8 marzo. Patriarca (Fi): Donne indispensabili per il bene comune - Le Cronache Attualità
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8 marzo. Patriarca (Fi): Donne indispensabili per il bene comune

8 marzo. Patriarca (Fi): Donne indispensabili per il bene comune

«Servono politiche che sostengano l’occupazione femminile stabile, che favoriscano la conciliazione tra lavoro e vita familiare e che rimuovano gli ostacoli che ancora limitano le opportunità». Parla così l’onorevole Annarita Patriarca, deputata di Forza Italia che, in occasione della giornata internazionale delle donne, commenta gli ultimi dati Inps sulla disparità tra uomo e donna nel mondo del lavoro. Per l’occasione, la Patriarca – a margine di un evento organizzato ad Albanella da Giovanni Lamberti e Luigi Cerruti per il Referendum – ha ribadito la necessità di votare sì per cambiare un sistema che oggi ha inevitabilmente bisogno di essere rivisto.

Onorevole, siamo agli ultimi giorni di campagna elettorale. Perché, secondo lei, è importante votare sì?

«Perché significa assumersi una responsabilità nell’interesse dei cittadini e per la tutela dei valori fondamentali della nostra Costituzione. Occorre ragionare ascoltando non chi parla alla pancia del Paese, ma chi guarda alla sua architettura costituzionale. Il punto di partenza è l’articolo 111 della Costituzione. Dal 1999 il “giusto processo” è un parametro costituzionale: contraddittorio nella formazione della prova, parità tra accusa e difesa, giudice terzo e imparziale. Non è un dettaglio tecnico, ma un vincolo sistemico che orienta l’intero assetto processuale. Per questo il referendum non è una battaglia identitaria né una resa dei conti tra poteri. È una questione di coerenza costituzionale. La nostra architettura processuale è chiaramente orientata al modello accusatorio e un modello accusatorio esige, come presupposto logico e sistemico, un giudice realmente terzo e imparziale. Aggiungerei che il giudice non solo deve essere tale ma deve anche apparire ed essere percepito come tale».

La riforma della giustizia può davvero dare una svolta alle criticità che vive il sistema giudiziario?

«Il sistema giudiziario italiano ha bisogno prima di tutto di rafforzare la fiducia dei cittadini. E la fiducia nella giurisdizione è un bene primario in uno Stato di diritto. La Corte costituzionale ha più volte ricordato che l’imparzialità del giudice è un principio supremo dell’ordinamento. E anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiarito che l’imparzialità non deve essere soltanto soggettiva, ma anche oggettiva: conta cioè l’assetto istituzionale che deve escludere ogni ragionevole dubbio di parzialità. La terzietà, dunque, non è un valore astratto, ma una condizione strutturale. E rafforzare le condizioni che rendono visibile e credibile questa terzietà significa rafforzare la stessa autorevolezza della giurisdizione.
Bisogna far comprendere che le due figure pubbliche del processo, requirente e giudicante, pur appartenendo entrambe all’ordine giudiziario, esercitano prerogative e compiti diversi, che hanno bisogno di riconoscersi in professionalità tra loro non sovrapponibili, per garantire quell’equità del giudizio che trova le sue fondamenta nella necessaria terzietà di chi emette la sentenza».

Anche la provincia di Salerno si è mobilitata con numerosi eventi su tutto il territorio: un segnale importante…

«Così si dimostra che su questi temi c’è una partecipazione consapevole. Quando si parla di giustizia e di Costituzione è giusto che il confronto esca dalle sedi specialistiche e diventi un dibattito pubblico. In queste settimane ho visto amministratori, professionisti, studenti e cittadini partecipare a incontri e momenti di approfondimento. Questo dimostra che la giustizia non è percepita come una questione per addetti ai lavori, ma come un tema che riguarda la qualità della nostra democrazia. È un grande segnale di maturità, specie quando i confronti mantengono l’obiettivo dell’informazione corretta e consapevole ai cittadini e non si trasformano in match tra tifoserie».

Separazione delle carriere: come spiegare ai cittadini cosa cambierebbe realmente?

«L’imparzialità non può essere soltanto soggettiva. Deve essere anche ordinamentale. Se il giudice appartiene allo stesso circuito dell’accusa, con permeabilità di carriere e percorsi comuni, la percezione, prima ancora che la realtà, dell’equidistanza si indebolisce. La separazione delle carriere non è una sfiducia nella magistratura. È l’attuazione coerente dell’articolo 111 della Costituzione. L’unità della magistratura, sancita dall’articolo 104 della Costituzione, tutela l’indipendenza dal potere politico. Ma l’unità non coincide con l’indifferenziazione funzionale e strutturale. Il pubblico ministero, resta indipendente, soggetto soltanto alla legge, ma esercita una funzione ontologicamente diversa rispetto a quella del giudice».

Domenica si celebra la Giornata internazionale della donna. Donne e politica: è ancora così difficile ricoprire ruoli apicali?
«Negli ultimi anni le donne hanno conquistato spazi importanti nelle istituzioni, ma il percorso verso una piena parità non è ancora compiuto. La presenza delle donne nei luoghi decisionali non è solo una questione di rappresentanza. È una questione di qualità della democrazia. Lo ha ricordato anche Papa Francesco quando ha detto che “le donne hanno quella straordinaria capacità di tenere insieme i sogni e la concretezza”. Quello che manca è forse un contrappeso, un bilanciamento di sguardo, quello appunto dell’universo femminile, più propenso ai compiti di custodia del mondo e delle future generazioni, di arricchimento attraverso la relazione piuttosto che con lo scontro. Lo sguardo delle donne, dove si decide, diventa una necessità per lo sviluppo sostenibile, è una opportunità di confronto e contemperamento per le dinamiche maschili. La presenza delle donne non è un obiettivo numerico, un traguardo contabile su stipendi e posti nei Cda, ma l’indispensabile presupposto per perseguire obiettivi di bene comune: clima e cura del pianeta, lotta alla povertà, pace e giustizia, tutela dei minori e delle persone fragili, comunità e città sostenibili, consumo responsabile. Non è più in gioco solo una questione di diritti di una parte del genere umano, ma di responsabilità da condividere insieme per un futuro migliore. Se sapremo costruire politiche realmente inclusive, fondate sulla piena partecipazione delle donne alla vita pubblica, potremo costruire comunità più forti e più giuste».

Dagli ultimi dati Inps emerge ancora una forte disparità tra donne e uomini anche sul fronte dei contratti. Come invertire questo trend?

«I dati ci ricordano che la piena partecipazione delle donne al mondo del lavoro è ancora una sfida aperta per il nostro Paese. La disparità contrattuale e salariale non è soltanto una questione di equità sociale. È anche una questione di sviluppo. Una società che non valorizza pienamente il lavoro e il talento delle donne rinuncia a una parte fondamentale della propria energia. Per questo servono politiche che sostengano l’occupazione femminile stabile, che favoriscano la conciliazione tra lavoro e vita familiare e che rimuovano gli ostacoli che ancora limitano le opportunità. È un tema anche quello dei posti asili nido, la cui implementazione consente a tante madri di non dover scegliere tra carriera e famiglia».

Tornando al referendum sulla giustizia: un appello al voto. Perché, secondo lei, bisognerebbe votare sì?

«Questo referendum non è contro qualcuno e non è contro la magistratura. Rafforzare la terzietà del giudice, chiarire i ruoli nel processo e intervenire sull’autogoverno della magistratura significa il contrario: significa rendere più credibile l’intero sistema. Il “sì” è quindi un voto per una giurisdizione più forte perché più autonoma e indipendente, realmente terza nell’esprimere il giudizio, per un autogoverno più credibile e per una giustizia che non sia percepita come parte, ma come arbitro. Non è una riforma contro qualcuno. È una riforma per i cittadini».