di Elio Giusto*
Il sovraffollamento cronico dei pronto soccorso è diventato uno dei simboli più evidenti della crisi del Servizio sanitario nazionale. Barelle nei corridoi, attese interminabili, personale sanitario allo stremo. Nel dibattito pubblico, la responsabilità viene spesso attribuita a una presunta inefficienza della sanità territoriale e, in particolare, al lavoro dei medici di famiglia. È una lettura diffusa, ma riduttiva, che rischia di spostare l’attenzione dal vero nodo della questione. Il problema principale non è tanto la carenza di risposte sul territorio, quanto la trasformazione profonda della domanda di salute. Negli ultimi anni si è affermata un’aspettativa sempre più pressante: guarire subito, avere una soluzione immediata per ogni sintomo, non tollerare il tempo naturale della malattia. Disturbi comuni e spesso autolimitanti – febbre, tosse, dolori influenzali – vengono vissuti come intollerabili non perché pericolosi, ma perché non si accetta più l’attesa. In questo scenario, il pronto soccorso viene percepito come il luogo in cui ottenere una risposta rapida e definitiva. Non più solo presidio dell’urgenza reale, ma scorciatoia per anticipare esami, terapie e rassicurazioni. È una distorsione del suo ruolo che finisce per travolgerlo. Eppure, il territorio risponde. I medici di famiglia rappresentano il primo filtro del sistema sanitario: valutano, seguono nel tempo, distinguono ciò che è grave da ciò che non lo è, evitano accessi inutili in ospedale. Il loro lavoro non consiste nel “fare di più”, ma nel fare ciò che serve, quando serve. Spiegare che una tosse può durare settimane o che una febbre può oscillare senza indicare un peggioramento non è una mancanza di cura, ma un atto di appropriatezza clinica. Quando questa risposta non coincide con l’aspettativa di guarigione immediata, viene però vissuta come insufficiente. Da qui nasce la migrazione continua tra servizi: si cambia medico, si ricorre alla continuità assistenziale, si approda infine in pronto soccorso. Non perché la situazione clinica sia cambiata, ma perché non si è accettato il limite biologico. C’è poi un aspetto raramente considerato nel dibattito pubblico: l’accesso improprio al pronto soccorso non è neutro dal punto di vista della sicurezza. Andare in PS per un’influenza o per sintomi lievi significa esporsi – e soprattutto esporre gli altri – a un rischio infettivo concreto. Nei pronto soccorso sostano anziani fragili, pazienti immunodepressi, persone con patologie gravi o traumatiche: portare virus respiratori in questi contesti significa aumentare il rischio di contagio proprio per chi è più vulnerabile. È un danno collaterale silenzioso, ma reale, dell’uso improprio dell’emergenza. Il sovraffollamento dei PS, dunque, non è solo organizzativo: è anche clinico e culturale. Non migliora gli esiti di salute, aumenta l’ansia collettiva, consuma risorse e finisce per delegittimare il lavoro dei professionisti, soprattutto sul territorio. Difendere la medicina di famiglia significa riconoscerne il ruolo centrale nel garantire sostenibilità al sistema. Significa accettare che non tutto richiede un intervento immediato, che il tempo è parte della cura e che il “non fare” può essere, a pieno titolo, una scelta medica responsabile. Se vogliamo davvero ridurre la pressione sui pronto soccorso, non basta potenziare strutture e organici. Serve un cambiamento culturale: educazione sanitaria chiara e condivisa, messaggi pubblici coerenti su ciò che è normale e ciò che non lo è, recupero del senso del limite. Continuare a rispondere a ogni richiesta come se fosse un’emergenza significa validare una domanda patologica. E su questa strada, semplicemente, il sistema non può reggere. *Segretario provinciale generale Fimmg Salerno





