A Salerno il festival della zampogna - Le Cronache Salerno
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A Salerno il festival della zampogna

A Salerno il festival della zampogna

di Erika Noschese

 

 

Il 10 gennaio prossimo, la cornice storica del Convento di San Francesco e Sant’Antonio a Cava de’ Tirreni torna a farsi custode di una tradizione millenaria con il Festival delle Zampogne. In un anno di particolare rilevanza spirituale, che segna l’ottocentenario della morte di San Francesco, l’evento si propone come un ponte tra la devozione religiosa e la ricerca etnomusicologica.

Abbiamo incontrato Antonio Giordano, direttore artistico della rassegna e figura chiave della musica popolare campana, per comprendere come questo strumento “a sacca” stia vivendo una nuova stagione di dignità artistica.

Il festival è promosso dai Frati Francescani del Convento di Cava de’ Tirreni. In che modo la sua direzione artistica riesce a far dialogare la spiritualità francescana con la dimensione antropologica e laica della musica tradizionale delle zampogne?

«Si tratta di un dialogo tra sacro e profano che affonda le radici in un passato lontano. Credo che la spiritualità francescana sia, per sua stessa essenza, estremamente vicina all’uomo nella sua vita quotidiana e concreta. Del resto, le zampogne accompagnano da sempre i momenti liturgici e processionali, oltre alle tradizionali novene dell’Immacolata e del Natale, rappresentando il respiro sonoro di una fede profondamente incarnata nel territorio».

Giunto al suo terzo anno di collaborazione, quali trasformazioni ha impresso al festival per far sì che non sia solo una rassegna folcloristica, ma un progetto di ricerca culturale sostenuto dalla Federazione Italiana Tradizioni Popolari?

«Alle immancabili esibizioni delle coppie di zampognari provenienti dalla provincia di Salerno, dal Molise, dalla Calabria e dalla Sicilia, abbiamo voluto affiancare interventi di alto profilo scientifico. Negli anni abbiamo ospitato esperti come il professor Apolito o musicisti di fama nazionale quali Gianni Perilli, Piero Ricci e Benedetto Vecchio.

Se da un lato è affascinante ascoltare le melodie che richiamano l’infanzia, dall’altro è fondamentale divulgare la storia e l’evoluzione tecnica di questo strumento, sia dal punto di vista costruttivo che musicale».

Il suo intervento si intitola “Le Zampogne di Daltrocanto”. Quali sono le chiavi di lettura che intende offrire per elevare la zampogna a patrimonio organologico complesso?

«La zampogna è a tutti gli effetti uno strumento musicale e non può essere relegata a un unico ambito stagionale. Con la Compagnia Daltrocanto abbiamo voluto dimostrare proprio questa versatilità: la zampogna può integrarsi perfettamente, senza mai snaturarsi, con strumenti moderni come la batteria o il basso elettrico, trovando spazio anche in repertori apparentemente distanti, come la canzone folk d’autore».

Quest’anno ricorre il centenario della morte di San Francesco. Come si inserisce il contributo di Padre Fedele Mattera nel tessuto narrativo del festival?

«Padre Fedele Mattera è un francescano ma anche un raffinato ricercatore di strumenti a sacca, come la zampogna, la cornamusa e la piva.

Essendo un profondo conoscitore della vita e delle opere del Poverello d’Assisi, condividerà con il pubblico gli aspetti principali della musica e dei canti legati a San Francesco, offrendo una prospettiva unica in questo anno di commemorazioni».

Il programma prevede zampognari da tutto il Centro e Sud Italia. Quali criteri hanno guidato la scelta degli ospiti di questa edizione?

«Ogni anno cerchiamo di allargare lo sguardo oltre i confini provinciali. Per questa edizione 2026 avremo con noi Giovanni Floreani dal Friuli, gli zampognari di Morano Calabro e, dalla Sicilia, la famiglia Vinci, che partecipa con grande affetto sin dalla prima edizione. Ognuno di loro porterà una specifica variante melodica e un approccio personale allo strumento, offrendo una panoramica completa della ricchezza organologica italiana».

L’evento si conclude con un momento di festa e degustazione. Quanto è fondamentale recuperare la convivialità per restituire la musica popolare alla sua funzione di collante sociale?

«Il festival non è solo ascolto, ma partecipazione. Il momento di fraternità e la degustazione di prodotti tipici sono essenziali per ricreare quel legame comunitario che la musica popolare ha sempre garantito. L’obiettivo della Federazione Italiana Tradizioni Popolari è proprio questo: coniugare la ricerca scientifica con momenti collettivi che riportino lo strumento tra la gente, dalle piazze ai luoghi della spiritualità».

Come pensa che la collaborazione tra istituzioni religiose e federazioni possa stimolare un reale interesse nei giovani?

«La zampogna possiede un fascino primordiale capace di incantare sia gli adulti che i bambini.

La nostra missione non è solo la conservazione museale, ma la trasmissione di una tradizione viva. Proponendo percorsi che uniscano lo studio accademico a momenti ludici e conviviali, mostriamo alle nuove generazioni che la zampogna non è un reperto del passato, ma uno strumento attuale e vibrante».