Il Procuratore Vicario Rocco Alfano: no per difendere l'autonomia dei poteri - Le Cronache Attualità
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Il Procuratore Vicario Rocco Alfano: no per difendere l’autonomia dei poteri

Il Procuratore Vicario Rocco Alfano: no per difendere l’autonomia dei poteri

di Erika Noschese

Il clima che ha preceduto l’imminente appuntamento referendario si è caricato, nelle ultime ore, di una tensione che travalica i confini del mero confronto tecnico per sfociare in quella che molti osservatori hanno definito una vera e propria contrapposizione ideologica tra gli schieramenti politici. Ieri, in questo scenario di acceso dibattito, sono risuonate con particolare fermezza le parole di Rocco Alfano, Procuratore vicario, il quale ha voluto tracciare un solco netto tra la propaganda elettorale e la riflessione profonda che investe chi, quotidianamente, abita le aule di giustizia. La sua analisi non si limita a una semplice indicazione di voto, ma si configura come un accorato richiamo alla tutela dell’architettura costituzionale, in un momento in cui la riforma proposta sembra, agli occhi di molti magistrati, mancare il bersaglio dei reali problemi che affliggono il sistema giudiziario italiano. Interpellato sulla deriva ideologica che ha caratterizzato la campagna elettorale e sulla reale efficacia di una riforma che rischia di lasciare insoluti i nodi strutturali della macchina della giustizia, Alfano ha scelto di intervenire non in veste istituzionale, ma portando il peso della propria esperienza professionale e della propria coscienza di giurista. Ha esordito chiarendo i confini del proprio intervento con estrema precisione, sottolineando che la sua è una riflessione maturata nel tempo e già condivisa in altre sedi di confronto intellettuale. “La mia posizione personale come magistrato – e tengo a precisare che in questa sede non rappresento l’ufficio che attualmente dirigo in via temporanea – è una posizione, come ho già avuto modo di sottolineare in diversi convegni e dibattiti pubblici, fermamente a favore del No”, ha dichiarato ieri il Procuratore vicario. Questa premessa non è solo una clausola di stile, ma rappresenta il cuore della dignità del magistrato che, pur nel rispetto del proprio ruolo, non intende rinunciare al diritto-dovere di cittadinanza attiva, specialmente quando l’oggetto del contendere tocca le fondamenta stesse del potere giudiziario. Il dibattito si è spostato poi sulla natura delle critiche mosse dalla magistratura associata. Molti esponenti politici hanno accusato le toghe di aver invaso un campo non proprio, trasformando un confronto tecnico in una sfida di potere contro il legislatore. Alfano ha respinto con vigore questa narrazione, rivendicando la natura esclusivamente giuridica e costituzionale della protesta. Secondo il Procuratore, il coinvolgimento dei magistrati non è un’interferenza, bensì una necessità democratica, soprattutto alla luce delle modalità con cui la riforma è stata approvata nelle aule parlamentari. “Non è questa la sede, né il momento opportuno, per sviscerare i tecnicismi per i quali, in linea con quanto espresso anche dall’Associazione Nazionale Magistrati, abbiamo manifestato un netto rifiuto verso questo progetto di riforma costituzionale. Tuttavia, sollecitato dalla sua domanda, vorrei specificare che le nostre sono esclusivamente argomentazioni giuridiche. Non siamo scesi nell’agone politico: la nostra non è una battaglia di parte, bensì un confronto che trova la sua legittimazione nel fatto stesso che si stia discutendo di una profonda revisione di uno dei poteri costituzionali. Dinanzi a una riforma di tale portata, approvata peraltro senza una maggioranza qualificata e dunque soggetta al meccanismo del referendum costituzionale confermativo, è impensabile che la magistratura, sia nelle sue forme associative sia attraverso i singoli magistrati, non partecipi attivamente al dibattito”, ha proseguito Alfano. Il riferimento al mancato raggiungimento della maggioranza dei due terzi in Parlamento è un punto nodale. Quando la Carta Fondamentale viene modificata senza un consenso vasto e trasversale, la parola torna necessariamente al popolo attraverso lo strumento del referendum confermativo, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione. In questo passaggio delicato, il contributo tecnico di chi quella Costituzione è chiamato ad applicare ogni giorno diventa un elemento imprescindibile per permettere ai cittadini di compiere una scelta consapevole. La magistratura, dunque, non si pone come una controparte politica, ma come un custode di princìpi che precedono e superano le contingenze delle singole legislature. L’analisi di Alfano si è poi spinta oltre la cronaca politica, toccando le corde della funzionalità del sistema e del rapporto tra lo Stato e il cittadino. La preoccupazione principale che anima il fronte del No tra i magistrati non risiede nella difesa di presunti privilegi corporativi, ma nella salvaguardia di un modello di giustizia che garantisca la terzietà e l’efficienza. Il rischio paventato è che, dietro la maschera di una modernizzazione necessaria, si nasconda un indebolimento dell’autonomia dell’ordine giudiziario, con conseguenze dirette sulla qualità della tutela dei diritti. “Quello che mi preme evidenziare è che il nostro No è convinto poiché mira a garantire, ancora una volta, il corretto equilibrio tra i poteri dello Stato. L’obiettivo è assicurare che, al di là degli aspetti puramente formali, l’intera magistratura – sia quella inquirente sia quella giudicante – resti costantemente autonoma, equilibrata e al servizio dei cittadini, capace di offrire un servizio giustizia che sia al contempo efficiente e di garanzia”, ha concluso ieri il Procuratore. In queste ultime parole si rintraccia l’essenza di una visione che pone il cittadino al centro. L’autonomia della magistratura, sia per chi conduce le indagini sia per chi è chiamato a emettere le sentenze, non è un concetto astratto o un feticcio ideologico, ma la condizione essenziale affinché ogni individuo possa sentirsi uguale davanti alla legge. Un magistrato che non fosse pienamente autonomo o che fosse percepito come influenzabile dalle dinamiche politiche perderebbe la sua funzione di garante di ultima istanza. Mentre le urne si preparano ad accogliere il responso popolare, l’intervento di Alfano resta come un monito sulla complessità della posta in gioco. La giustizia non è una materia che può essere risolta con slogan o attraverso la polarizzazione dei partiti. Richiede un equilibrio delicatissimo, lo stesso che la Costituzione del 1948 ha cercato di cristallizzare per evitare i ritorni di fiamma di poteri autoritari o la prevaricazione di un potere sugli altri. Il voto di oggi, dunque, non riguarda solo un pacchetto di norme tecniche, ma l’idea stessa di democrazia e il modo in cui questa intende amministrare il diritto nei decenni a venire. La voce della magistratura, pur criticata da chi vorrebbe un silenzio ossequioso, ieri ha ribadito che il diritto ha una sua grammatica che non può essere piegata alle esigenze della propaganda.