Curia, la verità sul meccanismo dell’8x1000 - Le Cronache Salerno
Salerno

Curia, la verità sul meccanismo dell’8×1000

Curia, la verità sul meccanismo dell’8×1000

Nicola Russomando

Le reiterate richieste di chiarimento formulate da “Le Cronache” in questi giorni alla Curia salernitana in merito all’operato di alcuni suoi ecclesiastici di punta, cui si addebitano gestioni non conformi al ruolo loro affidato, sono formulate su circostanze e fatti specifici portati all’attenzione dell’opinione pubblica. In particolare, vengono evidenziate presunte violazioni nel sistema dell’erogazione dei fondi dell’8×1000 destinati alla carità da parte della Caritas diocesana e del suo responsabile e favoritismi personali di vario genere ad opera di altri. E – fatto del tutto inaudito- si arriva a chiedere esplicitamente le dimissioni dell’Arcivescovo, cui compete l’obbligo e l’onere del governo e della supervisione sui collaboratori. Questo, in ultima analisi, significa in greco “Episkopos”, vescovo, colui che sorveglia. Alla pubblicazione è seguita la replica della Curia, che, lungi dal chiarire questi specifici addebiti, ribadisce un operato conforme al diritto canonico e civile, minacciando in pari tempo querele. Senza voler entrare minimamente nella questione, val la pena ripercorrere la storia dell’8×1000 e i meccanismi del suo funzionamento che vedono la Chiesa cattolica percettrice di circa 1 miliardo di euro l’anno erogato dallo Stato italiano attraverso il MEF (Ministero dell’economia e delle finanze) secondo le indicazioni offerte dai contribuenti in sede dichiarazione dei redditi. Tra l’altro, questo sistema è stato introdotto con il rinnovo del Concordato lateranense, sostituito nel 1984 da una più neutra “Intesa”, quasi a volere fugare ogni ombra del passato che aveva accompagnato in Costituente l’acceso dibattito sull’art. 7. Ebbene, il suggerimento di passare dalla vecchia congrua, lo stipendio che lo Stato versava ai sacerdoti in cura d’anime, all’8×1000 fu del negoziatore italiano prof. Margiotta Broglio, il quale dimostrò alla controparte che, pur innanzi ad un decremento dei sacerdoti – fenomeno in atto-, veniva garantito il gettito in base alle adesioni degli italiani, ovvero di un Paese a tradizione cattolica. In effetti la Chiesa cattolica risulta a tutt’oggi la prima assegnataria di tali fondi in virtù dell’adesione, consapevole, del 27,95% dei contribuenti, ovvero di chi barra la casella relativa. Tuttavia, al 1.053.251.972 di euro non si giungerebbe se a tale percentuale non si aggiungesse la quota di quanti non esprimono preferenze, pari ad un ulteriore 69,51% (fonte MEF, redditi 2021, assegnati nel 2025). Perché il meccanismo dell’8×1000 funziona così: chi non esprime preferenze si vede assegnato proporzionalmente alle varie comunità che hanno sottoscritto intese con lo Stato, dai Valdesi ai Buddisti sotto ogni sigla di appartenenza. In questo calcolo lo Stato italiano che pure è tra gli enti destinatari dell’8×1000, attraverso sei diverse opzioni (scuola, sanità, beni culturali etc.) ha riscosso solo 375.904.946. E, quando l’anno scorso il Governo Meloni ha inserito la sesta opzione a favore delle strutture per il recupero dei tossicodipendenti, vi è stata un’alzata di scudi senza precedenti da parte della CEI, organo deputato alla gestione italiana dei rapporti tra Chiesa e Stato e assegnataria dei fondi da dividersi poi tra le diocesi in base alla popolazione, che è giunta fino alla denuncia della violazione dei patti dell’Intesa. Tuttavia, al di là della prova di forza, non si è visto ricorso alcuno in sede giurisdizionale. Si assiste comunque ad un lieve, ma costante decremento nelle adesioni alla Chiesa cattolica, se nei calcoli del MEF essa è titolare di conguaglio negativo per circa 39,000 euro. Un vero e proprio scricchiolio in un edificio ritenuto più che solido. Resta saldo un principio: i fondi dell’8×1000 sono di natura pubblicistica, vincolati nella destinazione al culto e alla carità secondo previsione di legge, attribuiti di seguito agli Istituti per il sostentamento del clero, creati ad hoc dalla legge 222/1985 che aboliva le antiche “mense vescovili”, concentrandovi gran parte del patrimonio immobiliare non vincolato delle diocesi ai fini di trasparenza fiscale. La vicenda salernitana dell’Angellara Home in qualche modo ne è prova, tra sequestri e dissequestri dell’8×1000 da parte della magistratura, nell’asserito principio però della loro autonomia rispetto ad ogni riconduzione ad altri fondi di natura ecclesiastica. Quanto a Salerno, in un rendiconto pubblicato qualche anno fa, si veniva a sapere che la diocesi percepisce all’incirca 900,000 euro l’anno con una spesa per i “dipendenti” di 547,000 euro. Se in questa voce sono compresi innanzitutto i preti che dall’8×1000 ricevono parte del loro stipendio, la spesa è più che ragionevole. Se, invece, fa riferimento ad altro, è segno di quella burocrazia che non si differenzia dagli apparati burocratici civili con l’elefantiasi degli uffici. I contribuenti che optano in dichiarazione per una precisa destinazione dell’8×1000, poco più del 40%, sono, mediamente, persuasi della loro scelta. Tra questi vi sono anche cattolici praticanti, che, tuttavia, non riconoscendosi in una chiesa sempre più confusa con il mondo, destinano il loro obolo semmai allo Stato, che eroga servizi essenziali al cittadino. Sovvenire alle necessità della Chiesa è un dovere del cattolico, obbligo che si può sempre assolvere con donazioni dirette a Enti religiosi benemeriti e non necessariamente in forma istituzionale. Anche questo contribuisce ad incrementare dall’interno quello “scricchiolio”, che può mettere a rischio anche la più solida delle strutture.