Salvatore Memoli
Quando le porte del carcere si sono aperte per Gianni Alemanno pensavo che non avesse preferito il clamore degli annunci roboanti: quello di scegliere Vannacci e l’altro di sventolare il vessillo dei riformatori del carcere! La prima cosa mi é sembrata un terremoto politico per un uomo militante come lui, l’altra l’ha iscritto di diritto nel libro di quelli che fanno promesse che non potranno mantenere! Che il carcere non sia una realtà facile si é sempre saputo. Per Alemanno e per tutti coloro che in carcere vanno da innocenti o colpevoli, é duro adattarsi ad un mondo che la “civile società” ha voluto come contrappeso al reato: la pena é per molti il giusto modo per creare riequilibrio tra chi si é reso autore di scelte che hanno stravolto le regole della sana convivenza civile ed il prezzo da pagare per il recupero sociale. Pensando al carcere é normale ma poco comune pensare che nessuno dovrebbe essere ristretto in quel luogo che spesso dimentica le regole di una vita ponendo la persona umana al di sotto di standard accettabili di rispetto. Il carcere dovrebbe migliorare il condannato ed aiutarlo a maturare; si conoscono più persone che sono uscite da quei luoghi con molti risentimenti contro le istituzioni. Anche se é vero che ho conosciuto persone amiche come Vincenzo Giordano che, da uomo libero, ricordò sempre i suoi sodali e li andava a visitare a casa, con un tratto di umanità che si poteva leggere nei suoi gesti e nei suoi occhi, come mi é capitato di vedere quando mi chiese di accompagnarlo a Cappelle per fare visita ad un ex recluso che era stato scarcerato. L’uomo politico, la persona piena di tanti valori politici riformisti e combattivi, aveva maturato gesti di una solidarietà concreta che riuscivano ad emozionare chi lo accompagnava, per la tenerezza delle domande, per i consigli, per la solidarietà che riusciva ad esprimere e che facevano capire quanto intenso fosse il rapporto umano da trasformarsi in gesti di vicinanza senza barriere. Il carcere non piegò Giordano ma lo rese ancor più concreto e pragmatico e la sua idea di fare qualcosa per i carcerati gli rimase per tutta la vita. Ci sono invece personaggi che dopo pochi giorni dimenticano tutto e lasciano che la durezza di un sistema detentivo continui a seminare sofferenze con le conseguenze di non riuscire a migliorare le persone, di non essere capace di sottrarle alla “fabbrica di delinquenti”. Nonostante le tante voci che infruttuosamente si levano sull’argomento del sistema penitenziario restano ancora forti e toccanti le parole usate dal grande penalista Francesco Carnelutti che nel secolo scorso intraprese una battaglia per evitare che la reclusione diventasse una forma di tortura psicologica e un fallimento per lo Stato. Nel 1945 scrisse che il carcere infliggeva una pena di morte ” a goccia a goccia”, considerata più disumana e meno pietosa di quella eseguita da un carnefice. L’iter giudiziario era già di per sé una forma di sofferenza afflittiva da limitare allo stretto indispensabile per non aggravare la posizione dell’imputato, per Carnelutti, infatti, ” il processo era già una pena”. Su questa nobile intuizione di un giurista eccezionale, possiamo dire che non siamo stati capaci di cambiare l’idea della pena, come afflittività che lascia il segno. Ancora oggi, le porte delle carceri si aprono troppo facilmente e non rendono alla comunità civile l’agognato obiettivo del recupero della persona. Sarebbe utile rileggere il saggio di Carnelutti ” Il problema carcerario” ed il libro ” Un uomo in prigione” per pensare ad una riforma concreta non solo del carcere ma del concetto di pena. Per l’insigne studioso e giurista tutti coloro che hanno a che fare con le condanne, che danno sentenze, dovrebbero essere a conoscenza diretta del carcere e delle sue regole, prima di emettere un verdetto. Cioè si deve sapere dove si manda un condannato, se esistono le condizioni di recupero, se la reclusione ha un valore migliorativo oppure d’isolamento. La riproposizione del tema della riforma del sistema carcerario da parte di Alemanno esprime tutta la nobiltà di un pensiero maturato sulla sua pelle, per questo motivo merita rispetto. É lecito domandarsi se i tempi sono pronti a tali sfide. Se quell’odio palpabile in molte persone da diventare livore e fanatismo repressivo può essere trasformato in altro. Dietro ogni pena inflitta c’é ancora l’idea di un segnale da dare alla collettività che il cattivo é stato punito e che altri non si azzardino a ripete gesti esecrabili! Troppo poco per una giustizia più umana e giusta! A molti basta sapere dietro le sbarre chi sbaglia, il resto non appartiene a chi riesce a sentirsi illibato ed innocente sempre e comunque. Altrimenti come si possono definire i gesti carichi di odio di chi in Parlamento agitava il cappio del boia? Alemanno e la sua parte politica che tanto hanno dato da fare in parlamento, rifarebbe le barricate con le spugne in mano nell’intento di vedere in galera chi aveva sbagliato. A me basterebbe che le persone, toccate dal germe del dramma carcerario, riuscissero ad accettare altre strade per recuperare chi sbaglia. Siamo una generazione che lotta per salvare il toro nelle arene ma che non sente il brivido e l’onta della vergogna per la sua insensibilità verso chi sbaglia, incapace di sentire il ” respiro sociale” della riabilitazione reale della persona condannata.






