
di Erika Noschese
«Lo scanno… lo scanno a Franco Alfieri. Lo scanno… lo scanno… lo scanno. Lo porto dietro a una macchina, lo attacco dietro a una macchina». Queste le parole emerse dall’intercettazione della Procura, pronunciate dall’imprenditore Roberto Squecco, un tempo fedelissimo di Franco Alfieri, tanto da festeggiare la sua prima vittoria a sindaco di Capaccio Paestum con il suono delle ambulanze. Una sfilata di mezzi del 118 che portò la Procura della Repubblica ad aprire un’inchiesta. Nel giugno 2019, Alfieri era candidato sindaco, e tra i candidati della lista civica “Democrazia Capaccese con Franco Alfieri Sindaco” figurava Stefania Nobili, all’epoca moglie di Squecco. Da amici a nemici, in pochi anni. Dalla reverenza alla vendetta, culminata in un tentato omicidio che non si concretizzò solo per un mancato accordo con i boss di Baronissi, nonostante i sopralluoghi e i dettagli pianificati. Dopo un evento naturale che colpì il territorio, Alfieri dispose l’abbattimento del lido Kennedy, di proprietà di Squecco tramite un prestanome. «Lo devo uccidere, devo andare in galera ma lo devo uccidere», dichiarava Squecco, meditando vendetta e aggiungendo: «Ricorda che la vita Dio te l’ha data e Dio te la toglie. Lo devo far fuori… vedi quanto sangue mi sta facendo buttare questo bastardo». Squecco raccontava di essersi sempre messo a disposizione di Alfieri, tanto da perdere la dignità, e minacciava di salire sul palco, in piena campagna elettorale, per dire ai cittadini «che stanno votando un delinquente». Iniziò così a meditare vendetta, chiedendo a un cittadino rumeno di coinvolgere persone esterne al territorio di Capaccio per «sei o sette servizi». L’interlocutore mise a disposizione persone di Mercato San Severino, legate alla criminalità organizzata: Antonio Cosentino e Domenico De Cesare. Il 9 novembre 2023, durante un incontro in via Pertini, si delineò un primo avvertimento: un ordigno esplosivo nell’auto di Alfieri, di Antonio Rinaldi (comandante della polizia municipale di Agropoli e responsabile dell’ufficio Suap di Capaccio Paestum) e dell’imprenditore Leopoldo Marrandino (senza legami con il gruppo guidato da Giovanni Marandino, ndr). «Io questo signore l’ho fatto eleggere, io l’ho portato qua. Aveva fallito ad Agropoli. Io l’ho preso da là e l’ho portato qua», dichiarava Squecco, ricordando di essere stato l’artefice della candidatura di Alfieri, che temeva un tradimento da parte dell’imprenditore, tanto da imporgli la candidatura della moglie e della lista. Il tentativo di ripulire l’immagine . Ad un certo punto, Alfieri cercò di prendere le distanze da Squecco, disponendo l’abbattimento del suo lido. Lo Stato revocò poi la concessione demaniale. Anche su questo fronte, Squecco chiese aiuto ad Alfieri, ma lui avrebbe risposto: «A me sta andando bene così, ora per salvare Roberto mi dovrei inguaiare io?». L’obiettivo di Squecco era intimidire Alfieri, umiliandolo: «Deve buttarsi in ginocchio». De Cesare suggerì una condotta eclatante che restasse nella storia di Capaccio, proponendo la collocazione di un ordigno esplosivo contro il sindaco, piuttosto che una spedizione punitiva. Si ipotizzò persino l’accoltellamento di Alfieri, un gesto forte che non lasciasse dubbi, nonostante Alfieri, Rinaldi e Marrandino fossero possessori di armi. Pochi giorni dopo, Cosentino e De Cesare presero le distanze da Squecco, considerato attenzionato dalle forze dell’ordine e dall’autorità giudiziaria, oltre che economicamente inaffidabile, tanto da definirlo «un piatto vuoto». Alfieri aveva utilizzato proprio quello stabilimento balneare per aprire e chiudere la campagna elettorale del 2019, un aspetto che Squecco ripeteva anche all’assessore con cui si era incontrato. Alfieri aveva confermato la sua volontà di candidarsi a Capaccio, ma solo con otto liste, e rivolgendosi a Squecco disse: «Mi devi 16 candidati». La lista raccolse oltre 2mila preferenze, con la moglie Stefania come capolista. Dalle indagini della DIA emerge uno scenario inquietante: un tentativo di mettere all’angolo Franco Alfieri senza correre il rischio di vedere arrivare una scorta a tutela dell’allora primo cittadino. Secondo Squecco, Alfieri sembrava volerlo sfidare, parlando di beni sottratti alla criminalità organizzata e abbattendo quel lido per dar vita a un progetto di riqualificazione con una struttura ex novo destinata alla realizzazione di eventi sportivi. Squecco infatti attribuiva al sindaco la responsabilità di aver preferito l’abbattimento della struttura invece che la messa in sicurezza delle parti pericolanti con l’esclusiva finalità di pubblicizzare il gesto di contrato alla malavita e di accreditarsi con l’opinione pubblica. Al consigliere Di Filippo l’imprenditore racconta il suo malcontento per le parole utilizzate da Alfieri quando parlava di stabilimento abusivo e chiede di poter ritirare almeno i beni presenti all’interno. Il consigliere prova a spiegare le scelte dell’amministrazione e illustra il progetto del lungomare ma ciò non basta al suo interlocutore per calmarsi. Dalle intercettazioni emerge in chiaro l’accordo elettorale tra Squecco e Alfieri che consisteva in un decisivo appoggio elettorale. Patto esteriorizzato, oltre che rivendicato, attraverso la notoria sfilata delle ambulanze la sera della elezione di Alfieri, come emerge dall’ordinanza firmata dal Giudice per le Indagini preliminari Annamaria Ferraiolo.