Cagnazzo, le motivazioni della Procura per chiedere il processo - Le Cronache Cronaca
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Cagnazzo, le motivazioni della Procura per chiedere il processo

Cagnazzo, le motivazioni della Procura per chiedere il processo

Ingenuità ricostruttiva imbarazzante: sono le parole, messe nere su bianco, dal Procuratore capo di Salerno, chiarendo le motivazioni che hanno spinto la Procura, in accordo con la Procura Generale presso la Corte di Appello, ad impugnare la sentenza emessa dal gup del tribunale di Salerno con la quale era stato dichiarato il no luogo a procedere nei confronti del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, imputato di concorso nell’omicidio del sindaco pescatore, Angelo Vassallo. A renderlo noto Il fatto Quotidiano, spiegando che la Direzione distrettuale antimafia ha presentato un documento di 25 pagine grazie al lavoro del pm Elena Guarino. Il ricorso, secondo Il fatto Quotidiano, si fonda su almeno sei punti di critica alle motivazioni di una sentenza di proscioglimento “ampiamente censurabile”. I Pm hanno spiegato che la sentenza non affronterebbe “i gravi e concordanti elementi indiziari del tutto inesistenti nelle valutazioni del Gup sul coinvolgimento di Cagnazzo nell’omicidio sulla base di un previo accordo, emersi dallo svolgimento delle indagini, anche a prescindere dalle dichiarazioni rese da Romolo Ridosso e da Eugenio D’Atri”. Dunque, la presenza di Cagnazzo nella scena del crimine cinturata dai carabinieri poche ore dopo l’assassinio e le stranezze del suo comportamento in quel momento e in quel luogo; il prelievo irrituale e la successiva manipolazione delle immagini di una telecamera di videosorveglianza; una informativa redatta pochissimo tempo dopo, sulle basi di quelle risultanze manipolate, per indirizzare le indagini verso uno spacciatore di origini brasiliane, indicando “fonti confidenziali” anonime, non ricordate nei successivi interrogatori. “E’ talmente breve il limite temporale tra la morte del Sindaco e l’azione di sviamento delle indagini – si legge nel ricorso – che non è possibile ritenere che la sua attività di depistaggio (di Cagnazzo, ndr) sia stata fondata su una conoscenza postuma in quanto, proprio perché iniziata subito dopo la commissione dell’omicidio, necessariamente presupponeva una previa intesa con gli altri imputati”. Per la Procura il giudice avrebbe trascurato le parole di Emilia D’Albenzio, l’ex moglie del brigadiere Lazzaro Cioffi, lui invece rinviato a giudizio insieme all’imprenditore Giuseppe Cipriano, che associa Cagnazzo alle condotte di Cioffi in una intercettazione del 25 aprile 2018. Inoltre, secondo quanto riporta Il Fatto, le motivazioni di proscioglimento non valuterebbero le dichiarazioni di Antonella Mosca, l’ex compagna del collaborante Romolo Ridosso, nelle parti in cui riferiva che Ridosso, quando manifestava timore per la propria incolumità, dopo aver partecipato a un sopralluogo preparatorioall’omicidio, non parlava solo di Cioffi ma anche del “maggiore” (il grado dell’epoca di Cagnazzo). E ancora: la S entenza non spiegherebbe “la straordinaria preoccupazione di Cagnazzo, in un momento in cui non era sfiorato da alcun sospetto, di ricordare ai partecipanti alla cena presso il Ristorante ‘da Claudio’ che la sera precedente erano stati assieme”. Tra gli altri elementi che hanno portato la Procura a chiedere il rinvio a giudizio le parole dell’agente immobiliare Pierluca Cillo, depositario delle ultime confidenze di Vassallo, indica Cagnazzo e i fratelli Palladino “come i soggetti coinvolti nel traffico di droga ‘scoperto‘ da Vassallo prima di essere ucciso”, non trattata. Secondo i pm sarebbero da smentire le dichiarazioni del brigadiere Lazzaro Cioffi che dall’11 al 13 agosto 2010 ha ospitato Cagnazzo, giustificando alla moglie dicendo “che è in servizio” ma non è vero, ricordano i pm. L’ultimo punto preso in considerazione dalla Procura: Cagnazzo e Cioffi smettono di sentirsi al telefono il 20 agosto 2010 (tranne un contatto il 27 agosto) e riprenderanno a chiamarsi solo il 21 settembre, due settimane dopo l’omicidio. Il 20 agosto 2010 è il giorno in cui Vassallo scopre l’esistenza del traffico di droga al porto di Acciaroli che intendeva denunciare e nel quale aveva lasciato capire a poche persone che erano coinvolti degli insospettabili, senza farne i nomi. Fu ucciso – secondo la ricostruzione inquirente – per zittirlo. Ed è proprio sull’assenza di telefonate tra Cagnazzo e Cioffi che le visioni di pm e giudice divergono totalmente. Per il Gup l’inesistenza di chiamate tra i due dimostrerebbe l’assenza di un’intesa preventiva. Per la Procura invece “persone esperte e del calibro professionale come i protagonisti della vicenda, non avrebbero mai commesso l’ingenuità di utilizzare contatti telefonici in prossimità del delitto”. Inoltre i contatti telefonici del 20 e del 27 agosto avvengono proprio mentre Vassallo organizza le iniziative di controllo del territorio e si era rivolto a un pm di Vallo della Lucania, Alfredo Greco, per iniziare a segnalargli i “gravi fatti” su cui poi avrebbe dettagliato i nomi in una denuncia che non fece in tempo a formalizzare. E poi “l’anomalia di tale assenza di rapporti tra l’Ufficiale ed il suo principale collaboratore costituisce uno straordinario riscontro alle dichiarazioni D’Atri/Ridosso per cui Cagnazzo aveva intimato a Cioffi di sparire dalla circolazione”, sostengono i pm che, anche per questo, insistono nel voler processare Cagnazzo.