Due violini per Vivaldi: Mariapia Ferreri e Flavia Patierno - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Due violini per Vivaldi: Mariapia Ferreri e Flavia Patierno

Due violini per Vivaldi: Mariapia Ferreri e Flavia Patierno
Di Olga Chieffi
Chiesa troppo piccola, quella di Sant’Agostino per ospitare un concerto della rassegna dedicata ai giovani talenti del cartellone promosso dalla Associazione Culturale AthenaMuse, in collaborazione con Scuola Italiana d’Archi e la sua orchestra giovanile, sotto la direzione dei maestri Joao Carlos Parreira Chueire e Stefano Pagliani. Programma popolare e gente in piedi per plaudire ai ragazzi, che hanno eseguito Vivaldi, Carulli, sostenendo il Maestro Giglio, e l’amatissimo e arduo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi, affidato alle voci di Concetta Pepere e Miriam Tufano. Ha rotto il ghiaccio il Maestro Gianluigi Giglio, solista e docente del nostro Conservatorio, il quale ha proposto coi giovani archi il concerto per chitarra n°1 di Ferdinando Carulli, in la maggiore op. 8. Ove in partitura sia stato richiesto clima espressivo terso,  e nel rondò polonaise stacchi ritmici implacabili, sonore aperture orchestrali, alchimie timbriche e bravure effettistiche il Maestro Giglio si è interfacciato perfettamente coi ragazzi, riuscendo sempre volgere a proprio vantaggio, con grande intesa, ogni insidia che questo genere di musica, volta al virtuosismo e alla valorizzazione dello strumento solista, non manca mai di nascondere. Applausi convinti per tutti ed ecco il Vivaldi del concerto in La minore per due violini e orchestra n°8 op.3 RV 522 di Antonio Vivaldi, affidato alle violiniste Mariapia Ferreri e Flavia Patierno. E’ Vivaldi che rispecchia Venezia oppure Venezia che si rispecchia in Vivaldi? Lo specchio della laguna che riflette e amplia illusoriamente la prospettiva e gli spazi è la chiave per addentrarsi tra le note del Prete Rosso, sulle tracce del doppio riflesso, identico, ma di altra natura, come l’eco, come le coppie e doppie coppie di strumenti ad arco, come il gioco imitativo e combinatorio, come le illusioni di “sottosopra” che Vivaldi conduce mixando, come in un cocktail complessità e semplicità, contrasti ed equilibri, il vero segreto del successo della sua arte. Un plauso per le due ragazze che sono riuscite, con il loro suono, a rendere perfettamente l’ispirazione vivaldiana, il suo concetto di “estro” che pervade la sua musica, la ricerca coloristica e la densità di scrittura che, nelle parti solistiche, lascia, diversamente da quanto avviene in Corelli, solo esigui spazi alla fioritura e all’ornamentazione. Le ragazze, dirette dal loro Maestro, che ben conosce questo concerto, e ne ricordiamo una intensa incisione, sono riuscite sapientemente a ricreare l’atmosfera di Venezia: il dominante elemento acqueo che conferisce alla città, in cui l’apparente immobilità crea, rispetto al moto continuo dell’acqua e dei suoi riflessi, una sorta di “stasi in movimento”, quella particolare sensazione che sembra quasi attenuare il fluire del tempo. Non di pari convincente esecuzione è risultato il concerto n°10 in Si minore per quattro violini, eseguito da Andrea Colella, Eugenio Panzarella, Sofia Vershinina e Marco Melillo, RV580: cercare differenze, frastagliature, mobilità di immagini può essere talvolta un gioco da condursi a freddo, specialmente con archi ancora verdi, che hanno a volte penalizzato la pienezza e l’apertura del discorso melodico. Pollice verso per l’attesissimo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi, con protagoniste il soprano Concetta Pepere, con al suo fianco il mezzosoprano Miriam Tufano, e al clavicembalo Romina Tarsetti. Esecuzione lontanissima dal canto barocco, e men che meno da una lettura classica. Voci squilibrate con una Pepere che ha dato quasi l’idea di una Turandot, surclassando in volume la Tufano. Le due cantanti difettano le competenze basilari della prassi esecutiva barocca, quali la corretta realizzazione del ritmo puntato, il rigore filologico nello studio della fioritura, quell’ emissione libera da ogni enfasi drammatica estranea allo stile dell’epoca, sia dall’uso del vibrato. Quest’ultimo deve cedere il passo a un’assoluta purezza lineare del flusso sonoro, il quale esige un controllo tecnico tale da garantirne la naturale e fluida emissione. Nessun cesello sulla parola, gioco agogico, volumi, anche da parte del Maestro Pagliani che in più punti ha creato ampia discronia tra gli intro strumentali e le voci. Applausi, comunque, per tutti e appuntamento al concerto finale del 2 giugno.