Quale Musica per l’anno nuovo? - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Quale Musica per l’anno nuovo?

Quale Musica per l’anno nuovo?

Olga Chieffi

Una chiave di violino che apre il riccio a forma di cuore, è stato il simbolo musicale di questo Capodanno, segno di rispetto e sottomissione unicamente alla musica, che ha ben brillato in campo giallo, appuntata quale spilla, dalla parte sinistra, su giacche e décolleté delle masse orchestrali e corali, nonché del Maestro Michele Mariotti, al quale è stata affidata la direzione del concerto e del pubblico assiso sotto il celeste cielo del teatro La Fenice di Venezia. Sacrificio, passione, ricerca continua è la Musica e rispetto si deve a coloro che la hanno eletta a propria ragione di vita. Orchestra e coro in stato di grazia, degnamente diretti da Michele Mariotti, sono stati attraversati da quel fuoco di eraclitea memoria, figura simbolica del dinamismo del divenire, di logos quale specchio di discorso dotato di senso, di cambiamento, unico termine a cui guardare in questo giorno, di rinascita quale è la fenice stessa. Protesta silenziosa per la Rai, il cui commentatore si è anche sentito pronunciare che il Nessun Dorma è lanciato da Calaf per la sua estrema sicurezza che il giorno successivo, all’alba, lui avrebbe certamente sciolto i tre enigmi. Giornalista televisivo specchio di questi tempi in cui tutti, o quasi, sono abilitati a poter fare e parlare di tutto, con “lasciapassare” vuoti e falsi, e, naturalmente, con tutta la superficialità e leggerezza possibili, per addivenire al gusto del pubblico, chiamato a riempire, comunque e qualsivoglia contenitore culturale. Ottime le esecuzioni della sinfonia dalla Semiramide di Gioachino Rossini, un Rossini eseguito alla “francese”, privo di tempi veloci, ma una lettura tesa e variegata in Bellini, la capacità nel far “cantare” l’Orchestra della Fenice, curando timbro, dialogo tra sezioni e dettagli dinamici, così come nei Vespri Siciliani di Verdi. Nella seconda parte, cantanti in palcoscenico: Rosa Feola che ha confermato le sue caratteristiche di voce luminosa e musicalità, in Rossini, anche se alcune pagine, in particolare come Casta Diva, non hanno goduto di quell’aure che le compete. Jonathan Tetelman, invece, ha mostrato una vocalità meno corporea e in più rigida, un fraseggio non sempre fluido e la sicurezza di non essere il tenore per quel si che ha da “cantare” Calaf, attesissima aria che, comunque, ha fatto cadere il teatro. Perfetti gli interventi del coro della Fenice, preparato da Alfonso Caiani: compatto, morbido e stilisticamente accurato, soprattutto in brani quali “Feste! Pane! Feste!” da La Gioconda e il “Va’, pensiero”. Tempi strani questi, tempi bui, il tempo del compromesso, l’era delle agenzie che tengono in pugno direttori artistici e cartelloni, non solo musicali, costringendo artisti a voli pindarici, non solo sul pentagramma. E il pubblico? “L’italiano (non parlo del vero popolo, chè quello è ancora santo e non conta nulla) che conta vuol passare dalla fica agli spaghetti e dagli spaghetti al pisciatoio, e si ritiene offeso e ingiuriato da chiunque lo provochi a pensare.” Siamo solo nel 1913 e l’inarrivabile Bruno Barilli così scriveva ad Ildebrando Pizzetti. Niente più stampa e giornalisti capaci di lanciare macigni provocanti piccoli maremoti, nella morta gora del mondo culturale, sgretolando i falsi miti, creati da una stampa asservita e consenziente, che ha ormai diseducato il pubblico, il quale pur cerca, per svariate ragioni di avvicinare il Totem della Cultura, non ultimo l’essere fisicamente all’evento, pubblicando selfie a ripetizione, è portato ad attribuire il preventivo assenso a coloro che gli vien detto incarnare tale obelisco. Inabilità a leggere più di trenta righe, tanto che il critico musicale del Corsera all’indomani della “prima” della Scala è costretto a stilare una pagellina, un tabellino “calcistico” con i voti, ed ecco che tutto diventa, così, probabile, possibile e ammissibile. Anche Vienna per il suo venerato concerto, ha scelto il canadese simpatico e gioioso, tight blu e camicia nera, aletta di brillanti per orecchino, gioiosamente leggero il direttore musicale del Met, Yannick Nézet-Séguin, che dirige, giustamente a memoria, i Wiener Philharmoniker, sempre col sorriso, una formazione ringiovanita che sa bene di eseguire la propria musica, che interpetra senza alcun problema. Gentilezza e pace il messaggio del direttore e via giù in platea per la Radetzky March, per continuare a “giocare”, stavolta col pubblico nella leggerezza augurale dello spirito del Capodanno. E a Salerno? Anche da noi sono partiti treni, tuoni e fulmini, la lama dei pattini ha carezzato il ghiaccio e il destino di Carmen letto nei quattro preludi, così come quello di Riccardo nel Ballo in Maschera di Verdi nella celebre quadriglia del Re del valzer, con Francesco Rosa sul podio, alla testa di una ritrovata Filarmonica Salernitana, in un doppio concerto nel massimo cittadino stracolmo. Abbiamo apprezzato il ritorno del Maestro Antonio Senatore al primo leggìo dei flauti, suo l’idillio con l’arpa per l’ Entr’acte del II atto della Carmen, malinconico e pastorale, con alla destra il suo allievo Mario Montani e Vincenzo Scannapieco all’ottavino, una triade simbolo di una tradizione flautistica made in Salerno ultracentenaria, che sposa perfettamente con l’oboe di Antonio Rufo, col corno inglese di Giovanni Borriello, mentre nell’Ouverture della Leichte Kavallerie di Franz Von Suppè, indovinato è stato pianissimo del solo di clarinetto di Luigi Pettrone, ma galop ben sotto il fatidico Allegro, corni imperiosi, percussioni assolute protagoniste nei brani viennesi. Cosa chiedere alla direzione del teatro Verdi per il nuovo anno? Sicuramente più salernitani in orchestra, tutti i legni, ma anche i violini, la “cantera” del Conservatorio “G.Martucci” è ampiamente all’altezza e lo ha ben dimostrato ne’ “Il cappello di paglia di Firenze”, non c’è affatto bisogno di guardare oltre provincia, quel famoso ponte di note tra la massima istituzione musicale cittadina e il teatro è sempre esistito e deve essere ampliato. La voce del Capodanno salernitano? Quella di Maria Agresta, cilentana di Vallo della Lucania, che dal nostro palcoscenico è partita alla conquista del mondo, col suo timbro luminoso, distintivo e ricco di armonici e dal fraseggio di elevato livello tecnico e interpretativo, la quale ha regalato un florilegio di canzoni napoletane dell’epoca d’oro e l’Habanera della Carmen. Applausi e bis con l’intervento del tenore Vincenzo Tremante per Funiculì Funiculà e il brindisi della Traviata, tra coriandoli e scoppi di palloncini. Intanto è già toto-titoli quest’anno si darà il via al XXX cartellone lirico della nuova era del Verdi, principiata con il Falstaff di Giuseppe Verdi nel 1996, opera che dovrebbe essere riproposta, mentre il 25 aprile Turandot compie cento anni dalla sua prima rappresentazione. Se ha ben incontrato i favori del pubblico Un ballo in maschera Quadrille, Op. 272, composta da Johann Strauss figlio nel 1863, che utilizza motivi dall’opera omonima di Giuseppe Verdi, sarebbe il caso di proporre l’opera originale. Ma gli enigmi sono tre: Speranza, Sangue e Turandot. Nessun dorma!