Geppino Afelyta
Non è facile rappresentare la vita di Vincenzo D’Agostino in poche parole, io che ho avuto modo di conoscerlo a fondo, frequentarlo per lavoro e per le tante produzioni discografiche che ho seguito, ne posso solo dare una breve sfaccettatura che rende però chiara la sua personalità e capacità geniale poetica. Si diceva che Vincenzo d’Agostino non camminasse: attraversasse. Le strade, per lui, erano corridoi di possibilità, e ogni volto incontrato una storia che chiedeva solo di essere liberata. Portava sempre con sé un taccuino o dei fogli, le pagine gonfie di parole che sembravano voler scappare via da sole, come se non potessero aspettare di diventare canzoni. Una mattina d’inverno, mentre Napoli ancora sbadigliava, Vincenzo si fermò davanti a un vecchio molo. Il mare era grigio, ma lui lo guardava come si guarda un sipario pronto ad aprirsi. «Ogni onda è una frase che non ho ancora scritto», mormorò. Era questo il suo dono: vedere poesia dove gli altri vedevano soltanto il quotidiano. Non cercava l’ispirazione, la riconosceva. La trovava nel sorriso stanco di un pescatore o di un amico, nel passo incerto di un bambino che imparava a correre, nel profumo di caffè che usciva da una finestra aperta. E da quelle piccole emozioni nascevano parole che sapevano toccare, consolare, incendiare l’animo. Un giorno, una giovane cantante lo raggiunse mentre lui annotava qualcosa su un tovagliolo. «Maestro, come fate a scrivere testi che sembrano parlare proprio a chi li ascolta?» Vincenzo sorrise, senza alzare lo sguardo. «Io non scrivo per chi ascolta. Scrivo per chi sente. È diverso.» La ragazza rimase in silenzio, colpita da quella semplicità che sapeva di verità. «E cosa state scrivendo adesso?» «Una canzone che non esiste ancora, ma che già mi chiama», rispose. «Le parole arrivano sempre prima della musica, come se sapessero già dove vogliono andare.» La capacità magica e talentuosa era sempre quella di cucire l’abito adatto ad ogni artista, sottolineando un percorso umano e singolare, questo era il modo di condividere con un compositore, una vera opera per un successo garantito e gli artisti sono stati tanti, per citarne alcuni: Gigi D’Alessio, Nino D’angelo, Mario Merola, Gigi Finizio, Sal Da Vinci, Ida Rendano, Tony Colombo, Gianni Fiorellino, Rosario Miragio, Anna Tatangelo, Alessio,Franco Ricciardi, soltanto per rammentare alcuni. Solo la passione della scrittura è riuscita ad affermare canzoni che ascolteremo certamente per i prossimi decenni e se volete approfondire per conoscere il mondo di ogni titolo dei brani, potete farlo cercando tra gli album di ogni artista citato. Quando accadeva ciò,una volta gli chiesi dove trovasse tanta ispirazione emozionale, finalmente sollevò gli occhi, in quel momento il sole ricordo stava tramontando, tingendo il cielo di un arancio che sembrava dipinto apposta per lui. «Geppi’», disse indicando l’orizzonte, «la realtà è solo un punto di partenza. Il resto lo fa la visione.» E in quel momento capii perché tutti lo chiamavano visionario: non perché prevedesse il futuro, ma perché sapeva trasformare il presente in qualcosa di più grande, più luminoso, più umano. Vincenzo d’Agostino non era solo un paroliere. Era un ponte tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. E ogni sua parola, ancora oggi, continua a ricordarlo. Come le sue battute piene di ironia e con i tempi teatrali che lo contraddistinguevano, Vincenzo d’Agostino aveva un modo tutto suo di stare al mondo: non parlava alle persone, parlava con le loro emozioni. Le trattava come creature vive, delicate, da accarezzare con la punta delle dita. Diceva spesso che le parole non si scrivono, si coltivano. E lui, in fondo, era un giardiniere. Ogni mattina apriva la finestra e lasciava entrare l’aria fresca, convinto che l’ispirazione avesse bisogno di spazio per muoversi. Il vento gli portava profumi, ricordi, frammenti di vite altrui. Lui li ascoltava in silenzio, come si ascolta un vecchio amico che torna dopo anni. Ricordo un giorno, mentre passeggiavamo lungo un vicolo antico, vide una donna seduta sui gradini di una chiesa. Piangeva senza rumore, come fanno le persone che non vogliono disturbare il mondo. Vincenzo si fermò, non per curiosità, ma perché sentì che lì, in quel dolore trattenuto, c’era una storia che chiedeva di essere liberata. Non le chiese nulla. Si sedette accanto a lei e tirò fuori il suo taccuino. Scrisse poche righe, rapide, come un battito d’ali. Poi strappò il foglio e glielo porse. La donna lo lesse. Le lacrime si fermarono, come se quelle parole avessero trovato il punto esatto in cui il dolore si annida per scioglierlo. «Come avete fatto?» sussurrò. «Non ho fatto niente», rispose lui. «Ho solo ascoltato quello che non riuscivi a dire.» Era questo il suo segreto: non inventava emozioni, le liberava e affascinava magicamente, perché un visionario non è chi vede lontano, ma chi vede ciò che accade. Avrei sempre voluto passare le ore, le giornate intere per condividere il suo essere e la sua simpatia contagiosa ma era spesso anche irrequieto e quindi doveva lasciarti magari immediatamente con un problema da risolvergli, ed io dovevo reclamare: “Vince’ ma sto casino come lo risolviamo?” e lui: «Non temere», parlando piano. «Ci darò poi forma!» ORA CHE È VOLATO VIA PER SEMPRE, POSSO SOLO RIASCOLARLO ATTRAVERSO QUEI RACCONTI DELLE SUE POESIE ROMANTICHE, AVVOLTI SEMPRE DA UNA MUSICA COLORATA COME L’ARCOBALENO.





