Di Olga Chieffi
La ripresa autunnale vedrà in scena il Macbeth bulgaro firmato da Plamen Kartaloff, con sul podio Daniel Oren. Macbeth, rappresentato dalla riapertura alla lirica due volte e con grandissimo successo, firmati per la regia dalla Elena Barbalich e Lina Wertmüller è il primo incontro di Giuseppe Verdi con Shakespeare. Macbeth, che sarà in scena il 18 e il 20 ottobre con la sanguinaria Lady, che avrà la voce di Ewa Plonka, Banco quella di Riccardo Fassi, mentre Macduff sarà Galeano Salas, è tragedia della conoscenza, cioè della difficoltà che l’uomo ha di conoscere sé stesso, i propri simili, il proprio destino. Shakespeare la scrisse nel 1606 ed è il simbolo di una dialettica instancabile fra una storia intesa come sviluppo necessario e una volontà che quello sviluppo cerca di prevedere e prevenire, incanalare e piegare: una forma, dunque, inizialmente chiusa, ma continuamente riaperta dalla certezza e poi, dalla sconfitta dell’attesa, dalla razionalità e poi, dall’irrazionalità dell’azione, dalla conferma di una logica superiore e poi, dal colpo di scena, il tutto sovrastato dal dispiegamento allegorico-moralistico del destino comune, e dal disegno teleologico, per non dire millenaristico, dell’avventura umana. Il secondo appuntamento dedicato alla danza, è stata fissato per il 24 e il 25 ottobre con protagonista ancora il Balletto di Milano, che si cimenterà sulle musiche degli chansonniers francesi con La vie en rose, seguite dal Bolero di Maurice Ravel, su coreografie di Adriana Mortelliti. Il conservatorio di Salerno “G.Martucci”, invece, sarà in scena dal 3 all’8 novembre tra matinèe per le scuole e spettacoli in abbonamento, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Il direttore Fulvio Artiano, ha suggerito una delle ultime avventure mondane, in un mondo di ambasciatori, contesse, gigolò, viveurs squattrinati e alcove proibite. Un mondo dove la pochade si unisce alla commedia di sentimenti e dove ci si può ancora commuovere. Una Vedova Allegra con sorpresa, poiché con fra livree e frac fruscianti in palcoscenico e sul podio, spunterà la marsina di un Njegus d’eccezione, per il qual ruolo è stato scelto il nome di Massimiliano Gallo. Sul podio un grande ritorno, il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, che sa esaltare i giovani strumentisti del Conservatorio e calarli in quel “gioco” serio con professionisti del calibro di Mario Cassi che sarà Danilo Danilowitsch, Sara Cortolezzis la Hanna Glawari e Filippo Morace Mirko Zeta. Celebrazioni del centenario di Turandot fissate per il 21 dicembre. L’Oriente di Giacomo Puccini, l’ultima evasione del compositore, dal mondo occidentale, un viaggio preparato con scrupolo, distillando, oltre ad aromi cinesi e siamesi, un lungo elenco di formule ritmiche e timbriche attualissime, che realizzano una partitura grondante di suoni, splendente di impasti ferrigni e luci diamantine, stellari, un astro fra soffici nubi corali, ora balenanti ora soavemente adagiate nello spazio come la coda di una cometa, sfondo degno del grande oriente, immaginario o reale, chiuderà il cartellone. Un’opera ancora con targa bulgara, firmata da Plamen Kartaloff e Daniel Oren, con Ewa Plonka nel ruolo del titolo, Jorge de Leon che eleverà il Vincerò e Vasilisa Michjlovna Berzanskaia nei panni di Liù. Opera chic, costellata di inquietudini linguistiche e psicanalitiche, ma alfine legata anima e corpo, nella sua audace crosta impressionista, a un autentico retour à l’antique, la Turandot di un Giacomo Puccini, che dopo la quasi completa disgregazione della struttura operistica compiutasi tra Bohème e La fanciulla del West, sembra voler gradualmente ricomporre quel frammentarismo della prima maturità entro una specie di calco formale freddo e insieme dovizioso, dove le allusioni a Ravel e a Stravinskij, per quanto appariscenti e dotte, sono esclusivamente allusioni ormai, e non premonizioni. Daniel Oren ha commentato questi titoli che sono nel sentire di tutti noi citando la celebre frase di Gustav Mahler “La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere”, alla quale aggiungeremmo un altro aforisma dello stesso compositore “Lo spirito può affermarsi solo attraverso il mezzo di una forma chiara”. E Daniel Oren ha rivelato che lui ha imparato guardando i grandissimi della nostra tradizione, dividendosi tra Serafin, De Sabata, Votto, Toscanini. Lui depositario della tradizione sia americana di Bernstein che tedesca, non dimentichiamo il suo premio Karajan, che lo catapultò in Italia dove ebbe tra le mani e debutto Manon Lescaut di Giacomo Puccini, quindi il periodo d’oro del Teatro San Carlo dell’allora soprintendente Francesco “Nano” Canessa, a soli 28 anni e oggi, questo non voler guardare al nostro luminosissimo passato ha portato ad una difficoltà assoluta nella scelta dei cantanti, che credono poter cantare tutto e subito. Non è facile allestire un cast, le eccellenze sono sempre occupate: “non saprei oggi a chi affidare il ruolo di Otello – ha chiuso Oren – ma non dispero di far cantare in questo teatro Anna Netrebko”.





