di Alfonso Malangone*
Ai chioschetti dell’acqua e limone lungo il rettifilo di Napoli, l’invito degli acquaiuoli era sempre lo stesso: da me l’acqua è più fresca! Erano tanti, quasi a ogni angolo, per cui dovevano necessariamente vantare la propria ‘limonata’ per contrastare la concorrenza. Del resto, il vezzo dei commercianti di rassicurare la clientela sulla bontà della merce in esposizione è una regola vecchia come il cucco. Poi, si sa, è sempre il tempo a comportarsi da galantuomo. Oggi, lungo le strade della Città, cominciano ad apparire i manifesti elettorali con le immagini dei candidati a Sindaco e al Consiglio, mentre dai siti social, dalla stampa e dalle tv sono diffuse le prime proposte concrete ai cittadini. Ovviamente, ogni candidato offre le sue idee, dichiarandole come le più fresche ed efficaci. E’ un comportamento naturale e comprensibile per le nuove presenze politiche, lo è un poco meno per qualcuno che, dopo aver gestito le sorti della Città per quattro anni e molto più, e dopo aver inopinatamente rassegnato le dimissioni a sua insaputa, riconosce la necessità di ripristinarne l’antico splendore suggerendo soluzioni per i suoi problemi storici e recenti, magari pure causati da deficienze o inefficienze. Al riguardo, è ben noto che c’è stato chi ha vantato la bontà degli equilibri di Bilancio per poi votare a favore del decreto aiuti e dell’inasprimento eccezionale dell’imposizione con un’addizionale Irpef all’1,1%, la più alta d’Italia, neppure ridotta come da impegni sottoscritti. Per non dire delle quote poste a carico dei cittadini per i servizi a domanda, come il contributo per i pasti scolastici a iniziare da un Isee di 6000 euro mentre altrove si parte da 15.000 o anche da più su. Peraltro, in concomitanza con la richiesta di sacrifici, soprattutto ai più deboli, si sono spesi annualmente 5,5milioni per il Teatro, a fronte di un incasso di appena 500mila euro, e 2,5milioni per le luci di fine anno, a parte le feste di piazza, benché in buona parte già viste e quando altrove costano poche centinaia di migliaia di euro o sono addirittura offerte da sponsor. Ma, ci sono state anche i vanti per la bellezza delle spiagge, ‘ripasciute’ con le pietre tra gli scarichi di schifezze per il troppo pieno delle condotte; per la riqualificazione urbana, con la cementificazione delle ultime aree verdi e con la costruzione di grattacieli in centro perché, evidentemente, sei piani non sono stati ritenuti sufficienti; per il successo delle aste per la vendita di beni della collettività, anche se, a leggere le carte, per alcuni c’erano vincoli; per l’efficiente manutenzione degli impianti sportivi, crollati o chiusi e con il Vestuti ormai ufficialmente inserito nell’elenco dei terreni agricoli per le patate dop. Parlare di altre medaglie appese al petto, sarebbe un eccesso di lodi. E’ indubbio, comunque, che le promesse si affollano, concentrandosi in massima parte sui problemi ora divenuti davvero urgenti quali: la sicurezza, l’ambiente, lo sviluppo economico, il porto, la Porta Ovest, gli impianti sportivi e altro. Ognuno dice la sua, pur con dichiarazioni generiche che non consentono la piena comprensione di cosa si voglia concretamente fare. Ci sono, poi, pure proposte di qualità superiore che vorrebbero portare la Città ad ottenere riconoscimenti addirittura nazionali e internazionali. Di regola, nelle campagne elettorali tutto è possibile promettere, ma appare davvero difficile immaginare che Salerno possa posare i piedi sul podio di concorsi prestigiosi quando la base di partenza è al di sotto della decenza. Di fatto, l’unico primo posto ad oggi conquistato dalla Città è quello per le quote di Disavanzo di Amministrazione e di Debito Finanziario pro-capite. Per esse, è arrivata davvero al top in Italia, ma nessuno se n’è vantato. In tutto questo, non si può fare a meno di osservare che le proposte sono prevalentemente formulate ‘a pezzi’, cioè finalizzate a fornire soluzioni per ciascun singolo problema sul presupposto di riuscire a rianimare la Comunità mettendo insieme i singoli risultati. In verità, in questo modo sarebbe possibile realizzare un miglioramento della qualità della vita, intesa come sommatoria di parametri oggettivi e fisici riferiti alle utilità offerte ai cittadini, laddove per restituire alla Città la perduta dignità si dovrebbe tenere in debito conto il livello di soddisfazione individuale, cioè la condizione del benessere di tutti. Non a caso, esistono statistiche differenti per i due indicatori e una Città con elevata qualità non sempre è anche quella con il maggior benessere. Basta leggere le graduatorie su Internet. Da anni, ormai, Ali per la Città sostiene questa posizione, chiudendo i suoi commenti con l’invito a perseguire entrambi gli obiettivi con scelte di amministrazione guidate dal sentimento di appartenenza e dall’amore. All’inizio, qualcuno sorrise, o derise, sostenendo che amore e politica sono inconciliabili. Adesso, però, sta davvero accadendo qualcosa di diverso, visto che il candidato sindaco del nuovo Patto Civico, l’ing. Armando Zambrano, in un intervento su queste pagine ha affermato di voler realizzare una ‘Città Felice’. Cosa significa? Bisogna premettere che l’idea della felicità di un contesto urbano fu espresso da un pittore senese del 1300 (addirittura!), Ambrogio Lorenzetti. In un suo dipinto, detto del ‘Buon Governo’, egli attribuì le fortune di Siena alle fonti ispiratrici della Sapienza, della Giustizia, della Concordia, della Prudenza, della Fortezza, della Temperanza, della Generosità e della Pace, dipingendo alcune strade con palazzi e campanili in perfette condizioni mentre un gruppo di giovani, di cavalieri e dame eleganti procedeva festante tra botteghe di artigiani e commercianti colme di prodotti. All’opposto, in un affresco posizionato proprio di fronte, motivò le cause di una possibile sfortuna della Città nella Tirannide accompagnata dall’Avarizia, dalla Superbia, dalla Vanagloria, dalla Crudeltà, dal Tradimento, dalla Frode, dal Furore e dalla Divisione tra fazioni, ritraendo la stessa Città con cumuli di macerie e con attività economiche miserabili tra cittadini malandati, vittime di misfatti e causa, essi stessi, di devastazioni. Un disastro economico e sociale. In verità chi legge con attenzione le fonti ispiratrici dell’una e dell’altra visione non può avere dubbi sulle origini dei mali di cui soffre la Città: Salerno non è certamente una Città Felice. Perché diventi tale, è necessaria la diffusione di un solido stato di serenità, di pienezza interiore, di emozioni positive frutto di una condizione soggettiva basata sul giusto equilibrio tra desideri e gratificazioni, tra speranze e concrete soddisfazioni. E’ la somma delle singole felicità a rendere felice una Città, a qualsiasi livello di qualità. L’aggettivo usato dall’ing. Zambrano lascia immaginare una Amministrazione orientata ad affrontare i problemi ricercando soluzioni che non lascino indietro nessuno, non ostacolino l’esercizio dei diritti, non costringano a privarsi di quanto necessario per condurre una vita dignitosa, non impongano di doversi sottomettere per far valere le proprie ragioni o per assicurare un futuro a figli/e e nipoti. Una Città Felice è equa, giusta, solidale, dinamica, innovativa, libera, democratica, dove la vita vale davvero la pena di essere vissuta. Una Salerno diversa è davvero possibile se in essa saranno rispettati quei principi che la resero simbolo di cultura e civiltà. Lo abbiamo sempre sostenuto: una Città Felice si costruisce solo con scelte di amore. *Ali per la Città





