Il Martucci verso il futuro - Le Cronache Salerno
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Il Martucci verso il futuro

Il Martucci verso il futuro

Occhi lucidi e applausi nel ricordo dell’indimenticato Fulvio Maffia, nel racconto di Luciano Provenza e Fulvio Artiano. Un privilegio poter usufruire di un auditorium per un’istituzione che sta cambiando, le parole di Giovanna Cassese presidente del Consiglio per l’alta formazione artistica e musicale

 

Di Olga Chieffi

Un Luciano Provenza storyteller abbiamo ritrovato ieri mattina, in una giornata piovosa come quel pomeriggio del marzo di due anni fa quando mise piede in Conservatorio e da Fulvio Maffia fu immediatamente richiesto di sciogliere il nodo auditorium, e indi catapultato nella stessa sala dove ieri è stato firmato l’affido dello spazio, in cui due anni, or sono, il M° Jacopo Sipari di Pescasseroli scalava la montagna del Purgatorio della Dante Symphony di Franz Liszt, in grandi angustie, ma con buoni risultati. Una cifra che si aggirerà intorno ai centomila euro per rendere fruibile lo spazio, una dedica che, crediamo, già scritta, un concerto inaugurale che desideriamo abbia protagonista quella stessa orchestra che provava in angustie, immagine dell’intera storia dell’istituzione, passata da scuola di musica dell’Orfanotrofio Umberto I, quindi Istituto con annesso Liceo musicale, e quindi, nel 1980 Conservatorio di musica. Intenso l’intervento di Giovanna Cassese, Presidente del Consiglio per l’Alta formazione, la quale ricordiamo sempre in teatro ad ogni “uscita” del nostro conservatorio. Occhio sul riconoscimento delle lauree del triennio e del biennio, sui regolamenti previsti dalla 508 tra cui quello fondamentale sul Reclutamento che istituisce la figura del Ricercatore e l’abilitazione artistica nazionale per accedere alla docenza e l’accensione dei dottorati. Ciò permetterà anche la formazione di una nuova classe docente che negli anni sostituirà l’attuale nelle istituzioni AFAM con una consapevolezza nuova e skills certe sulla centralità della ricerca nel campo delle arti, il pieno riconoscimento della ricerca correlata alla produzione ma finora mai citata nemmeno nel Contratto di lavoro. La ricerca che finora si è sempre fatta, come “ricerca clandestina”, non riconosciuta da nessun punto di vista. Giovanna Cassese ha, quindi, sottolineato che sono pochi i conservatori italiani che posseggono al loro interno un auditorium, che è uno spazio particolare, perché lì si incontra il passato, il presente e il futuro dell’istituzione. Un momento importante questo per la città, ha continuato la presidente poiché frutto di una sinergia che ha finalmente scavalcato ogni colore politico e che dovrebbe allargarsi all’intero territorio nazionale, poiché non c’è nulla di maggiormente identitario delle arti tutte, per le quali l’Italia è riconosciuta nel mondo. “E’ paradossale – ha tuonato la Cassese – che l’alta formazione artistica abbia subito tale sfortuna negli ultimi decenni. Il 2025 dovrebbe essere l’anno epocale per la ricerca artistica ed avere un auditorium potrà elevare ancora più le possibilità concrete per realizzare una didattica d’eccellenza, unitamente a ricerca e produzione, poiché strettamente collegati”. Non vuol cambiare ambito Giovanna Cassese poiché nell’alta formazione si crea un rapporto umano che altrove non si crea e ha ragione: nelle accademie impera il termine “fare” un verbo che apre a tutto, anche alla “poesia” che proprio da quel poiein deriva. I suoni ci attirano verso ciò che sopravvive e persiste come risorsa culturale e storica capace di resistere, interrogare e scardinare la presunta unità del presente. Il direttore Fulvio Artiano, ha moltiplicato, nel suo mandato accettato di forza e per forza, in un clima gravido di emozione, responsabilità e dobbiamo aggiungere livore, all’indomani della improvvisa scomparsa di Fulvio Maffia, rapporti e scambi internazionali, eventi, produzione ed elevato il nome del nostro conservatorio spargendo, come quando si soffia sul tarassaco, per il mondo i semi. Giunge finalmente questo auditorium, che sulle tracce del concetto di spazio cartesiano, quale pienezza e continuità della materia e, quindi, quale medium del movimento, del tendere avanti a sé, quale sinonimo dell’amplificazione, ma senza tralasciare quel luminosissimo passato che, in questi anni è stato impunemente abbandonato. Il palcoscenico determina una cosa come cosa-per-l’uomo, che diventa condizione dell’esistenza, punto di riferimento dell’esperienza, l’esistenza razionale, assumendo la caratteristica comunicativa o sociale di “luogo familiare”. Uno spazio che può considerarsi il segno, nel suo divenir parola, suono, immagine, che diventa di-segno, archè, principio in quanto da-dove della progettualità, essenziale punto di dipartimento di ogni pensiero che, per essere se stesso deve discernere, giudicare, orientarsi, criticare, perché lo spirito delle arti ha, forse, l’invidiabile privilegio di potersi sostenere incredibilmente alla caduta delle premesse e illuminarsi oltre le conclusioni della ragione.

 

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