Catello Maresca: Il Paese dei Balocchi non è mai finito - Le Cronache Ultimora
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Catello Maresca: Il Paese dei Balocchi non è mai finito

Catello Maresca: Il Paese dei Balocchi non è mai finito

di Rossella Taverni

 

 

C’era una volta un burattino. Non un bambino. Un burattino. Uno che ride, sogna, corre, sbaglia. Ma che, fin dall’inizio della sua storia, vive mosso da fili che non controlla davvero. Poi arriva Lucignolo. Non è un adulto. Non è il cattivo della favola. È un coetaneo. Un amico. Uno di cui ci si fida. È lui a parlargli di un luogo straordinario, dove non esistono scuole, doveri, sacrifici. Un Paese in cui ogni giorno è vacanza, nessuno impone regole e la libertà sembra non avere prezzo. Pinocchio sale su quella carrozza senza voltarsi indietro. Per mesi tutto sembra perfetto. Poi arriva il mattino in cui le orecchie iniziano ad allungarsi, la voce si spezza in un raglio, il corpo cambia. Il Paese dei Balocchi non aveva regalato la libertà. Aveva soltanto nascosto il conto. Pinocchio e Lucignolo non sono più bambini: diventano asini, merce da vendere, forza da sfruttare. A guardarla oggi, quella di Collodi assomiglia più a un manuale sul reclutamento che a una favola. Perché il Paese dei Balocchi non è scomparso. Ha soltanto cambiato volto. Non promette più zucchero filato e giostre. Promette scooter, orologi di lusso, denaro facile, rispetto, appartenenza. Promette di saltare la scuola della fatica e arrivare direttamente al successo. E, proprio come allora, non va a cercare adulti. Va a cercare ragazzi. Ragazzi convinti da altri ragazzi. Da un amico del quartiere, da un fratello maggiore, da qualcuno che parla la loro stessa lingua e mostra una vita apparentemente semplice. Perché la tentazione è sempre più credibile quando ha il volto di un pari. «La criminalità organizzata fa vedere ai ragazzi il Paese dei Balocchi», spiega il magistrato Catello Maresca. «Lo Stato offre studio, sacrificio e risultati spesso lontani. La mafia offre tutto e subito». È una definizione che trova riscontro nei fatti. L’11 settembre 2025 la Direzione distrettuale antimafia di Salerno ha eseguito un’operazione contro il clan Fezza-De Vivo, egemone da anni a Pagani e nell’Agro nocerino-sarnese: 88 misure cautelari, tra cui tre minorenni. Le indagini rappresentano la prosecuzione di quelle concluse nel 2022 e sviluppate dopo la cattura, nell’agosto 2023, dell’ultimo elemento apicale del clan rimasto in libertà. Cambiano i nomi. Non cambia il meccanismo.

Dietro le piazze di spaccio dell’Agro nocerino ci sono adolescenti impiegati come vedette, corrieri e pusher.  Non protagonisti. Burattini. Anche i tribunali per i minorenni raccontano un fenomeno più ampio: reati commessi da ragazzi sempre più giovani, spesso under 14, e giovani coinvolti nello spaccio al dettaglio diretti da soggetti maggiorenni. È questo il dettaglio che spesso sfugge: la criminalità organizzata non ha bisogno di ragazzi liberi. Ha bisogno di giovani convinti di scegliere, mentre qualcun altro ha già deciso per loro. Per capire come si finisce nel Paese dei Balocchi bisogna ascoltare chi ci è nato dentro. C’è una differenza tra chi sceglie la mafia e chi nasce quando la mafia ha già scelto per lui. Luigi Bonaventura appartiene alla seconda storia. Nato in una delle più potenti famiglie della ‘ndrangheta calabrese, è cresciuto in un universo in cui la violenza era una lingua quotidiana e l’appartenenza non era una decisione, ma un’eredità. Per questo la sua voce non racconta soltanto un’organizzazione criminale: racconta cosa accade quando un bambino cresce senza sapere che esiste un altro modo di vivere.

Quando racconta la propria infanzia non parte dalle pistole. Non parte dagli omicidi. Parte da una frase. «Da bambino credevo di essere un bambino normale». La forza della criminalità organizzata sta anche qui: trasformare l’eccezione in normalità. Per Bonaventura la violenza non era soltanto quella delle faide. Era un linguaggio quotidiano. Si respirava nei discorsi degli adulti, nelle regole non scritte, nel modo di concepire il rispetto, l’onore e il potere. «Mio nonno aveva avuto molti figli. Lo zio più onesto, quello che aveva deciso di non affiliarsi alla ‘ndrangheta e voleva semplicemente fare l’operaio, andava in giro con due pistole addosso». Le prime domande arrivano durante l’adolescenza. «Verso i dodici, tredici o quattordici anni qualche domanda inizi a fartela». Ma le domande, da sole, non bastano. «A un certo punto si accetta, per tanti motivi — anche per un ricatto morale — e si arriva a degli accordi taciti». La mafia costruisce un sistema in cui amore, appartenenza e fedeltà vengono continuamente messi alla prova. Ti convince che dimostrare di voler bene alla tua famiglia significhi accettarne le regole. Il primo momento di ribellione arriva contro suo padre. Ha quattordici anni quando assiste all’ennesima aggressione della madre. «Gli dissi: “Dimmi chi ti devo ammazzare e io te lo ammazzo. Ma se tocchi ancora mia madre mi dimentico che sei mio padre e ammazzo te”». In quel momento Bonaventura non sta ancora rifiutando la cultura mafiosa. Sta parlando la sua lingua. Per difendere sua madre immagina soltanto un’altra violenza. La sua, però, è anche un’eccezione. Molti dei ragazzi che oggi finiscono nelle piazze di spaccio una famiglia mafiosa non ce l’hanno. La domanda allora cambia. Che cosa rende ancora così desiderabile quel mondo? Per Maresca la risposta è netta. «Purtroppo la criminalità organizzata è apparentemente più appetibile dell’offerta che proviene dallo Stato».

La promessa è la stessa. Cambiano soltanto gli oggetti del desiderio. Non più giostre. Scooter. Denaro facile. Abiti firmati. Follower. Rispetto immediato. Appartenenza. «Vuoi divertirti, non studiare e guadagnare tanto, oppure studiare, sacrificarti e ottenere un risultato forse incerto?». La forza delle mafie non sta soltanto nelle armi. Sta nella capacità di riempire un vuoto. Offrono identità a chi non ne trova una. Riconoscimento a chi non si sente visto. Una risposta immediata mentre lo Stato chiede tempo. Oggi quel modello passa anche dai social. Instagram e TikTok sono diventati una vetrina dove denaro, auto sportive e lusso trasformano la criminalità in un’estetica. Il sociologo Marcello Ravveduto l’ha definita “mafiosfera”: un universo digitale che normalizza simboli e linguaggi mafiosi. Chi tira davvero i fili resta quasi sempre invisibile: un clan, un algoritmo, un sistema. Luigi Bonaventura quei fili li ha conosciuti da bambino. E ha impiegato una vita per spezzarli.

«La malavita è come l’eroina», racconta oggi. «Il punto è fregarli la prima volta. Poi diventa una dipendenza, un vincolo». La forza più silenziosa della criminalità organizzata non è costringere. È sedurre. Convincere un ragazzo che quella sia la strada più semplice. Da quel momento uscire diventa la parte più difficile. È la stessa conclusione a cui arriva Catello Maresca. «Quando un ragazzo vede nella mafia una promessa», dice, «ha fallito la società civile. Abbiamo fallito tutti noi». Forse è proprio qui che finisce davvero il Paese dei Balocchi. Non quando arrivano gli arresti. Ma quando un ragazzo non trova più desiderabile salire su quella carrozza.