Aldo Primicerio
E mettiamoci dentro anche lo stop alle intercettazioni dopo 45 giorni. Sono alcuni degli “isterismi” nei quali molti intravedono un vizio di fondo: la concezione autoritaria della politica. Che non accetta lo “scandalo del potere diviso”.
Ma andiamo per ordine. Si ricorderà l’episodio della Diciotti
E’ il 16 agosto 2018. La nave con a bordo 177 migranti è autorizzata ad attraccare a Catania, ma costretta, dall’allora ministro degli Interni Salvini, a tenere confinati a bordo i migranti per 9 giorni. Ed è nota la sentenza con cui la Cassazione ha accolto il ricorso dei profughi stabilendo il loro diritto ad essere risarciti. Ed è anche nota la risposta: la dichiarazione di sfiducia del presidente del Consiglio Meloni nei confronti dell’Alta Corte, perché decisioni simili non avvicinano i cittadini alle istituzioni. Costringono il governo a spendere malamente, per i migranti illegali,“i soldi dei cittadini che pagano le tasse”. Una censura, quella del nostro Presidente, damolti definita paradossale. Perché delegittima i principi su cui si fonda lo Stato di diritto, nel quale vige l’autonomia del potere giudiziario, che non può essere assoggettato, nell’esercizio del suo potere di controllo, alle aspettative maggioranze di governo. Come ben scrive Domenico Gallo, ex-magistrato ed ex-senatore, il disappunto della Meloni è nel presunto sconfinamento della Cassazione in un tema di grande rilevanza politica, come l’immigrazione. Un giudizio che la Cassazione a Sezioni Unite ha smontato, statuendo che l’azione del Governo, seppure con ragioni politiche, non può mai sottrarsi al controllo giurisdizionale se si pone oltre i limiti imposti dalle leggi e dalla Costituzione. In sostanza, la sentenza della Cassazione è, sì, sui temi dell’immigrazione, ma riguarda soprattutto i diritti e le libertà di ogni cittadino italiano. Se li ignorassimo, qualunque abuso del potere politico ai danni dei cittadini italiani sarebbe possibile.
Poi l’abolizione del reato di abuso d’ufficio
Per il Guardasigilli, sulle modifiche il governo è compatto. Per la Cassazione, la presunta riforma Nordio è incostituzionale. Ed è anche inquinata da tante confusioni. La prima è che abolire un reato sarebbe di per sé espressione di cultura garantista. Assolutamente sbagliato, se il reato di cui discute è posto a presidio dei diritti di fronte all’abuso di potere. La seconda confusione è legata all’idea che abolire il reato di abuso d’ufficio favorirebbe una pubblica amministrazione frenata dalla “paura della firma”. Domanda: si può risolvere tutto consentendo ad un pubblico amministratore di operare in aperto conflitto di interessi? Una terza confusione è quella di identificare un abuso d’ufficio in una sorta di reato marginale, quasi inutile. E quindi, ecco che Procure e Tribunali prendono atto dell’abrogazione del reato e rinunciano a procedere pure a fronte di concorsi falsati, di prevaricazione di diritti, di favoritismi a danno di interessi pubblici e privati. Un disastro. Certo, se l’esito è quello di reintrodurre un reato, sarà complesso dichiarare incostituzionale la cosidetta rifoma Nordio. Ma non lo è se – come sostiene la Cassazione – c’è la violazione di vincoli internazionali (od europei). Manca – lo scrive Enrico Carloni, professore di diritto amministrativo all’Univ. di Perugia – la “compensazione” amministrativa all’arretramento del contrasto penale. E qui viene in aiuto la Convenzione delle Nazioni Unite, che mette a nudo l’inadeguatezza della risposta dell’ordinamento italiano, e quindi la incostituzionalità della riforma. Entra qui in gioco il vincolo internazionale e la violazione dell’art. 7 contro la Corruzione (“Ciascuno stato si adopera, conformemente ai principi fondamentali del proprio diritto interno, al fine di adottare, mantenere e rafforzare i sistemi che favoriscono la trasparenza e prevengono i conflitti di interesse”). E quindi la Corte Costituzionale, chiamata in causa, può metterci una mano.
Infine la stretta del Senato alle intercettazioni. Anticorpi dello Stato smantellati dalla cecità della politica
A favore, oltre al centrodx, anche Italia Viva. Insomma gli insofferenti ai paletti giudiziari, i sostenitori delle mani libere. E, considerati personaggi, si comprende. Processi più veloci o, meglio, niente processi? Ma certo. Sindaci, presidenti, assessori, governatori, amministratori senza più il timore della firma, questo l’obiettivo. Purtroppo, in genere, chi è ignorante perché non ha studiato, perché non si documenta, perché non si aggiorna, è chiaro che non ce la fa a comprendere che l’unica riduzione che ne consegue è quella dei diritti della persona. Non si è voluto ascoltare gli esperti, riflettere che le intercettazioni devono avere, sì, una durata, ma devono restare prorogabili senza limiti di tempo. Finché permangono i requisiti e finché non si pervenga a risultati interessanti dal punto di vista probatorio. La cosiddetta riforma Nordio-Meloni sembra non puntare ad altro se non ad un atto politico orientato a indebolire le capacità dello Stato di contrastare con efficacia la criminalità. Si vuole eliminare uno dietro l’altro tutti gli anticorpi dello Stato, tutti i presidi contro le criminalità.
Altro che conservatori. Qui siamo davanti a potenziali distruttori dello Stato
Prima delle modifiche, l’art. 267 del codice di procedura penale prevedeva la proroga di 15 giorni per le captazioni ambientali o telefoniche, ma senza limiti di tempo. Con la modifica ora invece non potranno complessivammente superare i 45 giorni, salvo proroghe eccezionali per i reati più gravi, nei quali il limite è di due anni. Secondo i Pm più esperti, occorrono invece non meno di 4 mesi per capire cosa dicono, quali notizie si scambiano, contro chi tramano i criminali. Inutile stare ad elencare tutti i casi in cui le intercettazioni sono state decisive per inchiodare i nemici dello Stato e dei cittadini. Le proroghe di 15 giorni possono apparire sufficienti solo per gli impediti. E se in quelle 2 settimane ci fosse un occasionale sienzio, un black out criminale? Bisogna affidarsi alla dea bendata, quella della fortuna e del destino? Corre un sottile sospetto. Che i magistrati siano considerati una banda di spioni afflitti dalla mania di sbirciare dal buco della serratura. Insomma, anche dopo la scomparsa di Silvio – che, fra tante miserie umane, in verità lascia davvero un gran vuoto nella politica italiana – continua la cultura dei “giudici matti, mentalmente disturbati, antropologicamente diversi dalla razza umana. Quella cultura per cui occorre esser matti per fare il giudice”. L’Italia, il Bel Paese, con le sue insofferenze…





