Lembo: Giustizia, una riforma liberale - Le Cronache Ultimora
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Lembo: Giustizia, una riforma liberale

Lembo: Giustizia, una riforma liberale

di Erika Noschese

 

 

«Ritengo giusto votare sì». Non usa mezzi termini Andrea Lembo, già consigliere comunale di Campagna e dirigente del Pd, annunciando il suo voto favorevole al referendum confermativo del 22 e 23 marzo.

Lembo, referendum giustizia. Lei è per il sì…

«Assolutamente. La mia formazione giuridica mi impone di ragionare sulle norme, sulla loro coerenza sistematica, sulla loro prevedibile incidenza e applicazione. Per questo, con assoluto rispetto per le posizioni diverse, ritengo giusto votare sì. Mi lasci dire che, nel corso del dibattito pubblico seguente all’approvazione della riforma, la critica “politica” ha soverchiato di molto il merito tecnico, dando l’impressione che si stia argomentando fra chi è contro e chi è a favore dei magistrati. Non è questa la discussione e, se lo fosse, non avrei alcun dubbio sulla parte per cui spendermi. Tuttavia, la propaganda sul tema ha raggiunto livelli di brutalità tali da avvelenare ogni approfondimento. È diritto di ognuno prendere parte al dibattito ma la demonizzazione di chi la pensa diversamente non produce nessuna riflessione utile alla comprensione delle opportunità o criticità che la riforma pone. Il mio è un sì ragionato, disponibile all’ascolto delle ragioni altrui, purché non si voglia prescindere dal merito testuale delle norme e procedere nella discussione con speculazioni indimostrabili e previsioni incompatibili con l’ordinamento vigente e/o riformato. È un sì mite, che non rinuncia a coltivare il dubbio quando emerge ma non è disponibile ad essere soffocato e confuso con la propaganda politica di qualunque parte».

Perchè scegliere di votare sì, secondo lei?

«Per restituire prestigio alla magistratura nel suo complesso e risolvere, finalmente, il tema della terzietà ed imparzialità del giudice. È un percorso cominciato fin dagli albori della Repubblica, con la VII disposizione transitoria, proseguito con le varie riforme dell’ordinamento giudiziario, con la riforma del codice fascista ad opera di Giuliano Vassalli nel 1988, con l’introduzione del principio del giusto processo nel 1999. È lungo e travagliato il percorso, come dimostra l’acceso dibattito in corso. Non è un caso che il Presidente della Repubblica abbia ammonito le parti a mantenere civile il confronto e che, nel farlo, abbia scelto il luogo simbolo della contesa, il CSM. Votare sì non significa voler aprire la strada alle invasioni barbariche ma offrire un’opzione alternativa al sistema di organizzazione attuale delle toghe, senza minarne autonomia e indipendenza da ogni altro potere dello Stato, ribadito all’art. 104 nella stessa formulazione attuale. Non vedo pericoli o sproporzioni che avallino la preoccupazione della sottomissione della magistratura alla politica. Il sorteggio dei componenti degli organi di autogoverno viene definito squalificante e, addirittura, foriero di aberrazioni politiche. Ma se guardiamo all’istituto del sorteggio, è già ampiamente previsto e accettato: le Corti di assise ne sono esempio, come anche il Tribunale dei ministri. Ancora, il procedimento a carico del Presidente della Repubblica: in questo caso gravissimo, la Corte costituzionale viene integrata da 16 giudici estratti a sorte. L’Alta Corte, infine, garantisce maggiore imparzialità e terzietà nei giudizi disciplinari ed era una proposta contenuta anche nel programma elettorale di chi oggi avversa la riforma».

Separazione delle carriere, come spiegarlo ai cittadini?

«Le metafore si sono sprecate. La più efficace che ho ascoltato è quella dell’arbitro di calcio che, evidentemente, non può indossare la stessa maglietta di una delle due squadre in campo. Ricordiamo però che è materia delicata, da trattare con il dovuto rispetto. In materia penale si discute sempre di principi che incidono in maniera significativa sulla vita delle persone.

Separare le carriere di coloro che nel processo portano elementi di accusa da quelli che devono valutarli, mi pare una riforma liberale: non un disegno eversivo ma il completamento costituzionale del principio del giusto processo. Vi sono numerosissime democrazie occidentali in cui il principio è pacificamente accettato, anzi preteso. In Francia, le carriere dei magistrati sono separate e il PM è sottoposto al Ministro della Giustizia: ciò non ha impedito che un ex Presidente venisse indagato, tanto per anticipare il tema del controllo politico della magistratura inquirente. Viceversa, i Paesi in cui non vige il principio della separazione delle carriere non sono campioni in materia di libertà individuali: Egitto, Cina, Russia, Turchia, Iran, per citarne alcuni. Il principio vigente mal si concilia con l’impostazione democratica e repubblicana del nostro Stato. Separare le carriere vuol dire rendere terzo chi giudica rispetto a chi accusa».

Il referendum sembra materia per gli addetti ai lavori. E’ davvero così?

«Al contrario. Si tratta di materia vivissima, perché al centro del processo penale vi è una sola cosa: la persona, sia essa indagata, imputata, parte offesa. È diritto-dovere di ogni cittadino formarsi un’opinione ed esprimerla tramite il voto. Spero sempre in un’alta affluenza, a prescindere dal risultato che auspico».

Perchè un tema così delicato oggi sembra così lontano dai cittadini?

«Probabilmente il dibattito politico non ha aiutato a chiarire i temi. Ma è comprensibile: quando si litiga accusandosi vicendevolmente, difficilmente emergono ragioni. Si finisce a tifare per qualcuno o ci si allontana. Su questo tema occorrerebbe comprensione reciproca e condivisione massima. La maggioranza parlamentare, invece, ha proceduto inesorabile, sbagliando».

Cosa cambierebbe con la vittoria del sì?

«L’influenza delle correnti interne alla magistratura negli organi di autogoverno sarebbe limitata, il merito professionale delle toghe maggiormente garantito. Mi pare un obiettivo condivisibile. Per i cittadini, invece, si realizzerebbe un ulteriore elemento di garanzia processuale. Qualora prevalesse il no, credo invece che ulteriori tentativi di riforma dovranno attendere parecchio per vedere la luce, con buona pace di tutti i cosiddetti riformisti».

Di cosa ha bisogno oggi la giustizia…

«Di tante cose. Più personale negli uffici, per velocizzare procedimenti e adempimenti. Stabilizzare coloro che sono stati impiegati nell’ufficio per il processo, per l’importante contributo dato allo Stato. Risorse per la formazione e la digitalizzazione. Più risorse alle forze dell’ordine. Un piano per le carceri italiane, per rimediare alle condizioni di estrema precarietà del sistema, per posti e qualità delle strutture. L’umanità con cui si tratta l’ultimo dei detenuti è la vera cifra di civiltà in uno stato democratico, dovremmo ricordarlo più spesso. Tutte cose che si affrontano con legge ordinaria e che non c’entrano con il referendum sull’ordinamento dei magistrati».

Quali sono le criticità che potrebbe risolvere questo referendum?

«L’autorevolezza e credibilità della magistratura, dopo lo scandalo del 2019, è stata compromessa, scaraventata nel dibattito pubblico. Credo che la riforma possa restituire il prestigio che si deve all’istituzione, recidendo una volta e per tutte l’obiezione della sua politicizzazione, con effetti positivi per tutti i cittadini».