzione, nel mantenimento o nella degenerazione del rapporto. Forse la vera amicizia non è quella nella quale non si sbaglia mai, ma quella nella quale si può dire: «Ho sbagliato», senza sentirsi umiliati; «Mi hai ferito», senza trasformare il dolore in vendetta; «Non possiamo più proseguire insieme», senza cancellare tutto il bene che pure vi è stato. L’ammissione di responsabilità è probabilmente la forma più difficile e più nobile del rispetto umano. Non sempre riesce a salvare una relazione, ma può almeno impedire che la sua fine distrugga anche la dignità di coloro che ne hanno fatto parte. Ci vuole, infatti, grande coraggio, cultura ed equilibrio personale per interrogarsi su qualunque percorso umano di relazione e riconoscere con chiarezza anche le proprie responsabilità, al di là delle sollecitazioni sociali, dialettiche, caratteriali e comportamentali che possano averlo condizionato. In definitiva, solo facendo i conti con noi stessi e con le zone d’ombra del nostro carattere saremmo davvero in grado, come si suol dire, di fare pace con noi stessi?











