Conobbi ad Eboli Antonio Feleppa: prima giovane magistrato di grande tempra, poi sostituto procuratore della Repubblica a Salerno, infine collega avvocato di non comune preparazione, nel diritto civile come in molte altre materie. La sua scomparsa lascia un dolore autentico e un vuoto profondo nei familiari, nei colleghi, negli amici e, più in generale, nel panorama culturale salernitano. In lui il rigore del magistrato e il senso dell’equilibrio dell’avvocato si univano a una sensibilità umana sorretta da una vasta cultura classica. Le molte testimonianze apparse in questi giorni, sui manifesti cittadini e sui social, restituiscono tutte la stessa immagine: quella di un professionista stimato e di un uomo capace di lasciare un segno duraturo. La sua vicenda umana e professionale non può essere letta soltanto attraverso alcuni passaggi della sua esperienza giudiziaria e istituzionale. Antonio Feleppa è stato, prima di tutto, un servitore del diritto: dapprima in magistratura, poi nell’avvocatura, sempre con serietà, misura e dedizione allo studio. Una parte significativa della sua esistenza professionale fu segnata da una lunga e complessa vicenda giudiziaria e amministrativa, che incise profondamente sul suo percorso. Anche per questo, la sua storia resta emblematica della forza con cui seppe affrontare anni difficili, senza perdere dignità personale, lucidità intellettuale e fiducia nei valori della giustizia, diventata per lui, come amava dire, il “tritacarne giudiziario”. Dopo l’uscita dalla magistratura, esercitò la professione forense con autorevolezza e competenza, affrontando processi delicati e impegnativi. Chi lo ha conosciuto da vicino sa quanto fosse pronto, nello studio e nell’aula, e quanto considerasse il diritto non soltanto una tecnica, ma una forma alta di responsabilità civile. Negli anni successivi, il riconoscimento ottenuto nelle sedi competenti chiuse una vicenda che aveva segnato a lungo la sua vita professionale. Ma ciò che più colpisce, al di là degli esiti formali, è il modo in cui egli seppe attraversare quella prova: con fermezza, senza mai indulgere al risentimento, e continuando a vivere il diritto come esercizio di ragione e di misura. La sua profonda umanità e il suo rispetto per le istituzioni lo portarono a mettere la propria esperienza anche al servizio della giustizia sportiva, sino ad assumere la presidenza del Tribunale federale della Federazione Italiana Gioco Bridge. Il suo ultimo intervento pubblico, il 31 luglio scorso nel Cilento, ebbe un significato particolare. Invitato a Rutino dall’Associazione culturale “Cenacolo Eleatico”, nel contesto di una manifestazione ospitata a Palazzo Magnoni, dimora storica, partecipò alla presentazione del volume di Giuseppe Amorelli L’Avvocato di paese – racconti di quotidiana giustizia. Anche in quell’occasione seppe muoversi con naturalezza tra diritto, filosofia e arte del ragionare, richiamando Parmenide, Zenone e Melisso, e soffermandosi sul valore della logica come strumento di confutazione e di ricerca della verità.Da avvocato, ricordava spesso che non basta l’emozione: occorre il ragionamento, occorre togliere le contraddizioni, sino a lasciare emergere ciò che resta essenziale nel processo e nella vita. Amava ripetere che l’uomo passa, ma resta il segno. E Antonio Feleppa ha lasciato davvero un segno: nelle carte, nelle aule, negli studi, nella memoria di chi ha lavorato con lui e negli affetti di chi gli ha voluto bene, anche tra noi che amavamo stare insieme, molto spesso convivialmente non disdegnando di declamare con l’altro collega ed amico, Alfredo Notari, il meglio di latino e greco, padre Dante, sempre imperante.
Avv. Gerardo Grisi







