Ernesto Pappalardo
Se prendiamo in considerazione il quadro, per così dire globale, occorre tenere in considerazione che “nel primo trimestre 2026, i salari reali dell’Italia sono cresciuti dell’1,3% su base annua, principalmente grazie alla bassa inflazione”. Ma che questi salari “ risultano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021: si tratta del divario più ampio tra le principali economie dell’Ocse”. È questo il senso più completo e chiaro della scheda dedicata all’Italia sulle “Prospettive sull’occupazione dell’Ocse 2026”. “Il recente rialzo dei prezzi dell’energia – secondo l’organizzazione di Parigi – sta nuovamente spingendo al rialzo l’inflazione e al ribasso i salari reali”. Ma, se guardiamo con attenzione alle analisi che il Fondo Monetario Internazionale dedica alle stime di crescita mondiale per il 2026 ed il 2027, emerge un “quadro incerto e disomogeneo”, caratterizzato “dal contrapporsi di forze di segno opposto: da un lato il sostegno offerto dalla tecnologia e dai massicci investimenti nell’AI, dall’altro gli effetti negativi della guerra in Medioriente e nell’Est europeo”. Questa tipologia di crescita – disomogenea, appunto – già individuata “al 3% per il 2026 ed al 3,4% per il 2027, è in calo rispetto alla media del 3,5% osservata nel 2024-2025, ma è sostanzialmente invariata rispetto alle previsioni economiche formulate ad aprile 2026”. Va,però, evidenziato che “lo shock della guerra pesa sui Paesi importatori di energia e sulle economie più vulnerabili, mentre la domanda trainata dall’Intelligenza Artificiale sta sostenendo i Paesi tecnologicamente più sviluppati”. Se volgiamo lo sguardo più specificamenteall’Italia, “le stime di crescita sono state confermate allo 0,5% nel 2026 e nel 2027, le più basse del G7”. Se guardiamo alla Francia, dovrebbe crescere dello 0,6% quest’anno e dello 0,9% il prossimo, mentre la Germania dello 0,7% nel 2026 e dell’1% nel 2027”. In media, l’Eurozona è attesa in crescita dello 0,9% nel 2026 e dell’1,2% nel 2027”. “La disinflazione globale, quindi, si è arrestata. Bisogna, poi, evidenziare che si prevede che “l’inflazione globale complessiva aumenterà dal 4,1% nel 2025 al 4,7% nel 2026, per poi diminuire al 3,9% nel 2027”. Sebbene Leggermente “riviste al rialzo rispetto ad aprile, queste proiezioni indicano che la tendenza alla disinflazione in atto dall’inizio del 2024 si è arrestata”. E che “i rischi sono più bilanciati”. “I rischi per le prospettive sono più equilibrati rispetto ad aprile, ma ancora orientati al ribasso. La possibilità di un rinnovato conflitto in Medio Oriente incombe e potrebbe estendere la volatilità dei prezzi delle materie prime, minacciare ulteriormente le catene di approvvigionamento, aumentare i prezzi e pesare sulle condizioni finanziarie”. Va, poi detto, che “la frammentazione degli scambi commerciali potrebbe accelerare, danneggiando potenzialmente la produzione e aumentando i prezzi. Una possibile correzione delle aspettative legate alla tecnologia accresce i rischi al ribasso, mentre l’erosione delle riserve di bilancio può amplificare tali rischi”. Ancora secondo il Fondo Monetario, “i responsabili politici hanno davanti una serie di priorità. Innanzitutto, dovrebbero preservare la stabilità dei prezzi, adottare una comunicazione chiara, assicurare l’indipendenza della Banca Centrale e una forte supervisione finanziaria. Occorre poi ricostruire le riserve di bilancio, utilizzando gli strumenti fiscali con parsimonia attraverso un sostegno temporaneo e mirato in risposta alla crescita dei prezzi dell’energia. Sono necessarie, inoltre, riforme strutturali per promuovere la sicurezza energetica, lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, rafforzare il riequilibrio interno e la cooperazione internazionale ed allentare le tensioni in atto”. Questo il quadro analitico, ma sarà percorribile questa strada senza le mille “strumentalità” politiche che incombono?








