Malinconico, specchio dei nostri tempi - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Malinconico, specchio dei nostri tempi

Malinconico, specchio  dei nostri tempi

Di Gemma Criscuoli

Svegliarsi ignorando la propria identità e quella dell’amante non è certo il migliore degli inizi. Se poi si aggiunge l’immagine digitale del proprio inconscio in mutande che ironizza e rimprovera, è evidente che il vero cimento è la routine. Pubblico salernitano in delirio per Massimiliano Gallo, interprete, regista e autore, con Diego De Silva, di “Malinconico –Moderatamente felice”, lo spettacolo che resterà in programma presso Il Teatro Verdi fino a domenica, unico giorno in cui la replica inizierà alle 18.30. Nel cast, Biagio Musella, Manuel Mazia e Diego D’Elia dominano in modo pressoché perfetto la scena nella mimica e nella scansione dei tempi comici. Eleonora Russo e Greta Esposito sono particolarmente attente alla caratterizzazione dei propri personaggi. La scenografia di Luigi Ferrigno è funzionale alle peculiarità del protagonista. Il suo piccolo appartamento è su un piano elevato ed è accessibile attraverso due rampe di scale che permettono di percorrere lo spazio con un movimento circolare. Tali elementi alludono non solo al distacco dalla realtà in cui spesso e volentieri l’avvocato si perde, inseguendo un’immagine di donna ideale – frutto anch’essa, non a caso, di un computer- che compare come un leit-motiv latente, ma anche all’incapacità di evadere dalle proprie elucubrazioni. Quando, infatti, si fa trascinare dai propri pensieri, anche a costo di uscire in pantofole e accappatoio, Vincenzo compie tutto il periplo dell’ambiente. Che si tratti delle incongruenze del politicamente corretto o del tentativo di sottrarsi a una scenata, nascondendosi in una cassapanca tirolese, il celebre avvocato è sigillato in se stesso. Il muoversi attorno a tutto il resto è una condizione esistenziale, l’assolutizzazione del privato, oltre il quale lo sguardo non si spinge se non per ribadirne il peso e il valore. Malinconico è buffo, contraddittorio, irritante, disincantato e il contesto con cui si relaziona suscita risate di grana grossa perché riflette l’assurdità di un temperamento adolescenziale in un corpo adulto. Viola è in procinto di sposare in altro, ma si concederà a Vincenzo fino all’altare; Chanel è una figura en travesti pronta a denunciare il cane che minaccia il suo cucciolo; il giudice Mastronzo lo assedia con un interesse non proprio professionale; un angelo degno di una pochade tenta invano di sottrarlo alle secche di un fallimentare passato amoroso per ottenere una sorta di promozione, esattamente come ne “La vita è meravigliosa”; l’assistente Bigodino è un pasticcione e Adam vuole intentare una causa addirittura al Padreterno. L’unica con cui il rapporto è sereno è la figliastra Alaja, che, pur sapendo mettere il dito nella piaga di chi le fa da padre, non lo giudica ed è mossa da incondizionata sollecitudine. Tutt’altro atteggiamento ha Nives, madre di Alaja, che non vuole rinunciare all’avvocato, pur avendo divorziato da lui. Come uscire dall’impasse di “una vita messa sotto sale”, quando Vincenzo afferma di “volare basso, lastricando la vita che indosso”? Semplice: non c’è via d’ uscita. L’antico monito di accettare se stessi, riconoscendo i propri limiti, ritorna nel pieno fulgore. Malinconico insegue l’amore, l’equilibrio, la chiarezza per poi capire che deve bastarsi. Lo ammette anche l’angelo incontrato nel primo tempo: capire l’amore è troppo faticoso. È decisamente meglio viverlo, cedendo al suo richiamo, qualunque cosa accada. Il ballo di Vincenzo e della creatura angelica con tanto di strobosfera sulle note di “Reality” di Richard Sanderson è un’ironica riconciliazione con la parte irrazionale di sé. Nel restare da solo a ballare, Vincenzo è felice di essere immaturo, eterno ragazzino che si fa conquistare dall’ennesimo miraggio. In quest’uomo che non cresce c’è tutta la cifra dei nostri tempi. Tutto nel ventunesimo secolo congiura perché non si superi mai la soglia di un immaginario che, per quanto esile, risulta l’unica bussola. Pregiudizi, illusioni, rimpianti sono ben racchiusi nella memoria e vivere equivale a proiettare ovunque – ma in modo asfittico- la propria individualità. Un’individualità che non è ponte verso qualcosa o qualcuno, ma una strada sbarrata: ogni percorso, in effetti, torna al punto di partenza. Pascal afferma che l’infelicità umana deriva dal non saper restare soli in una stanza. Ora la stanza della mente si è sovrapposta, fino a farlo sgretolare, al mondo. Difficile individuare quanto questo garantisca la felicità, ma quel che è sicuro è che non salva dal ridicolo.