di Erika Noschese
Ci sono pomeriggi in cui la distanza tra la rappresentazione scenica del potere e la cruda realtà dei luoghi si fa talmente spessa da diventare grottesca. Pomeriggi nei quali la meraviglia architettata ad arte per catturare lo sguardo verso l’alto serve, neanche troppo velatamente, a distogliere l’attenzione da ciò che sprofonda sotto i piedi. L’Air Show della Pattuglia Acrobatica Nazionale, tornata a solcare i cieli del golfo di Salerno a vent’anni esatti dall’ultima esibizione del 2006, avrebbe dovuto rappresentare il fiore all’occhiello di una città che ama definirsi europea, efficiente, pronta ai grandi palcoscenici. Ha finito invece per trasformarsi nell’ennesima riprova di un provincialismo organizzativo che sfiora il paradosso, consumatosi nello spazio di poche centinaia di metri lungo il litorale di Torrione. Nella drammaturgia classica, da Sofocle a Shakespeare, il tragico nasce sempre dall’accecamento del sovrano, colui che guarda le stelle ma non avvede il fosso dinanzi al cammino. Ieri, sul Lungomare Marconi, mentre la giunta municipale al completo prendeva posto su file d’ordinanza di sedie disposte a beneficio delle autorità e della cittadinanza – forse nell’ingenuo convincimento che un evento di portata regionale avrebbe richiamato poco più di un centinaio di curiosi –, a pochi passi si consumava lo sberleffo definitivo alle regole sulla sicurezza pubblica. Quella stessa area del pattinodromo e della passeggiata di Torrione, ufficialmente dichiarata inagibile con ordinanze e transenne d’urgenza dopo i devastanti crolli del muro di contenimento inghiottito dalle mareggiate dei mesi scorsi, si è trasformata in una tribuna d’eccezione per centinaia di spettatori. Decine di persone, alla ricerca della visuale perfetta, hanno scavalcato senza ostacolo alcuno i varchi interdetti, posizionandosi esattamente sulle porzioni di cemento in bilico sul vuoto. Il tutto nel silenzio e nella totale assenza di controlli supplementari da parte di chi avrebbe dovuto vigilare su un perimetro inserito a pieno titolo nel raggio d’azione dell’evento. Riluce qui, con acre evidenza, la battuta che Ennio Flaiano dedicò alla costante propensione italica all’approssimazione: “In Italia la linea dritta non esiste, si usa solo per le curve”. Ed è una curva spaventosa quella imboccata dalla gestione della sicurezza urbana a Salerno, dove la teoria dei divieti su carta stampata si scontra quotidianamente con la prassi della tolleranza distratta. Quando la pioggia batte battente sulla città, i residenti sono costretti a sperare che il prossimo albero non cada rovinosamente al suolo investendo qualche passante o la propria auto; quando il sole risplende e i cieli si aprono, la speranza si sposta sull’incolumità di chi affolla impunemente scogliere e terrazzamenti sbriciolati, fiducioso nel fatto che la sorte continui a supplire all’assenza delle istituzioni e delle autorità di controllo preposte. Al centro di questa messinscena immobile spicca la figura del presidente Vincenzo De Luca, l’eterno “Sceriffo” che della disciplina, del decoro e del rigore amministrativo ha fatto per decenni il proprio marchio di fabbrica, esportato su scala nazionale. Un amministratore che ha costruito la propria narrazione politica sull’efficienza e sul pugno di ferro di chi non concede sconti al degrado. Eppure, a vederlo ieri sulle balconate del lungomare, colto nell’atto di applaudire le evoluzioni acrobatiche e lodare il tricolore nei cieli, la sensazione di cortocircuito è apparsa innegabile. Come ricordava Friedrich Nietzsche nel suo ‘Umano, troppo umano’, “molti sono ostinati rispetto alla via presa, pochi rispetto al fine”. E il fine di una città moderna non può essere la semplice coreografia di un pomeriggio di festa, se le fondamenta sulle quali poggia quella stessa comunità continuano a sgretolarsi un pezzo alla volta. Uno Sceriffo, per sua natura “mitologica” e storica, non dovrebbe fare affidamento sulle frecce. L’arco è un’arma antica, che richiede concentrazione, equilibrio e una salda presa sul terreno. Se la mano trema perché la terra sotto gli stivali sta cedendo, scoccare dardi in cielo diventa un esercizio di puro stile, privo di sostanza. Le scie colorate tracciate nel cielo dagli Aermacchi MB-339 si sono dissolte nel giro di pochi minuti sopra le acque del Tirreno, lasciando dietro di sé l’aria tersa di settembre e la cruda realtà di sempre: transenne divelte, barriere fittizie e una scogliera ferita che attende ancora risposte e cantieri risolutivi. Salerno dimostra ancora una volta di voler rincorrere i grandi palcoscenici senza possedere la disciplina di cantiere necessaria per allestire le quinte. L’Air Show è volato via tra gli applausi d’ordinanza e i selfie di rito, lasciando a terra la solita commedia dell’assurdo. Resta l’amaro in bocca per una città bellissima e fragile, sospesa tra l’ambizione di volare alto e la triste rassegnazione di veder crollare i propri pezzi migliori nell’indifferenza di chi dovrebbe custodirli. Foto diffuse dal Gruppo civico Salerno in Comune










