Suor Angelica: Jacopo Sipari e l’estasi - Le Cronache Spettacolo e Cultura

Il docente di Esercitazioni orchestrali del Conservatorio “Gesualdo da Venosa” dirigerà stasera alle ore 21, maestri e allievi della massima istituzione potentina, al Teatro “Francesco Stabile” di Potenza, in uno dei capolavori pucciniani che maggiormente “sente”. Konzertmeister d’eccezione sarà Abigeila Voshtina

 

Di Olga Chieffi

Stasera, alle ore 21, presso il sipario del Teatro “Francesco Stabile” di Potenza andrà in scena “Suor Angelica”, nell’ allestimento realizzato dal Conservatorio Statale di Musica “Gesualdo da Venosa”, guidato da Felice Cavaliere e Aniello Cerrato, nell’ambito del cartellone dell’ “Autunno Letterario”, programmato dal Comune di Potenza che quest’anno è interamente dedicato attraverso il motto “Non c’è più tempo!”, alla presa di coscienza rispetto al genocidio in corso in Palestina. Nella scelta di questo titolo leggiamo e sposiamo per intero il desiderio di ri-incontrare questa partitura del Docente di esercitazioni orchestrali dell’istituto, che sarà sul podio, il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, e avrà alla sua sinistra un Konzertmeister d’eccezione, Abigeila Voshtina. Ri-incontrare non è un termine scelto a caso da parte nostra, poiché l’ angolazione della lente sulla letteratura pucciniana e non solo, da parte della valente bacchetta italiana è rivolta verso la ricerca del Sacro. “Ho da qualche tempo – rivela il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli – avviato un’ ampia riflessione sul Puccini sacro, sulla sua ricerca dell’ Oltre. Una ricerca che non si arresta e comincia ad inseguire, magari, quel “fantasma iridescente” che è la Speranza, primo enigma di Turandot o “Ciò vuol dire, ragazzi, che non v’è, / al mondo, peccatore / cui non s’apra una via di redenzione… / Sappia ognuno di voi chiudere in sé / questa suprema verità d’amore” la frase di Minnie, o, ancora, il rito e il sacro in Butterfly, e le invocazioni alla Madonna di Musetta, o la celebre preghiera di Tosca. Suor Angelica è l’apice di questa recherche: qui non è più il personaggio a dire, ma il mistero che lo attraversa. L’invocazione alla Madonna del Conforto, la sua chiamata è un dono, la morte è sorella, è rinascita, non solo un atto di generosità , ma diviene vincolo, scambio, sacrificio, trasformazione. La musica di Puccini che schizza dei veri e propri paesaggi sonori, diventa, così soglia, porta su di un’umanità che si confronta con l’infinito, ovvero il corpo in estasi che si pone quale testimone dell’Assoluto”. Il soggetto di Suor Angelica, infatti, ispirò a Puccini una musica dal carattere profondamente sacro, riflesso dei suoi anni giovanili quale organista. Non è escluso che la preghiera iniziale e l’inno finale del “miracolo” derivino da sue composizioni precedenti, poiché alcune annotazioni musicali assumono l’andamento delle litanie, i fiati richiamano i registri dell’organo e i cori delle monache siano scritti in forma di canto “a cappella”. L’opera fu ascoltata in anteprima nel 1917 nel monastero di Vicopelago, dove viveva la sorella del compositore, monaca agostiniana, e già in quella occasione rivelò un’atmosfera di serena religiosità che Puccini costruisce attraverso l’uso di sordine, pizzicati, tremoli delicati e rarefazioni orchestrali. La natura e l’infanzia entrano nella musica con tocchi leggeri: il ronzio delle vespe, i trilli dell’agnellino, il chiacchiericcio delle novizie o la dolcezza che accompagna suor Genovieffa nella sua aria “Soave Signor mio”. Il contrasto più intenso è però quello tra i due personaggi principali: la Zia Principessa e Suor Angelica. La prima è descritta da un colore orchestrale cupo, dominato da violoncelli e contrabbassi, con un tema musicale che sembra rappresentare un rettile nell’atto di mordere. Questo tema, introdotto all’arrivo della Zia, si trasforma poi in una marcia ostinata e minacciosa durante il duetto con la nipote, ricordando certe pagine drammatiche di Tosca, ovvero quelle del secondo atto della tortura di Cavaradossi. Nella voce della Zia ogni parola è studiata, ogni pausa ha un peso, e l’unico momento in cui perde il suo autocontrollo, nel “Che dite!”, è accompagnato da un impeto orchestrale che ne rivela la rabbia repressa. Suor Angelica, al contrario, è avvolta da sonorità più tenere, sostenute dai violini e dal corno inglese. La sua aria “Senza mamma” delinea una madre dilaniata dal dolore: dapprima il lamento angosciato, poi la visione estatica del figlio trasformato in angelo, infine il desiderio di morire per ricongiungersi a lui. Dopo l’incontro con la Zia, anche Angelica assume una dimensione tragica, raggiungendo l’apice della commozione nell’esclamazione “Figlio mio!”, in cui l’orchestra ripete ossessivamente un motivo derivato dal tema della Zia. L’addio alle consorelle anticipa sonorità che torneranno nella Turandot, mentre il finale, con la scena del “miracolo”, si chiude in un’estasi mistica che trasfigura la protagonista. I due ruoli principali saranno interpretati dalle Docenti di Canto Lirico, il soprano Filomena Fittipaldi sarà Suor Angelica, mentre il mezzosoprano Gabriella Colecchia, darà voce all’antagonista, Zia Principessa, con loro, le allieve del magistero di canto, la Badessa (Antonella Terminio), la Suora Zelatrice (Noemi Sangiacomo), La Maestra delle Novizie (Ines Colangelo), Suor Genovieffa (Samantha Franchino), Suor Osmina (Yu Fei), Suor Dolcina (Francesca Fanuele), la Suora infermiera (Daiana Bianco) e Le Cercatrici (Daiana Bianco e Xuaner Zhang). Importante sarà anche l’apporto delle compagini corali dell’Istituzione Potentina dirette da Chiara Leonzi, il Coro di Voci Bianche ed il Coro Femminile che daranno voce alle novizie e alle converse, mentre a firmare la regia e la mise en scène, appunto, sarà Annarita Colucci, Docente di Teoria e tecniche dell’interpretazione scenica. Ma protagonista assoluta, siamo certi sarà l’orchestra, che avrà dovuto assorbire in appena due giorni la non semplice lezione di Jacopo Sipari:  dar vita alla tavolozza immaginata in partitura, fatta di limpide armonie, tramate di luci e di ombre, ove si rischia di piangere, magari senza lacrime, ma proprio col cuore, fino a quel “venir meno” di dantesca memoria di color che non possono più intendere e odono, staccando sull’ultima vibrazione delle campane.