Quelle insostenibili “tesi” del NO - Le Cronache Ultimora
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Quelle insostenibili “tesi” del NO

Quelle insostenibili “tesi” del NO

Silvia Siniscalchi

L’esito del referendum sulla riforma Nordio dà ragione al No e mostra al contempo un’Italia spaccata, dicono gli opinionisti. Spaccata di certo, ma su cosa? Il testo della norma, sconosciuto o “orecchiato” dai più, è stato saltato a piè pari dalla campagna referendaria messa in piedi dai suoi detrattori, che hanno puntato su un linguaggio “nucleare” fatto di slogan facili da ricordare. Operazione di semplificazione e falsificazione del contenuto del testo partita innanzitutto dalla gran parte di magistratura interessata ad affossarlo, che prima sventolava la Costituzione contro il Ministro della Giustizia e ora, nella saletta dell’ANM del Tribunale di Napoli, canta “Bella ciao”, giusto per evidenziare la propria neutralità politica, e rivolge minacce da stadio alla collega Imparato (sostenitrice del Sì). Poi dall’opposizione, che festeggia la sua vittoria di Pirro in un abbraccio mortale con il partito dell’ANM, nuovo soggetto politico legittimato dalle urne. Ma il popolo dei votanti spinti al No per cosa ha votato o creduto di votare? Sicuramente non per il testo di questo referendum. Al netto di tutti i commenti emersi dai social, emergono due messaggi che nulla hanno a che fare con la riforma. Il primo è una domanda: “vuoi tu che il PM sia sottoposto alla politica?”. Il secondo un imperativo categorico: “Difendiamo la Costituzione!”. Due concetti semplici, elaborati da un sapiente esercito di propagandisti candidati al premio Goebbels e ribaditi da Enrico Grosso, presidente del Comitato “Giusto Dire No”: «Sicuramente ha vinto la Costituzione italiana, ha perso chi voleva affievolire le garanzie e l’indipendenza della magistratura», ha dichiarato in una conferenza stampa sull’esito del referendum. Due leitmotiv potenti ridotti a due penose bugie per coprire il testo della riforma, che infatti quasi nessuno di coloro che l’hanno bocciata conosce. E che gli elettori siano stati letteralmente confusi – come capiranno nei prossimi anni – lo rivelano le loro risposte sui social alle considerazioni di buon senso dei sostenitori del Sì, molto meno abili nel trattarli come un popolo di imbecilli. Ma tant’è: alle pacate e ragionate riflessioni di illustri costituzionalisti, professori di Diritto, magistrati, avvocati e addetti ai lavori, sono stati opposti con successo i bizantinismi interpretativi dei profeti del futuro e i rifiuti di principio. I primi a uso e consumo dei più dotti, i secondi delle persone più semplici, abbindolate dai loro pregiudizi, dalla mancanza di cognizione di causa, dagli spot di attori, cantanti, cabarettisti di serie non sempre stimabile, reclutati da chi, da anni e anni, gli dà la paghetta. Se elenchiamo le “ragioni del No” ricavabili dai commenti collezionati sui social, abbondano quelli privi di argomenti. Si parte dalle moltissime risatine derisorie, frutto di forme di paresi facciale di evidente origine virale, seguite da ⁠frasi lapidarie (spesso sgrammaticate), perle di saggezza, espressioni volgari e offensive, con l’uso della sintesi per celare il “non pensiero”. Una speciale menzione va data ai pregnanti “convintamente/assolutamente/sempre No” (variazioni su tema astratto), seguiti da veri e propri “sillogismi”: “X vota No, quindi voto No”, oppure “X vota Sì, quindi voto No”. Ai sottotitoli di accompagnamento, con eventuale chiosa di commiserazione (o improvvisa disistima) per l’interlocutore di turno, seguono i messaggi più ⁠impegnati: le animate denunce contro le “derive autoritarie” e “antidemocratiche” del governo “fascista”, autore di una riforma costituzionale non approvata da tutto il Parlamento (omissis: una parte dell’opposizione l’ha votata), violando la Costituzione (omissis: il Presidente della Repubblica l’ha firmata), preparando successive leggi attuative “truccate” volte a sottomettere la Magistratura alla politica. Il tutto, incluso quest’ultimo raffinato paralogismo, usato per spaventare i più, senza mai spiegare il “come”. Si è però posto rimedio anche a questo: non contenendo il testo della riforma neppure una parola nel merito, si è paventato il pericolo di una futura “Apocalisse Costituzionale” (ovviamente senza spiegare che, per quest’ultima, sarebbe stata necessaria una ulteriore riforma della Costituzione). Si è quindi diffuso il ⁠disfattismo militante dei sostenitori del “tanto non serve”, “non cambia nulla”, “i problemi della giustizia sono altri”: vale a dire che la cura di un mal di denti non è necessaria, perché non rimedia ai mali di stagione. Sono fioccate anche tante minilauree in Diritto costituzionale “fai da te”, che hanno definitivamente sancito il passaggio dall’Homo sapiens all’Homo Videns, all’Homo Digitalis, al Minus Habens. Molto diffusa anche la formula del “nessuno mi può fregare, nemmeno tu”, di fronte alla quale qualsiasi argomento si è rivelato davvero inutile: i suoi ripetitori seriali, convinti di essere più intelligenti degli altri, hanno dimostrato di non saper leggere quello che commentavano, figurarsi il testo della riforma. Il sincretismo disfunzionale e crossmediale tra tutte le non-argomentazioni di cui ai punti precedenti si è poi congiunto con la riesumazione di una fede politica fondamentalista ancorata al secolo scorso, un po’ anche al precedente: la ⁠lotta dura e senza paura contro “i fascisti”, per la “sacra” Costituzione e la “santa” inquisizione dei Magistrati, che ha fatto rovinosamente precipitare la prima, seconda, terza e quarta Internazionale nell’oscurantismo reazionario dei secoli bui, ma si badi bene, in nome del progresso! Se un applauso va fatto, a conclusione di questo referendum, i destinatari non possono essere quindi gli elettori, trattati da utili idioti, ma la lucida malafede dei fautori della più vergognosa campagna di disinformazione della storia recente, aiutati da una potenza incrociata dei mezzi di comunicazione che – ormai è certo – pone fine a ogni dubbio sulla mancanza di libertà di espressione nel nostro Paese. Anzi, la domanda inquietante che ora emerge con evidenza è un’altra: quale sia la vera dittatura in Italia.