Di Olga Chieffi
“In principio era il ritmo”, amava ripetere il compositore e direttore d’orchestra tedesco Hans von Bülow. E aveva ragione. Il ritmo è il polso della vita, basti pensare che il primo suono che un individuo percepisce è il battito del cuore della madre. Proprio il battito cardiaco rappresenta, insieme al respiro, il ritmo che ci tiene in vita. Per questo, il ritmo è innato in ognuno di noi, in un legame profondo e indissolubile con la nostra anima. Il ritmo è legato a filo doppio agli strumenti a percussione: la loro storia procede di pari passo con quella dell’uomo, tanto da poter essere considerati i più antichi strumenti del mondo, compagni in guerra, nella danza, nelle cerimonie. Utilizzati da principio come importante mezzo di comunicazione, si sono affermati nel corso dei millenni nei rituali popolari, unendo tribù e intere civiltà. Chi di noi non si è ritrovato a “tamburellare” con le dita sul tavolo, o ad accompagnare un brano con il battito delle mani o a far vibrare il bicchiere di cristallo o la bottiglia con lo schiocco delle dita? Tutto questo è esternare un’emozione attraverso le percussioni, impazienza, protesta, gioia. L’ Odissea di Stefano Accorsi, protagonista dello spettacolo di Daniele Finzi Pasca, ospite del cartellone del Teatro Verdi di Salerno, fino a domenica, il racconto di “Nessuno. Le avventure di Ulisse”, passa per le percussioni dell’ anima di Francesca Del Duca, la quale nella narrazione del viaggio di Odisseo, ha creato un vero e proprio spazio e tempo sonoro, colori, espressione e massima precisione, mai tralasciando la visibilità e la spettacolarità nell’ambito dell’esecuzione, divenendo esse stesse attrici. Tempus fugit per Ulisse, le lingue si incrociano, si “imbrogliano”, direbbe Eduardo, per uno Stefano Accorsi che si ritrova a dar voce ad un Priamo che parla il dialetto romagnolo, durante il ritrovamento del famoso cavallo di Troia, un elemento ruotante unico elemento scenografico, trasformato in caverna di Polifemo, in nave, in salone dei banchetti di Eolo, catapultandoci quasi in un film di Fellini. Ma questo Ulisse parla tante lingue, il greco, il volgare fiorentino di Dante, l’inglese di James Joyce, ancora la lingua di Arthur Charles Clarke e il segno cinematografico di Stanley Kubrick effigiato sulla struttura di metallo in scena. Ulisse è un pugile, Accorsi si presenta con lo stivaletto da boxe e le mani ben fasciate. Il palcoscenico è un ring che è specchio della vita e l’ Odissea non è altro che un viaggio iniziatico, come il Pinocchio o il Die Zauberflote, per tutti, sin dall’inizio. L’espediente del cavallo, dal quale si esce solo aprendo dall’esterno, ovvero dal ventre, rappresenta una nascita che avviene dalla trasgressione, è la trasgressione. E come ogni violazione comporta sofferenza, tensione radicale, disagio e timori, ma anche conquista di conoscenza. Si è osservato che travel, viaggio, e travail, il travaglio del parto, hanno in inglese la stessa radice e il viaggio resta una scelta di libertà. E’ il viaggio di Ulisse, ritorno e formazione, oltre a essere un ritorno fisico a casa, il viaggio è un itinerario di crescita interiore, dove le avventure pericolose funzionano da prove iniziatiche. Troia, l’Isola dei Lotofagi, la Terra dei Ciclopi, quale iniziazione attraverso la disobbedienza e la violenza, incontrando l’irrazionale, le Isole Eolie, nella accogliente terra di Eolo, la Terra dei Lestrigoni, l’Isola di Eea la maga Circe, ovvero il confronto con il soprannaturale, la magia e la perdita dei compagni, che mettono alla prova la leadership di Ulisse. Ed ecco la Discesa in Ade, che rappresenta la morte simbolica, necessaria per la rinascita e l’acquisizione di una nuova visione della realtà, le Sirene, Scilla e Cariddi, ulteriori prove fisiche e mentali che testano la saggezza e la resistenza dell’eroe. Ed ecco la bellissima Calipso, i Feaci e infine il ritorno ad Itaca: il passaggio finale, dove Ulisse lascia le tentazioni dell’immortalità, Calipso, per accettare la sua mortalità e il suo ruolo di re, marito e padre. Stefano Accorsi, Daniele Finzi Pasca e Francesca Del Duca hanno saputo appropriarsi del mito, attraverso il teatro, creando un eccezionale trait-d’union tra il mito stesso, il mondo dell’ignoto, del sogno e della magia, della grandezza e dell’orrore, e la realtà cruda e prosaica, spesso misera, altrettanto piena di orrore, ma non di grandezza, della contemporaneità. In essa, sono riusciti a svelare, proprio tramite la presenza del mito, il meraviglioso mistero che comunque, in quanto vita, presenza, carnalità e pensiero: l’ anima. Il viaggio di Ulisse è, quindi, una metafora della vita, dove il protagonista da guerriero “con le mani sporche di sangue” si trasforma, attraverso prove dolorose, in un leader saggio che ritrova la propria identità, al fianco di Penelope. Intensa la recitazione in duo, con Francesca Del Duca e le scelte di sonorizzazione, da parte dello stesso regista in sinergia con la eccellente percussionista napoletana, che ha inteso, quasi dieci anni fa, seguire il suo Maestro Paolo Cimmino, qui al Conservatorio Martucci di Salerno, per suonare non solo gli strumenti d’orchestra, ma allargare il suo sguardo su ciò che maggiormente la interessava, le percussioni del mondo. Il viaggio attraverso le tradizioni musicali lo abbiamo fatto anche noi insieme a Francesca, dall’India, al Tibet, al Perù, attraverso i suoni dell’ asalato, il gong, gli caxixi, il tamburello, l’ocean drum, i chimes, il tar, il mridangam, la campana tibetana, il cajòn, il rullante e il timpano. Tutto è stato ricreato in musica, dal mare, a quel sortilegio, la malia, il mistero, che non apre alla dolcezza e alla mestizia, ma alla veemenza, alla forza scatenante magica, oscura, che concilia i principi opposti, di vita e morte, nell’Ade, con la campana tibetana di Francesca. Il finale è il ritrovarsi di Ulisse e Penelope nella reggia libera dai Proci, l’arco ha scoccato le sue frecce e attraverso il timpano, finalmente si tocca con mano l’urklang romantico, il suono della libertà, quel suono primordiale che viene plasmato e trasformato in melodia. Cantano e danzano Francesca e Stefano, Penelope e Ulisse, tra gli applausi della platea, ricordando a tutti noi che “…Sempre devi avere in mente Itaca – raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”. Kostantinos Kavàfis





