Alberto Cuomo
Nel 1975 Bruno Zevi inaugurò una rubrica sul settimanale “L’Espressso” dedicata all’architettura intesa, tra le altre arti, pure illustrate nel rotocalco, maggiormente coinvolgente la vita degli uomini. Ora che il costruire è essenzialmente preda dell’economia e senza interesse estetico, tutti ne scrivono e anche la nostra televisione di Stato gli rivolge l’attenzione facendone oggetto di trasmissioni, quali “La città ideale” individuata, per la puntata di apertura, dal conduttore Massimiliano Ossini, in Singapore di cui ha celebrato la modernità senza rilevarne le profonde iniquità. La stessa città, eletta nel testo “La città generica” di Rem Koolhaas, quale esempio di una sorta di non-esistenza, data dalla “velocizzazione” delle costruzioni e delle trasformazioni che di continuo ne mutano i lineamenti, rendendola una entità urbana che si assenta dall’urbano, da sé, da una precisata “identità” e da ogni definizione, una città che sfugge persino il nome che la definisce tale, nell’essere priva della civitas, della cittadinanza, annegata tra le varie etnie assuefatte alla dittatura e prive di voce. Olandese, legato alla tradizione di sottrarre i luoghi dell’abitare al mare secondo le stesse modalità con cui si è estesa Singapore, Koolhaas intende con il termine “città generica”, gli agglomerati caratterizzati dallo “junkspace”, spazio residuale delle ideologie dell’abitare contemporaneo. Singapore è pertanto esempio del “generico” in quanto “liberata dalla schiavitù del centro, dalla camicia di forza dell’identità”, quella delle città storiche che nei propri luoghi fagociterebbero ogni progetto: “l’identità è una trappola in cui un numero sempre maggiore di topi deve dividersi l’esca che forse è vuota da secoli. Più forte è l’identità, più è vincolante, più è recalcitrante all’interpretazione, al rinnovamento”. Al contrario Singapore è priva di centro e, pur seguendo modelli occidentali, non ha un definito volto, nessuna identità vincolante per il suo avvenire, essendo in essa tutto, la sua forma, i suoi quartieri, i diversi costumi, pragmaticamente senza regole, in progress, “pronta a metastatizzarsi in tutta l’Asia” e nello stesso Occidente. L’idea di guardare a Singapore, soggetta a una repressiva dittatura, quale luogo di una liberazione che si affranchi dalle nozioni occidentali e persino da quella della libertà, manifesta una sorta di perversione, e infatti è del tutto insensato affermare Singapore meta felice dell’Occidente liberato dalla sua aspirazione alla libertà. Koolhaas, diversamente da Ossini, rileva le degenerazioni politiche della città-stato e però, non si scandalizza delle condanne a morte, del carcere per i gay (quasi si compiace del mutamento dei locali omo in luoghi di prostituzione femminile dove le donne si fingono drag queen o transgender) delle punizioni corporali per chi sputa in terra o gira nudo per casa fuori dal bagno, indicando con cinismo nella contrattazione tra il potere centrale tirannico e il benessere dei cittadini un possibile modello per l’Occidente. La Singapore esaltata da Koolhaas-Ossini è quella di Lee Kuan Yew il premier, padre dell’attuale capo di governo che, onde imprimere una veloce marcia allo sviluppo postcoloniale, eliminò, con le tensioni tra i diversi gruppi etnici presenti, anche la democrazia per una dittatura rivolta alle conquiste materiali delle democrazie occidentali attraverso lo sviluppo immobiliare, produttivo, turistico, secondo un modello che si è evoluto, con i mezzi digitali, nel sistema di controllo dei cittadini introdotto dal figlio Lee Hsien Loong, tale da far definire, da De Kerckhove, la forma di governo realizzata quale “datacrazia”, potere dei data. Con l’attuale reggente infatti, nella città è stata attuata, attraverso smartphone e altri mezzi smart, la sorveglianza di ogni movimento e scelta degli abitanti, dietro il paravento della sicurezza, della salute e della eliminazione della delinquenza. Non c’è gesto dei cittadini che non possa essere monitorato, ricostruito attraverso le informazioni offerte dai vari media digitali, sensori e telecamere poste su tutto il territorio o cellulari, pc, ipad che, usati in privato, offrono rapporti sugli utenti determinando, in caso di deviazioni dalla norma, l’immediato giudizio online, il verdetto e la pena onde assicurare pace, ordine, pulizia, che siano, con il basso tenore fiscale, attrattori di investimenti stranieri. Un allucinato e allucinante paradiso di cui i singaporeani sono orgogliosamente soddisfatti, sebbene gli sviluppi del regime abbiano condotto al “capitalismo politico” ovvero al sovrapporsi dei due poteri, della gestione dello Stato e dell’economia, secondo un modello che ha invaso sempre più anche l’Occidente, depotenziando le democrazie, inoltrandole verso capitalismi politici diversi in conflitto, alla maniera, secondo Fabio Armao, dei clan criminali. A Singapore tale modello è del tutto palese nel familismo dinastico della dittatura e nella ricca economia affidata a famiglie vicine al dittatore persecutore di dissidenti e blogger ribelli attraverso una rete del controllo che impone costumi e modelli di vita invadendo persino il pensiero. La natura richiamata negli interventi edilizi a Singapore, in analogia al capitalismo finanziario parassitario in crescita sui valori immobiliari gestiti dalle famiglie, è una natura artefatta, aggiunta, aumentata, dall’alterato genoma. Il presunto paradiso che Ossini pretende sia Singapore sarebbe nelle norme che il governo da anni ha introdotto a salvaguardia dell’ambiente, le quali inducono modi naturalistici tanto superlativi da essere allucinatori. Così è anche per le architetture, dal fiore dell’ArtScience Museum, all’East Coast Campus o al più noto Marina Bay Sands dalle tre torri gemelle di 55 piani coperte da una lunga piscina del tutto paradossale in un’isola circondata dall’acqua. E Sarà stata la sensazione di vivere in un universo non terreno ad aver condotto alla realizzazione della Corte Suprema nella forma di un disco volante di una oscura potenza apocalittica incombente sulla giustizia e sull’intera città.





