di Giovanni Terranova
Un’altra donna che ha lasciato una profonda testimonianza della sua presenza a Salerno giace nella Cattedrale Primaziale Metropolitana di Santa Maria degli Angeli, San Matteo e San Gregorio VII, comunemente detta “’o Duommo” di San Matteo. Immerso nella penombra solenne della navata settentrionale, il suo monumento si erge con maestosa grazia tra i tanti sepolcri dedicati a figure maschili custoditi nel Tempio. Tutelato da un finissimo baldacchino lapideo e retto da quattro cariatidi che incarnano le Virtù — Fede, Fortezza, Prudenza e Regalità — custodisce il riposo di Margherita d’Angiò-Durazzo: una sovrana che, spenta la tempesta delle sue battaglie, elesse Salerno a dimora di pace. Nata a Napoli nel 1347 da Carlo di Durazzo e Maria d’Angiò, Margherita crebbe alla corte della zia Giovanna I come figura dall’intelletto acuto e pragmatico. Consapevole di incarnare la legittima eredità del trono, all’inizio si oppose fermamente all’idea del matrimonio, ritrosa a dividere il proprio potere con un consorte. Tuttavia, cedendo infine alle pressanti esigenze politiche, sposò il cugino Carlo III d’Angiò-Durazzo, re di Napoli e d’Ungheria, al cui fianco fu stratega ferrea e baluardo per i diritti dei figli. Quando nel 1386 il consorte fu assassinato a Visegrád, Margherita assunse la reggenza per il figlio Ladislao, di soli nove anni. Regnò in stagioni cupissime, tra congiure e fughe, con «un occhio aperto e un pugnale sotto il cuscino», senza mai risposarsi. Assicurata la corona del Regno di Napoli al figlio Ladislao e cinta la sua fronte con il diadema reale, lasciò la capitale e, attorno al 1400, cercò rifugio nel Castelnuovo Reale di Salerno, oggi Museo Archeologico di via San Benedetto. Accolta da una città leale, ricambiò con ricche donazioni, tra cui il feudo di Saragnano e il reliquiario di Sant’Anastasia del 1408, inciso con la sua toccante supplica in latino per il perdono dei peccati — pro suorum venia peccatorum. Visse qui in devota umiltà, indossando il saio francescano. Nel 1412, per scampare alla peste, si rifugiò nella vicina Acquamela, dove si spense il 6 agosto. Il figlio Ladislao, addolorato, commissionò il mausoleo allo scultore Antonio Baboccio da Piperno, che lo firmò insieme al collaboratore Alessio de Vico. L’opera mostra le due anime di Margherita: regina in abiti di corte e terziaria francescana. Collocata in origine nel convento di San Francesco, la tomba fu smontata nel 1809 con la soppressione del monastero. Dopo un decennio in cui le ceneri rimasero custodite nella chiesa di San Stefano, nel 1819 il monumento fu ricomposto definitivamente in Cattedrale. Nessuna pietà ebbe invece la storia per la dimora di Acquamela dove morì la sovrana, crollata nel 2013 sotto il peso dell’incuria burocratica. A tutelare il mausoleo è giunto, nel giugno del 2024, un importante intervento di consolidamento e restauro, finanziato dall’Inner Wheel Salerno ed eseguito dal Vassallo Centro-Restauro sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino. Le operazioni hanno restituito leggibilità alle superfici, valorizzato la policromia originaria e garantito la stabilità del complesso scultoreo. Per la qualità dell’intervento, il progetto è stato selezionato dal Ministero della Cultura ed esposto al Salone Internazionale del Restauro di Ferrara. Nonostante il significativo restauro del 2024, oggi chi varca la soglia del Duomo e sosta davanti al sepolcro nota ancora l’ombra di crepe in alto a destra e a sinistra: fenditure profonde che solcano la copertura piramidale e scendono verso la cornice dell’angelo reggicortina, ferite della pietra che raccontano il peso dei secoli, il valore di una memoria da custodire e di una città bramosa di far riemergere e fare conoscere il suo passato.








