di Maria Rosaria Aliberti*
Annarita Patriarca, Raffaele De Rosa, Pino Bicchielli e Livio Petitto hanno presentato due ricorsi al Collegio nazionale dei Probiviri sul congresso regionale di Forza Italia in Campania. Saranno gli organi competenti a esaminare gli atti, verificare le procedure e assumere le decisioni che riterranno necessarie. Ma sarebbe un errore pensare che tutto possa esaurirsi lì. Quando, dentro un partito, si rende necessario ricorrere ai suoi organi di garanzia per questioni che riguardano regole, trasparenza e partecipazione, significa che si è aperta una ferita. E le ferite non si rimarginano con una formula burocratica, né facendo finta che non esistano. Lo dico con amarezza. Vedere Forza Italia attraversare divisioni così profonde fa male a chi continua a riconoscersi nella sua storia e nella sua identità liberale, popolare ed europea. A chi ha scelto questo partito per convinzione e non per convenienza. Le tessere si contano, ma le comunità si costruiscono. E una comunità politica non è fatta soltanto di numeri. È fatta di persone che si riconoscono, si ascoltano e accettano di camminare insieme anche quando non la pensano allo stesso modo. È questo il senso di comunità che temo si stia perdendo. Il confronto non mi spaventa. Le differenze non mi spaventano. In politica sono spesso un segno di vitalità. Mi preoccupa, invece, che chi esprime una posizione diversa possa finire per essere escluso, che le regole vengano vissute come un ostacolo anziché come una garanzia, che la partecipazione resti una bella parola nei documenti e trovi sempre meno spazio nella realtà. Ma c’è qualcosa che mi preoccupa ancora di più. Mentre discutiamo di ruoli e appartenenze, rischiamo di dimenticare il motivo per cui un partito esiste: dare risposte al Paese. Alle famiglie e alle imprese che chiedono soluzioni, non slogan. Ai giovani che non possono essere costretti a cercare altrove il proprio futuro. Ai diritti e alle libertà che devono trovare spazio nella vita quotidiana. Al ruolo che l’Italia vuole avere in Europa e nel Mediterraneo. Sono queste le questioni sulle quali dovremmo confrontarci. Anche duramente, se necessario. Ma nel merito, con idee e proposte. Forza Italia non può vivere soltanto della propria memoria. La sua storia è importante, ma non può sostituire il futuro. E allora la domanda non è soltanto chi debba guidare il partito. La domanda è quale partito vogliamo essere. Un partito ripiegato sui propri equilibri interni? Oppure una forza capace di aprirsi, valorizzare competenze, accogliere energie nuove e dare rappresentanza a chi non si riconosce negli estremismi e non vuole rinunciare alla libertà? Ho scelto Forza Italia perché mi riconosco nella sua identità liberale, popolare ed europea. E proprio perché ci credo, non riesco a considerare tutto questo una semplice controversia congressuale. Non mi interessa una resa dei conti. Mi interessa che si affrontino le ragioni di una divisione che non possiamo permetterci di ignorare. La vicenda campana può ancora diventare un’occasione per affrontare questioni che vanno ben oltre un congresso. A condizione che non ci si limiti a chiudere una controversia, lasciando irrisolte le ragioni che l’hanno provocata. Perché una decisione può chiudere un ricorso. Non può, da sola, ricostruire una comunità politica. E il futuro di Forza Italia non si decide soltanto negli organigrammi. Si decide, soprattutto, nel partito che avremo il coraggio di costruire.
*Già capogruppo Forza Italia Sarno







