di Erika Noschese
«Nei luoghi di lavoro, dove le dinamiche di potere possono essere molto forti, la centralità del consenso è fondamentale per prevenire molestie e ricatti, per formare le aziende e per tutelare le lavoratrici». A dirlo Carmen Morra, segretario provinciale Filt Cgil Salerno, commentando il cosiddetto Decreto/DDL Bongiorno sulla violenza sessuale ha modificato l’impianto originario sostituendo il riferimento esplicito al “consenso” con formule legate al “dissenso” o alla “volontà contraria”.
Segretaria, il cosiddetto Decreto/DDL Bongiorno sulla violenza sessuale ha modificato l’impianto originario sostituendo il riferimento esplicito al “consenso” con formule legate al “dissenso” o alla “volontà contraria”. Dal vostro punto di vista, questo cambiamento lessicale rappresenta una semplice scelta tecnica oppure rischia di incidere sul principio fondamentale dell’autodeterminazione della persona, con possibili ricadute culturali e giuridiche anche nei luoghi di lavoro?
«Il cambiamento dal riferimento esplicito al consenso a formule basate sul dissenso o sulla volontà contraria non è una semplice scelta tecnica.
Le parole, soprattutto in materia di violenza di genere, hanno un peso culturale e giuridico enorme. Il principio del consenso mette al centro l’autodeterminazione della persona, afferma che un rapporto è lecito solo se entrambe le parti esprimono una volontà che è libera. Spostare l’attenzione sul dissenso rischia invece di riportarci ad una logica difensiva, in cui è la vittima a dover dimostrare di essersi opposta. È un cambio di prospettiva che produce ambiguità interpretativa ma soprattutto indebolisce il percorso culturale che da anni stiamo cercando di costruire per affermare che solo il sì è un sì. Dal punto di vista sindacale, questo non è un dettaglio. Nei luoghi di lavoro, dove le dinamiche di potere possono essere molto forti, la centralità del consenso è fondamentale per prevenire molestie e ricatti, per formare le aziende e per tutelare le lavoratrici. Se il messaggio pubblico si sposta dal consenso al dissenso, il rischio è di alimentare una cultura che ancora una volta chiede alle donne di dimostrare qualcosa, invece di riconoscere pienamente il loro diritto all’autodeterminazione. Per questo guardiamo con attenzione a ogni modifica normativa che possa avere ricadute non solo nei tribunali, ma anche nella vita quotidiana e nelle relazioni di lavoro. La lotta alla violenza di genere passa anche dal linguaggio e dalla chiarezza dei principi che scegliamo di affermare».
Sempre più aggressioni tra il personale tpl e ferroviario, cosa fare per i lavoratori?
«Le aggressioni al personale ferroviario e del Trasporto Pubblico Locale rappresentano oggi una vera emergenza nazionale. I dati istituzionali confermano un fenomeno strutturale e crescente che colpisce quotidianamente il personale di front line – macchinisti, capotreno, verificatori, autisti, addetti all’assistenza – impegnato a garantire un servizio pubblico essenziale. Come Organizzazione Sindacale denunciamo da anni questa escalation e chiediamo misure strutturali di prevenzione, protezione e deterrenza. Il primo passo è stato il protocollo sottoscritto nel 2022 tra il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il Ministero dell’Interno e le parti sociali, che ha previsto maggiore presenza delle forze dell’ordine sulle tratte a rischio, cabine di guida protette, mezzi dotati di sistemi di sicurezza integrati e canali di emergenza dedicati al personale. Oggi quel percorso si è rafforzato con il tavolo attivo presso il MIT per la promozione della sicurezza nel Tpl, al quale partecipano Mit, Ministero dell’Interno, Conferenza Stato-Regioni, Anci, Organizzazioni Sindacali firmatarie di Ccnl e associazioni datoriali. È un confronto istituzionale ampio che ha l’obiettivo di contrastare in modo strutturale le aggressioni attraverso quattro direttrici: interventi normativi e finanziamenti, tecnologie e caratteristiche costruttive dei mezzi, monitoraggio e collaborazione con le forze dell’ordine, comunicazione e sensibilizzazione. Tra i risultati più rilevanti vi è la proposta di modifica normativa per estendere al personale del trasporto pubblico le tutele già previste per il personale sanitario dal Decreto Legge 137/2024, introducendo specifiche circostanze aggravanti e la fattispecie aggravata di lesioni personali nei confronti degli addetti al servizio pubblico. È un passaggio fondamentale perché riconosce che chi aggredisce un lavoratore del Tpl colpisce un presidio dello Stato e un servizio essenziale per la collettività. Tuttavia, come Organizzazioni Sindacali, ribadiamo con chiarezza un punto politico centrale: l’inasprimento delle pene è necessario, ma non è sufficiente. La priorità deve essere la prevenzione. Occorrono investimenti strutturali in sistemi di sicurezza, progettazione dei mezzi, presidi territoriali e organizzazione del lavoro che riducano a monte il rischio aggressione. La sicurezza non può essere solo risposta penale ex post, ma deve essere costruita ex ante attraverso tecnologia, presenza istituzionale e governance del rischio. Parallelamente è prevista l’emanazione di un decreto che introduce l’obbligo di sistemi di sicurezza a bordo dei mezzi, il collegamento diretto con le forze dell’ordine nei casi di emergenza e dotazioni anti-aggressione strutturali. In questa direzione abbiamo ribadito richieste precise: videosorveglianza capillare a bordo e nelle aree di fermata, cabine di guida realmente blindate e separate dall’utenza, pulsanti di allarme collegati alle centrali operative, presidi fissi nei nodi più critici, assistenza legale automatica e supporto psicologico per le vittime di aggressione. Sul territorio un segnale concreto è rappresentato dall’apertura del presidio di FS Security presso la Stazione di Salerno, con personale dedicato alla sicurezza nelle stazioni e nelle aree ferroviarie e un rafforzamento del coordinamento con la Polizia Ferroviaria e gli operatori RFI. È un elemento positivo sul piano organizzativo e di deterrenza, ma va chiarito con fermezza che FS Security non è e non può essere considerata un presidio di pubblica sicurezza. Non può e non deve sostituire nelle funzioni i tutori dell’ordine. Non è il loro mestiere e non dispongono né delle competenze né della formazione proprie delle forze di polizia. La responsabilità della sicurezza pubblica resta in capo allo Stato e alle forze dell’ordine. Le società di sicurezza possono svolgere un ruolo complementare e di supporto, ma non sostitutivo. Per questo continuiamo a chiedere un rafforzamento strutturale della presenza di Polizia Ferroviaria e forze dell’ordine nei nodi sensibili e sulle tratte a maggiore criticità, perché la tutela dei lavoratori del Tpl è tutela della legalità e della tenuta democratica del servizio pubblico».
Tpl, firma del Pef fondamentale. Perché?
«Senza la firma del Pef siamo fermi alle intenzioni. La sottoscrizione non è una formalità burocratica ma l’atto con cui tutte le parti coinvolte si assumono ufficialmente responsabilità economiche, giuridiche e operative. È lo spartiacque tra il dire e il fare, perché con la firma il Piano diventa un impegno formale e soprattutto viene certificata la sua sostenibilità economico-finanziaria, passaggio indispensabile per l’accesso ai finanziamenti. Senza copertura finanziaria non può esserci servizio e senza certezze economiche non può esserci stabilità occupazionale.
Come Organizzazione Sindacale la nostra priorità resta la stabilità e la qualità del lavoro, che passano inevitabilmente per la solidità dell’impresa e per la piena esigibilità degli impegni assunti. Per questo chiediamo che si proceda alla firma in tempi rapidi per una questione di chiarezza, trasparenza e responsabilizzazione di tutti i soggetti istituzionali e gestionali coinvolti. Chi firma si impegna a rispettare tempi e costi previsti, modalità di gestione, livelli di servizio per i cittadini, piani di equilibrio economico, evitando salti nel buio e scarichi di responsabilità. Ma per noi c’è un punto imprescindibile: la clausola sociale deve essere parte integrante e sostanziale del percorso, a tutela della continuità occupazionale, dei diritti acquisiti e dell’applicazione piena del Ccnl di riferimento. Non può esistere un nuovo assetto del Tpl che produca lavoratori di serie A e lavoratori di serie B, con disparità economiche e normative tra addetti che svolgono le medesime mansioni nello stesso bacino di servizio.
L’uniformità dei trattamenti, la salvaguardia dei livelli occupazionali e la garanzia delle condizioni contrattuali sono condizioni non negoziabili. Solo attribuendo con chiarezza le responsabilità e garantendo la clausola sociale possiamo assicurare l’avvio operativo del progetto in un quadro di certezza per i lavoratori e di efficienza per la comunità. Il giorno dopo la firma si sblocca la macchina operativa: si potranno stipulare i contratti definitivi, avviare gli investimenti infrastrutturali, attivare i nuovi servizi e procedere alla corretta rendicontazione. Finché quella firma non c’è, tutto resta congelato.
Per la nostra organizzazione sindacale la firma del PEF significa dare certezze ai lavoratori, evitare disuguaglianze e garantire un servizio pubblico efficiente e stabile per il territorio. È il primo vero passo per far partire il motore del Trasporto Pubblico Locale su basi solide, eque e sostenibili».





