di Irene Sarno
Ascoltando le parole del Questore di Salerno, Giancarlo Conticchio, nel tracciare il bilancio del Capodanno appena trascorso, si avverte un prepotente senso di straniamento. È come se esistessero due città parallele che non si incontrano mai: quella dei “tavoli tecnici” e quella del marciapiede. La Salerno descritta dal Palazzo è una macchina perfetta, oliata da una “sinergia tra le forze di polizia” che avrebbe garantito una festa serena. La Salerno vissuta dai cittadini, invece, è stata la fiera del paradosso, un mix tra un teatro d’avanguardia troppo rigido e una zona franca dove l’illegalità diffusa veniva ignorata per concentrarsi sulle sanzioni al codice della strada. Il Questore ha parlato di un “bilancio certamente positivo”, sottolineando la gestione dei “20.000 presenti in piazza”. Ora, partiamo dai numeri: 20.000 persone per un evento di Capodanno in un capoluogo di provincia non sono un’impresa epica, ma il minimo sindacale, specialmente se si considera che questa cifra rappresenta ormai il tetto massimo invalicabile da quando i concerti si sono trasferiti nella vastità (fredda) di Piazza della Libertà. Ma il vero capolavoro della “programmazione meticolosa” citata da Conticchio è la natura stessa dell’evento. Come da triste tradizione consolidata in questa location, Salerno ha offerto un concerto “statico”. Immaginate Mahmood, artista capace di far ballare intere arene europee, costretto a esibirsi davanti a file laterali di fans. Un pubblico quasi mpossibilitato ad animarsi, a ballare, a vivere il rito collettivo del nuovo anno. Secondo il Questore, “i partecipanti sono arrivati regolarmente e in orari scaglionati, evitando problemi di tappo agli ingressi”. Certo: è molto facile gestire i flussi quando l’entusiasmo è calmierato da un regolamento che trasforma una piazza in un ufficio postale in attesa del proprio turno. Definire questo un successo di ordine pubblico è come vantarsi della calma che regna in una biblioteca: tecnicamente vero, ma desolante per una città che vorrebbe vendersi come meta turistica vibrante. Mentre il Questore snocciolava i dati sui sequestri — parlando di “2.800 chilogrammi di botti vietati” e di “35 persone denunciate” — la realtà stradale offriva uno spettacolo ben diverso. Ad ogni angolo, con una capillarità che farebbe invidia alla logistica di Amazon, fiorivano bancarelle di dubbia legalità. Venditori improvvisati offrivano fuochi d’artificio che, ad occhio e croce, non sembravano proprio certificati da aziende autorizzate. Com’è possibile che, nonostante la vantata “stretta collaborazione con Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza”, questo mercato nero a cielo aperto fosse invisibile alle pattuglie ma chiarissimo a chiunque passasse per strada? Forse la “sinergia” era così impegnata a guardare le planimetrie del tavolo tecnico da non riuscire ad abbassare lo sguardo sulle cassette di polistirolo piene di ordigni artigianali che venivano venduti come se fossero caramelle. Il punto più alto dell’imbarazzo istituzionale si è toccato però con il comportamento della Polizia Municipale. Mentre il Questore assicurava che “non si è registrato nessun episodio di aggressione o scippo” grazie alla prevenzione, i cittadini assistevano a una sorta di “olimpiade dell’indifferenza”. Gli agenti municipali hanno dato prova di una coordinazione atletica invidiabile nel “dribblare” le situazioni critiche. Hanno schivato le bancarelle dei botti illegali, hanno ignorato l’evidente e massiccia somministrazione di alcolici a minorenni — con ragazzine giovanissime lasciate a barcollare con i bicchieri in mano nel totale disinteresse di chi avrebbe dovuto tutelarle — e hanno evitato con cura di incrociare lo sguardo di ubriachi molesti che infestavano le aree limitrofe all’evento. Ma la legge, si sa, non dorme mai. E infatti il pugno duro dello Stato si è abbattuto con spietata precisione all’interno del parcheggio di Piazza Casalbore. Lì, lontano dai fumi dei botti illegali e dalle risse sfiorate tra ubriachi, la Municipale ha ritrovato il suo smalto. Multe a raffica e rimozioni forzate per auto non “effettivamente in linea” con le strisce blu. È questo il paradosso salernitano: puoi vendere bombe carta o servire vodka ai quindicenni sotto gli occhi della pattuglia, ma se la tua ruota sfora di cinque centimetri lo stallo del parcheggio, la “tolleranza zero” del Questore e del Prefetto si abbatte su di te con la forza di un maglio. Il Questore ha concluso affermando che “la macchina organizzativa dei servizi di prevenzione ha funzionato a dovere”. Se l’obiettivo era trasformare un concerto pop in una seduta parlamentare e la sicurezza in un mero esercizio di riscossione sanzioni per divieto di sosta, allora il successo è totale. Sentir parlare di “programmazione meticolosa” e di “bilancio positivo” quando chi doveva esserci non c’era — o faceva finta di non vedere — lascia un retrogusto amaro. Salerno non ha avuto una sicurezza reale, ha avuto una sicurezza “estetica”, buona per le statistiche e per le foto di rito, ma assente dove il pericolo era palpabile. La città meritava una festa vera, non un evento imbalsamato protetto da una vigilanza che si accanisce sulla segnaletica orizzontale mentre ignora il degrado sociale a pochi metri di distanza. Che imbarazzo. Signor Questore, un buon auspicio per questo anno appena iniziato: la prossima volta, invece di limitarsi ai tavoli tecnici, provi a fare un giro tra le bancarelle di botti o a chiedere un documento a una delle tante ragazzine con il bicchiere pieno. Scoprirà che Salerno è molto diversa da come la descrivono i suoi uffici (o lei in persona).





