Otto Skorzeny, dal commando SS al Mossad - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Otto Skorzeny, dal commando SS al Mossad

Otto Skorzeny, dal commando SS al Mossad

di Nicola Festa

Otto Skorzeny, l’uomo che divenne leggenda dei reparti speciali del Terzo Reich, è ancora oggi una figura sospesa tra mito, propaganda e realtà storica. A questa personalità controversa lo storico militare francese Benoît Rondeau dedica una nuova e accurata biografia, Otto Skorzeny. Des commandos SS au Mossad (Perrin, 2025), ricostruendone il percorso con attenzione critica, attraverso le sue stesse memorie e un’ampia documentazione d’archivio, così da evitarne sia l’esaltazione sia la denigrazione. Nato a Vienna nel 1908 in una famiglia borghese, Skorzeny vive il declino economico seguito alla fine dell’Impero austro-ungarico. Studiò ingegneria, seguendo le orme paterne. Alto1,95, atletico, eccelle negli sport, soprattutto nella scherma. Pratica il duello con spade a doppio taglio, nella confraternita studentesca Schlagende Verbindung, mirato a procurare ferite al volto. Ritenute segni di “disciplina, coraggio e resistenza”. Affronta quattordici duelli. Nel decimo riporta la caratteristica cicatrice che gli vale il soprannome di “Scarface”. Negli anni universitari frequenta ambienti nazionalisti e paramilitari, maturando presto simpatie per il nazionalsocialismo. Nel 1932 aderisce al Partito Nazista e successivamente entra nelle SS austriache. Allo scoppio della guerra, si arruola volontario nella Luftwaffe, ma per ragioni di età e di altezza, viene assegnato alla sorveglianza a terra. Insoddisfatto, opta per le Waffen SS, entrando inizialmente nella Leibstandarte SS Adolf Hitler e successivamente nella Divisione Das Reich. Partecipa come responsabile della logistica alle campagne di Francia, Jugoslavia e Russia, dove rimane ferito. Una volta rientrato in Germania, le sue capacità tecniche e il suo spirito d’iniziativa gli valsero la selezione per il comando della nuova unità di forze speciali creata nel 1943, il Sonderverband Friedenthal, destinata a operazioni non convenzionali. La vicenda di Skorzeny entra nella storia il 26 luglio 1943, quando il trentacinquenne capitano austriaco, da poco nominato al comando dell’ SS-Sonderverband Friedenthal, è convocato alla Wolfsschanze (La Tana del Lupo), il Quartier generale di Hitler, in Prussia Orientale. L’incontro con il Führer, assieme ad altri cinque ufficiali delle forse speciali, che ricorderà come “indimenticabile”, segna l’inizio del suo destino. Interpellato sull’Italia, Skorzeny, al contrario degli altri ufficiali intervenuti prima di lui, non si abbandona a formule di circostanza: “Ich bin Österreicher, Mein Führer!”. Quelle tre parole, “Io sono Austriaco”, bastano a colpire Hitler, che lo trattiene da solo e gli affida una missione segreta: ritrovare e liberare Benito Mussolini — da lui considerato “un amico personale” e l’incarnazione “dell’ultimo Romano” — appena deposto e arrestato per ordine del Re. Hitler riteneva l’operazione di importanza cruciale per l’esito del conflitto. Su ordine di Hitler, Skorzeny è posto sotto il comando del generale Kurt Student — il “padre” dei paracadutisti tedeschi (Fallschirmjäger) e comandante dell’XI Corpo Aereo ((XI Fliegerkorps) — per l’intera durata della missione. A Skorzeny vengono affidati compiti prevalentemente di intelligence e attività di polizia. Nasce così l’ “Operazione Quercia” (Unternehmen Eiche), destinata a diventare una delle più ardite operazioni speciali della seconda guerra mondiale. Dopo settimane di ricerche e di un intenso lavoro di intelligence, condotto principalmente da Skorzeny, con il supporto dei servizi segreti tedeschi attivi a Roma, il luogo di prigionia del Duce viene localizzato nell’Hotel Campo Imperatore, sul massiccio del Gran Sasso. L’accesso al sito è quasi impossibile: un altipiano isolato a oltre duemila metri, collegato alla valle solo da una funivia sorvegliata da centinaia di carabinieri. Ma la pianificazione di una manovra combinata, mediante un aviosbarco con alianti per l’inserzione delle unità d’assalto affiancata da un’avanzata terrestre, messa a punto dal generale Student, unita all’audacia del commando di Skorzeny, renderà possibile l’impossibile. Il 12 settembre 1943, dodici alianti al comando del tenente dei Fallschirmjäger Georg von Berlepsch decollano da Pratica di Mare, mentre un contingente di circa duecento paracadutisti agli ordini del maggiore dei Fallschirmjäger Harald Mors avanza via terra per assicurare il controllo della stazione della funivia. Autorizzato da Student, Skorzeny partecipa alla missione con sedici uomini delle SS e due cineoperatori. L’aliante di Skorzeny, per un errore di manovra di alcuni dei veivoli che compongono la formazione, atterra per primo, a poche decine di metri dall’hotel. Sfruttando l’effetto sorpresa, egli irrompe nell’edificio senza che venga sparato un solo colpo. È il primo a raggiungere Mussolini. “Duce, il Führer mi ha dato l’ordine di liberarvi!”, esclama. Mussolini gli afferra entrambe le mani, lo abbraccia: “Sapevo che il mio amico Adolf Hitler non mi avrebbe abbandonato.” L’immagine dei due uomini, l’eroe che salva l’alleato, farà il giro del mondo, scolpendo la figura di Skorzeny nella mitologia bellica del Terzo Reich. Il salvataggio, abilmente amplificato dal ministro della Propaganda Joseph Goebbels, gli vale la Croce di Cavaliere della Croce di Ferro concessagli da Hitler, e una fama senza precedenti. Eppure, già allora iniziano le dispute sul suo reale contributo. Il piano, come ricordano il generale Student e il maggiore Mors, era stato elaborato e condotto dai Fallschirmjäger. Skorzeny era stato solo l’uomo-simbolo. Ma, osserva Rondeau, Hitler aveva personalmente assegnato a Skorzeny il compito di liberare Mussolini e gli va anche riconosciuto il ruolo determinante nella fase esecutiva, durante la quale seppe “dare prova di iniziativa, come ci si aspetta da ogni subordinato dell’esercito tedesco”(p.114), sfruttando con efficacia le contingenze della situazione. L’attività preliminare di intelligence, unita alla reattività dimostrata nella conduzione del raid, furono i fattori chiave del successo (p.120). Questa analisi di Rondeau ricalca quanto già sostenuto dal generale William H. McRaven nel saggio Spec Ops (Presidio Press, 1996). Pur ammettendo i meriti di Mors nell’elaborazione del piano, secondo l’analista statunitense fu Skorzeny che eseguì la ricognizione aerea, atterrò per primo e raggiunse per primo Mussolini, sottraendolo ai suoi carcerieri. Per McRaven il successo non fu merito della pianificazione, ma dell’iniziativa di Skorzeny, che prevalse sulle manovre di Mors (op. cit. , p. 201). Il mito è ormai creato. Hitler vede in lui l’uomo delle missioni impossibili. Nel 1944 gli affida l’Operazione Cavallo da Corsa (Unternehmen Rösselsprung ), il tentativo di catturare Tito nel suo quartier generale di Drvar. L’assalto fallisce l’obiettivo principale, ma rafforza la sua fama di comandante temerario. Pochi mesi dopo, nell’ottobre dello stesso anno, ottiene invece un successo pieno con l’Operazione Panzerfaust (Unternehmen Panzerfaust). Con una manovra ardita riesce a rapire il figlio del Reggente ungherese Miklos Horthy per costringere quest’ultimo a rinunciare all’armistizio con gli Alleati e cedere il governo al filonazista Ferenc Szalasi, Capo delle Croci Frecciate. L’ultimo capitolo della sua carriera nelle Waffen SS è l’Operazione Grifone (Unternehmen Greif), durante l’offensiva delle Ardenne. I suoi commando travestiti da soldati americani, seminano confusione e disordine nelle retrovie alleate. Nonostante il fallimento degli obiettivi strategici, il suo nome entra definitivamente nella leggenda. La fine della guerra apre per Skorzeny una nuova e avventurosa fase. Il 22 maggio 1945 si consegna agli americani e viene internato per due anni in un campo di prigionia. Processato a Dachau nel 1947 come criminale di guerra per aver utilizzato uniformi nemiche, viene assolto grazie alla testimonianza di un ufficiale inglese. Ma, considerato comunque pericoloso, non viene liberato. Sarà protagonista l’anno successivo di una rocambolesca evasione. L’ex ufficiale delle SS, ormai un uomo braccato, trova infine rifugio nella Spagna franchista, dove diventa un ricco imprenditore e consigliere militare. La sua attività nel dopoguerra si muove tra zone grigie e servizi segreti. Collabora con regimi autoritari in Egitto e Argentina, aiuta le reti clandestine “Odessa” e “Il Ragno”, che facilitano la fuga di ex nazisti. Secondo alcune fonti, entra persino in contatto con il Mossad israeliano nei primi anni Sessanta. Una vicenda che Rondeau analizza con prudenza ma senza escluderla del tutto. Otto Skorzeny muore a Madrid nel luglio 1975, portando con sé molti segreti. La biografia di Rondeau, evita sia l’agiografia sia la demonizzazione, restituendo alla storia, e non alla leggenda, il profilo di un uomo dalla personalità complessa e controversa che, senza rinnegare il suo passato di ardente nazionalsocialista, è riuscito ad attraversare indenne il Novecento, passando dalle Waffen-SS ai contatti con i servizi segreti occidentali e, forse, con il Mossad. Skorzeny resta indiscutibilmente un protagonista di primo piano nelle reti di intelligence anticomuniste che hanno influenzato la geopolitica della Guerra Fredda.