Luigi Snichelotto
Nel precedente ragionamento ero partito da un ricordo personale: quando la politica sembrava ancora una materia da imparare prima ancora che un mestiere da esercitare. Non necessariamente migliore. Non necessariamente più nobile. Certamente diversa. Esistevano sezioni di partito, organizzazioni giovanili, associazioni, sindacati, movimenti, scuole di formazione, amministrazioni locali attraverso le quali chi desiderava avvicinarsi alla vita pubblica poteva compiere un percorso. Talvolta troppo lungo, certamente controllato da apparati, correnti e gerarchie che potevano trasformarsi anche in strumenti di conservazione del potere. Non vorrei quindi costruire l’ennesima fotografia color seppia di un passato meraviglioso che probabilmente non è mai esistito. Le porte di quella politica non erano sempre aperte. Le selezioni non erano necessariamente meritocratiche. Il finanziamento illecito, la corruzione, il clientelismo e l’occupazione partitica di pezzi dello Stato non sono invenzioni successive. Eppure quel sistema svolgeva anche una funzione che abbiamo forse compreso pienamente soltanto dopo averlo perduto: formava e selezionava personale politico. Poi, tra il 1989 e il 1994, accadde qualcosa di enorme. Cadde il Muro di Berlino. Terminò progressivamente l’ordine internazionale che aveva congelato per decenni una parte degli equilibri politici italiani. Il Partito comunista cambiò identità. Democrazia cristiana e Partito socialista furono travolti dalla crisi politica e giudiziaria. Le inchieste di Mani Pulite portarono alla luce un vasto sistema di corruzione e finanziamento illecito. Cambiò la legge elettorale. Emerse una nuova offerta politica. Nel 1994 l’Italia arrivò alle urne senza possedere più il sistema dei partiti che l’aveva accompagnata per quasi mezzo secolo. Sarebbe però troppo semplice attribuire tutto a Mani Pulite. Quando la magistratura entrò con enorme forza nella storia politica italiana, quella storia era già in movimento. La Guerra fredda era terminata. Le appartenenze ideologiche si stavano indebolendo. Il rapporto tra cittadini e partiti mostrava crepe profonde. La situazione finanziaria dello Stato era difficile. Una parte crescente dell’opinione pubblica non riconosceva più nei vecchi soggetti politici una rappresentanza adeguata. Mani Pulite fu dunque uno degli elementi decisivi della frattura. Non necessariamente la sua unica origine. La distinzione è importante. Altrimenti rischieremmo di raccontare il passaggio dalla cosiddetta Prima alla cosiddetta Seconda Repubblica come la semplice eliminazione di una classe dirigente. Fu molto di più. Fu la scomparsa di un ecosistema politico. E gli ecosistemi, quando scompaiono, hanno una caratteristica curiosa: non portano via soltanto ciò che avevano di malato. Portano via tutto. I vecchi partiti avevano prodotto degenerazioni profonde. Ma producevano anche formazione. Selezionavano il personale politico. Creavano appartenenza. Costruivano reti territoriali. Organizzavano consenso. Elaboravano programmi. Trasmettevano, nel bene e nel male, una cultura politica da una generazione all’altra. Quando quel sistema implose, scoprimmo probabilmente che eliminare una struttura era molto più rapido che costruirne un’altra. Forse è proprio qui che comincia una trasformazione destinata ad accompagnarci fino a oggi. La politica passa progressivamente dall’appartenenza alla rappresentazione. Non basta più appartenere. Bisogna apparire. Non basta avere un’organizzazione. Occorre comunicare. Non basta possedere un’identità collettiva. Serve un leader capace di sintetizzarla e soprattutto di rappresentarla. Attenzione: non è necessariamente un male. Il leader è sempre esistito. De Gasperi, Togliatti, Nenni, Moro, Berlinguer, Almirante, Craxi, La Malfa, Spadolini — per citarne soltanto alcuni, appartenenti a culture politiche profondamente differenti e spesso contrapposte — furono personalità fortissime. Ma erano soprattutto leader di qualcosa. Dietro il nome esisteva un’organizzazione. Dietro il volto una storia. Dietro il discorso un’identità collettiva. Dietro il segretario un partito che, almeno teoricamente, avrebbe dovuto continuare a esistere anche dopo di lui. Ed è qui che comincia una domanda completamente diversa. Che cosa accade quando, progressivamente, non è più soltanto il leader a rappresentare l’organizzazione, ma è l’organizzazione a identificarsi con il leader? La televisione prima, internet dopo e infine i social network hanno enormemente accelerato questa trasformazione. Il linguaggio politico cambia. I tempi si accorciano. La complessità diventa più difficile da comunicare. Una riforma fiscale richiede pagine. Uno slogan richiede cinque parole. Un problema internazionale necessita di storia, geografia, economia, diplomazia. Un post pretende quasi immediatamente una posizione. Favorevole o contrario. Amico o nemico. Vittoria o sconfitta. E lentamente rischia di cambiare persino il mestiere del politico. Se il consenso dipende sempre più anche dalla capacità di essere percepito, la selezione tenderà inevitabilmente a premiare chi possiede capacità comunicative. Che non sono necessariamente capacità di governo. Sono due mestieri differenti. Qualche volta convivono magnificamente nella stessa persona. Qualche volta no. Ed è proprio qui che la questione diventa, secondo me, molto più interessante della polemica quotidiana sulla presunta mediocrità di questa o quella classe politica. Non si tratta di accusare una generazione. Bisogna comprendere quale comportamento venga premiato dal sistema nel quale quella generazione compete. Se per emergere devo studiare, mediare, amministrare, conoscere il territorio, frequentare un’organizzazione e conquistarne lentamente la fiducia, svilupperò determinate capacità. Se per emergere devo conquistare rapidamente visibilità, differenziarmi dagli altri, polarizzare, ottenere condivisioni e occupare continuamente lo spazio comunicativo, probabilmente ne svilupperò altre. Non necessariamente migliori. Non necessariamente peggiori. Differenti, si! Ma governare uno Stato continua ad avere bisogno anche delle prime. Ed ecco il paradosso. Abbiamo modernizzato la comunicazione politica molto più rapidamente di quanto abbiamo modernizzato la formazione politica. Abbiamo sostituito strutture vecchie senza costruire sufficienti scuole nuove. Abbiamo abbattuto molti intermediari senza domandarci sempre chi avrebbe svolto le loro funzioni. E soprattutto abbiamo progressivamente rischiato di confondere due concetti profondamente differenti: popolarità e autorevolezza. La prima può essere misurata in poche ore. La seconda richiede tempo. Ed è proprio il tempo la risorsa che la politica contemporanea sembra possedere sempre meno. Un sondaggio arriva oggi. Una dichiarazione produce reazioni dopo pochi minuti. Un post può diventare virale prima che qualcuno abbia avuto il tempo di verificarne completamente il contenuto. Una polemica nasce al mattino e può essere sostituita da un’altra prima di sera. La politica rischia così di trasformarsi in comunicazione permanente. Ed è qui che entra in scena una parola che conosco abbastanza bene per ragioni professionali: marketing. Qualcuno potrebbe considerarla quasi offensiva se accostata alla politica. Io non lo penso. Il marketing, quando viene utilizzato seriamente, non è necessariamente manipolazione. Significa anche conoscere il proprio pubblico, comprenderne esigenze e aspettative, definire un posizionamento, costruire una proposta e comunicarla nella maniera più efficace. Anche la politica deve conoscere la società. Deve comunicare. Deve convincere. Deve ottenere consenso. Una democrazia senza consenso sarebbe una contraddizione. Il problema nasce altrove. Nel marketing tradizionale, semplificando molto, esiste un prodotto, se ne individuano caratteristiche e destinatari, si costruisce un posizionamento e lo si comunica. Ma che cosa accade quando il prodotto è una persona? Il politico contemporaneo può diventare contemporaneamente proposta, marchio, testimonial e comunicatore di se stesso. E attraverso i social può diventare persino il proprio editore. Non ha più necessariamente bisogno che un giornale o una televisione interpretino le sue parole. Può rivolgersi direttamente a milioni di persone. È una straordinaria democratizzazione della comunicazione. Ma è anche una straordinaria concentrazione della comunicazione nella persona. Ed eccoci alla politica dell’io. Non necessariamente narcisismo. Sarebbe una spiegazione psicologica troppo facile. Parlo di qualcosa di strutturale. Se il sistema premia la riconoscibilità personale, il politico sarà naturalmente incentivato a costruire una identità sempre più riconoscibile. Il nome. Il volto. Il tono. Le parole ricorrenti. Gli avversari. Le battaglie simboliche. Persino alcuni gesti. Tutto concorre alla costruzione di ciò che, utilizzando il linguaggio del marketing, potremmo chiamare posizionamento. Fin qui nulla di necessariamente patologico. Il problema arriva quando rischia di invertirsi il rapporto tra politica e comunicazione. Per molto tempo il percorso ideale poteva essere rappresentato così: idea, programma, candidato, comunicazione, consenso. Naturalmente la realtà non è mai stata così ordinata. Ma la logica era riconoscibile: possiedo una visione e cerco il consenso necessario a realizzarla. La politica contemporanea dispone invece di strumenti infinitamente più sofisticati per conoscere orientamenti, desideri, paure e reazioni dell’elettorato. E allora il percorso potrebbe, qualche volta, rischiare di invertirsi: analisi del consenso, individuazione delle aspettative, posizionamento del leader, costruzione del messaggio e, infine, adattamento della proposta politica. Sembra una differenza sottile. Non lo è affatto. Nel primo caso cerco il consenso necessario a realizzare un’idea. Nel secondo rischio di cercare l’idea necessaria a ottenere consenso. Ed è forse questa l’inversione più interessante da osservare. Non perché la politica contemporanea sia priva di contenuti. Sarebbe un’affermazione ingiusta e facile da smentire. Destra, sinistra, centro, movimenti e nuove formazioni continuano naturalmente a possedere idee, programmi, valori e differenti visioni della società. La domanda è un’altra: è ancora prevalentemente la comunicazione a servire il contenuto oppure, qualche volta, è il contenuto a essere selezionato in funzione della propria capacità di comunicazione? Qui lo spettacolo della politica acquista un significato diverso. “It’s a show!”, verrebbe da dire. Ma forse lo show è soltanto ciò che vediamo. Dietro esiste qualcosa di più profondo. Esistono analisi dei dati, segmentazione degli elettori, studio dei comportamenti, posizionamento, strategie mediatiche, slogan, campagne, test dei messaggi, misurazione quasi immediata delle reazioni. Nulla di tutto questo è, in sé, antidemocratico. Anzi, potrebbe perfino consentire alla politica di comprendere meglio la società che pretende di rappresentare. Ma esiste un limite che il marketing politico incontra e che il marketing commerciale non incontra nello stesso modo. Un cliente deve essere soddisfatto. Un cittadino, qualche volta, deve essere contraddetto. Governare significa anche assumere decisioni impopolari. Dire che una promessa non può essere mantenuta. Spiegare che una risorsa non esiste. Chiedere un sacrificio oggi per ottenere un risultato tra dieci anni. Riconoscere che l’avversario, su un determinato argomento, potrebbe persino avere ragione. Cambiare idea quando cambiano i fatti. Ma se la politica diventa comunicazione permanente, quanto spazio rimane per tutto questo? Se un leader conosce quasi in tempo reale ciò che il proprio elettorato desidera ascoltare, avrà ancora la forza di dirgli ciò che non desidera sentirsi dire? È forse questa una delle differenze fondamentali tra conquistare consenso e governare? Lo spettacolo vive dell’applauso immediato? O il governo vive anche delle conseguenze future? E una democrazia dovrebbe riuscire a tenere insieme entrambi? Non dobbiamo quindi rimpiangere il mondo precedente. Non avrebbe senso. La comunicazione diretta ha aperto spazi straordinari di partecipazione. Ha spezzato monopoli informativi. Ha permesso a cittadini che prima erano soltanto destinatari di diventare interlocutori. Ha reso più difficile per il potere nascondersi completamente dietro le proprie stanze. Ma ogni conquista produce nuove domande. Abbiamo forse sostituito la distanza eccessiva tra cittadino e politica con una vicinanza talmente continua da costringere la politica a rappresentarsi senza sosta? E soprattutto: che cosa accade quando non siamo più soltanto noi a osservare il politico, ma sono i suoi strumenti di comunicazione a poter osservare, misurare e conoscere sempre meglio noi? I nostri interessi? Le nostre paure? Le nostre reazioni? Le parole che ci mobilitano. Quelle che ci indignano? Forse la politica dell’io rappresenta soltanto una fase intermedia. Dopo la politica delle idee è arrivata quella dei leader. Dopo quella dei leader, la politica dell’immagine. Dopo l’immagine, quella della connessione permanente. E adesso potrebbe iniziare qualcosa di ancora differente. Una politica nella quale non esiste più soltanto un leader che parla contemporaneamente a milioni di persone. Potrebbe esistere un sistema capace di parlare in maniera differente a ciascuna di esse. A quel punto il palcoscenico non avrebbe più bisogno di una piazza. Neppure di uno studio televisivo. Lo porteremmo tutti in tasca. E forse lo abbiamo già fatto. Resta soltanto da capire chi, da quel piccolo schermo, stia osservando chi? Ma questo appartiene già al prossimo dubbio. .








