Michelangelo Russo Sconcerta l’inaspettata adesione di Antonio Di Pietro al fronte del Si referendario. Ci si sarebbe aspettata una accorata difesa dell’indipendenza della magistratura messa in chiaro pericolo dalla manovra governativa per scardinare la Costituzione a favore di un Potere Esecutivo rafforzato dalla debolezza, voluta del Potere Giudiziario. Ma Antonio Di Pietro, per come l’ho conosciuto, ha fatto una dichiarazione di voto in perfetta coerenza con le sue idee di sempre. Che hanno avuto, fin dall’origine, una visione “poliziesca” dell’apparato giudiziario. Non a caso, nell’intervista rilasciata a questo giornale, auspica una nuova, definitiva, Tangentopoli purificatrice e dispensatrice di manette. Sarebbe una catastrofe la sua utopia, comunque incentrata sulla suggestiva e pericolosa illusione del “repulisti” generale; che è il tema di fondo su cui galleggiano, da sempre, le suggestioni delle ideologie di destra estrema. Ma, dicevo, il “collega Di Pietro (tra magistrati si rimane sempre colleghi anche se non lo si è più) ha avuto lo stesso pensiero egemone per tutta la sua carriera. L’idea di una Procura forte, possibilmente centrale, a livello Nazionale, o comunque condizionante per le altre Procure, è stata in cima ai suoi pensieri fin da quado era Sostituto Procuratore a Milano, durante la stagione di Mani Pulite. Nell’anno 1993, a maggio, lo incastrai proprio negli uffici della Procura di via Manera. Con i colleghi Gigi D’Alessio e Vito Di Nicola avevamo una serie di indagini sugli appalti pubblici che, a un certo punto, videro la necessità di un collegamento con i processi istruiti da Di Pietro. Fui delegato al contatto con la Procura di Milano. Di Pietro fu cortesissimo e premuroso. Mi condusse, a un certo punto, in una serie di stanzoni, attigui al suo ufficio, in cui enormi scaffalature che arrivavano al soffitto erano colmi di enormi contenitori di carteggi. Solo a guardarli sgomentavano. Erano i faldoni dei tantissimi processi di malaffare che aveva accumulato nel corso dei due anni precedenti. Affermò di conoscerli tutti, lasciandomi stupito per una impresa che mi sembrò titanica. Poi organizzò un mio colloquio investigativo con il Manager della Cogefar, Papi, gola profonda nei suoi processi. Passarono molti mesi. A metà del 1994, mi invitò a Roma, negli uffici della Procura Nazionale Antimafia (retta a quel tempo da Bruno Siclari), in appoggio ad un suo progetto di migliore organizzazione del sistema delle indagini. Nella sala degli invitati c’erano molti, noti, capi degli Uffici italiani. Di Pietro, da organizzatore, era l’attore principale, coadiuvato da un ancora giovanissimo sostituto di Milano, Paolo Jelo, poi diventato il Procuratore Aggiunto di Roma che tutti conosciamo. Di Pietro incitava alla sottoscrizione di un Protocollo d’intesa che legasse le Procure, ma anche i Tribunali, a un interscambio praticamente permanente di notizie che servissero di supporto, soprattutto alle Procure più importanti, per lo sviluppo di indagini. Idea in sé e per sé che appariva produttiva e razionalizzante.Ma alla fine, nella discussione, il progetto si arenò per motivi determinanti.Il primo: Michele Coiro, Presidente del Tribunale di Roma, osservò che quello strumento del protocollo non era previsto dal Codice di Procedura Penale. Coiro disse testualmente, tenendo in mano il codice: “Questo è il mio unico protocollo”. Non se ne fece nulla. Anche perché, si osservò pure, un tale protocollo di intesa avrebbe consentito una egemonia in campo nazionale delle Procure più forti e numerose, che inevitabilmente, per essere al centro, come Città, degli affari economici e politici, di un gran numero di inchieste, avrebbero inevitabilmente attirato a sé la competenza territoriale.Con buona pace del principio costituzionale del Giudice Naturale del territorio. A distanza di tanti decenni,l’Utopia di Di Pietro non è evidentemente cambiata. Lui veramente si illude che un forte potere centrale del Pubblico Ministero, che la Riforma lascia intravedere tra le righe, sarà il toccasana per la lotta al crimine. Ma purtroppo trascura, Di Pietro, efficentista e “poliziesco”, il pericolo tremendo che un Pubblico Ministero, separato dalla comune cultura della giurisdizione con i Magistrati Giudicanti, presenta per la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini. Un potere egemone del Pubblico Ministero, sia controllato dalla Politica attraverso lo spauracchio di una Alta Corte Disciplinare presieduta da una rappresentante della maggioranza di Governo, sia del tutto autonomo da questa, è un pericolo per le basi fondamentali della Democrazia. Nell’uno e nell’altro caso sarebbe un Potere tendenzialmente dispotico e intimidatorio, con il suo timbro naturalmente “poliziesco”. Solo il potere diffuso sul territorio, improntato dai Padri Costitueni ai principi di bilanciamento dei Poteri, è stato la garanzia, in questo Paese, della libertà e uguaglianza di tutti i cittadini. E gli errori, che pure la Magistratura ha commesso nel tempo, sono pur sempre il male minore, nel contesto dell’ imperfezione di tutte le cose umane, di fronte all’incubo di un Potere assoluto che la Riforma prospetta. Meglio gli errori, perfettibili, dinanzi all’esempio di un dittatore malato di mente.





