Sannazzaro: Lo sconforto del teatro salernitano - Le Cronache Attualità
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Sannazzaro: Lo sconforto del teatro salernitano

Sannazzaro: Lo sconforto  del teatro salernitano

12 settembre 1943 l’università Federico II di Napoli fu devastata e incendiata dai tedeschi: lo scempio fece esplodere la città che dal 27 al 30 settembre visse le famose Quattro Giornate. Nelle prime pergamene di laurea del 1945 campeggiava la Fenice: “Sicut Phoenix ex igni resurgo 1223-1943” Sette secoli di storia gridavano vendetta, e tale fu. Nella notte tra il 12 e il 13 febbraio 1816 toccò al Teatro San Carlo. La causa venne attribuita al fuoco di una lanterna lasciata accesa durante le prove di uno spettacolo. Le fiamme distrussero completamente gli interni, risparmiando soltanto le mura perimetrali. Dalle ceneri, però, il San Carlo rinacque. La ricostruzione fu affidata all’architetto Antonio Niccolini che, in meno di un anno, restituì alla città il suo tempio della cultura, conservandone l’impianto a ferro di cavallo e la maestosa configurazione del boccascena. Una storia, che ancora oggi vibra tra le mura del Massimo partenopeo, e ne testimonia la forza della nostra memoria e della nostra arte. Ieri è stata la volta del Teatro Sannazaro, l’ultima in ordine di tempio, non certo l’ultimo disastro per i templi dell’arte d’Italia L’incendio ha causato il collasso della cupola di copertura della sala, precipitata sulla platea. Sono stati segnalati danni anche agli edifici confinanti. Cinque squadre dei Vigili del Fuoco operano sul posto per lo spegnimento del rogo, la bonifica dei focolai residui e la messa in sicurezza delle strutture interessate. Un incendio ha coinvolto anche alcune abitazioni vicine: diversi residenti sono stati evacuati in via precauzionale, mentre sono in corso verifiche strutturali sugli immobili interessati. La procura di Napoli ha aperto un fascicolo per incendio doloso a carico di ignoti. Queste le parole tecniche per discutere un rogo che certamente ha portato via i cimeli delle grandi anime del teatro che hanno calpestato le tavole di quel palcoscenico. Il Sannazaro, inaugurato nel 1847 e rilanciato nel 1971 da Luisa Conte, è noto per essere stato un palcoscenico fondamentale per grandi artisti come Totò e Raffaele Viviani, e ancora Eleonora Duse, i fratelli De Filippo, Eduardo Scarpetta, Luisa Conte e la direttrice Lara Sansone, era frequentato anche dalle nuove leve del teatro contemporaneo come ad esempio la salernitana Annarita Vitolo, la quale nel 2022 è stata assoluta protagonista de’ Il Baciamano di scritto nel 1993 e rappresentato per la prima volta nel cortile del Palazzo Reale di Napoli nel 1999, di Manlio Santanelli per la regia di un altro artista della nostra provincia, Antonio Grimaldi. Grande sconcerto tra i protagonisti della nostra scena teatrale per l’incendio al Teatro Sannazaro. “Le ferite che colpiscono i luoghi della cultura e della tradizione – ha affermato Vincenzo Albano, direttore artistico del progetto Mutaverso, in programma presso il Piccolo Teatro del Giullare riguardano tutta la società civile. L’ incendio del Sannazaro mi ha profondamente scosso. Mi auguro che sarà solerte la restituzione ai cittadini, non solo napoletani, di uno scrigno così prezioso di storia e di arte”. Un teatro che brucia distrugge non solo un edificio, ma un luogo di memoria collettiva, spesso cancellando in poche ore decenni o secoli di cultura. Ma è in primis la perdita di uno spazio di “Meraviglia”: ovvero di quel luogo dove si guarda con stupore ciò che va oltre l’immaginazione di quello spazio di sospensione della realtà. Accostata ai tempi d’oggi, la parola può significare soltanto “strazio” per un impoverimento del mondo e per la negazione dell’Uomo, che è la guerra. Il silenzio che seguirà domani dovrà vibrare, nell’impercettibilità dei nostri gesti, nella sua volontà di essere protagonisti, non di un’ eco lontana, ma della immediata ricostruzione del luogo. E nel dire le cose, nel dire il silenzio presente nei suoni delle cose, la parola nel suo domandare dovrà riaccendere la meraviglia. Meraviglia che non è solo incanto o superamento estatico della ragione, ma è e continua ad essere riflessione: la riflessione del cogito che prova insieme l’angoscia del silenzio – ossia della morte – e la gioia della parola nel suono delle cose. “Nelle nostre coscienze qualcuno ascolterà risonare quell’interminato “Ewig”, “per sempre”, con cui si chiude “Il canto della Terra” di Mahler, e i confini fra Bene e Male, Tempo e Nulla si dissolveranno in luci calanti” (Paolo Isotta). Olga Chieffi e Gemma Criscuoli