di Rino Mele
Tutto sembra uguale in questa nostra infelice città malata. Salerno potrebbe essere costretta ad affrontare surreali elezioni in questo nuovo anno, e darsi in anticipo un nuovo sindaco: ma starebbe soltanto per rieleggere l’uomo politico che ha determinato i suoi ultimi trentadue anni ed è stato già, una prima volta, sindaco nella primavera del lontanissimo 1993. Un paradosso (come la figura ossessiva del gambero che crede di correre e precipita all’indietro). Forse non si faranno queste irresponsabili elezioni: ma già il parlarne – con sentenziosa certezza e falsa rassegnazione – mostra quanto poco Salerno, fascista e masochista, conservi la stima di se stessa: solo il godimento nel farsi del male potrebbe – dopo trentadue anni – clinicamente giustificare il volersi ritrovare – in uno stato di oggettiva sottomissione – coi piedi negli stessi stivali di un sindaco del secolo scorso. Il ritorno di De Luca – che poi non è andato mai via, mantenendo Salerno in uno stato di permanente illegalità – è un insopportabile sogno angoscioso. Tra quei fantasmi d’ansia, costretti a ripensare al ritorno del familiare tiranno, i salernitani, spinti anche da vecchi sensi di colpa, aspettano e finanche desiderano il ritorno di De Luca, ritrovando intatte le umilianti “fantasie di punizione, umiliazione, sottomissione e adorazione” che drammaticamente hanno imparato a conoscere e quotidianamente a subire. In lontananza, l’eco terrificante della voce di Mussolini, alla Camera dei deputati il 16 novembre 1922: “Avrei potuto trasformare quest’aula sorda e grigia”. E continua con l’allucinazione dei bivacchi. Per De Luca, l’aula sorda e grigia è Salerno. /Tiziano, Concerto interrotto, olio su tela 1508. Lo strumento suonato dal personaggio centrale è la spinetta. Il religioso sulla destra suona la viola da gamba. Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti/





