La guerra delle pompe funebri alla chiesa salernitana - Le Cronache Ultimora
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La guerra delle pompe funebri alla chiesa salernitana

La guerra delle pompe funebri alla chiesa salernitana

Nicola Russomando

Lo scorso 1 dicembre l’arcivescovo di Salerno Andrea Bellandi ha promulgato un suo decreto, n. 196/2025, che fa divieto di utilizzare le chiese come camere ardenti. Il tutto è avvenuto in coincidenza con la visita pastorale che il vescovo ha tenuto nella forania di S. Cipriano Picentino- Giffoni Valle Piana, luogo quest’ultimo dove la prassi delle camere ardenti nelle chiese si era particolarmente radicata. Fin qui nulla di anomalo, se si considera che mons. Bellandi ha esercitato la sua potestà di governo, richiamando alcune norme del diritto canonico, avvalendosi anche della legislazione regionale in materia. La singolarità della vicenda risiede invece nell’occasione che ha dato origine al provvedimento vescovile, il ricorso presentato il 27 novembre dall’associazione di categoria che riunisce le imprese di pompe funebri campane e indirizzato, oltre che alla curia salernitana, anche alle autorità civili preposte al rispetto delle norme di polizia mortuaria. L’intervento dell’arcivescovo è risultato immediato, quasi che la questione venisse portata per la prima volta all’attenzione della curia salernitana. In realtà, negli anni passati, non erano mancate segnalazioni da parte di singoli fedeli direttamente all’arcivescovo di una prassi che violava palesemente norme di diritto canonico generale e dello stesso diritto diocesano contenuto nel Direttorio per la celebrazione dei Sacramenti, emanato dal predecessore di Bellandi, Luigi Moretti, sin dal 2012 e a tutt’oggi vigente. Infatti, le prescrizioni dettate da Moretti vietavano che la salma potesse sostare in chiesa durante la notte con la sola eccezione di defunti provenienti da fuori parrocchia e per uno stazionamento limitato a ridosso della celebrazione delle esequie. Oggi che sono sempre più diffuse le “funeral home” o le “case del commiato”, la camera ardente in chiesa è stata letta da parte dei professionisti del settore come una forma di concorrenza arbitraria. Al di là delle questioni pratiche, si assiste ad un vero mutamento di ordine antropologico, in linea con le trasformazioni che interessano la società nel suo complesso, che investe il tema della morte, per lo più occultata e affidata a gestori esterni alla famiglia. Quello che era un rituale innanzitutto di ordine familiare con la salma del defunto vegliata in casa propria e dalla famiglia, oggi si tende ad inserirlo nel circuito commerciale delle attività funerarie. Tuttavia, l’esposizione in chiesa della salma del defunto risulta ancora più dissonante con il senso e la funzione delle esequie cristiane. La chiesa non può essere ridotta a luogo di stazionamento della salma per comodità organizzative in cui ricevere le condoglianze senza l’invasione dello spazio privato della propria abitazione. Tanto più se in quella chiesa vi è anche la “Presenza reale”, ovvero il tabernacolo con le ostie consacrate. Così, nella chiesa di S. Francesco a Giffoni era dato di assistere alla deposizione del feretro nell’area del presbiterio, in corrispondenza con la cappella del Santissimo, con i familiari del defunto a ricevervi le condoglianze e a confortarsi dal dolore anche con alimenti e bevande. Le esequie cristiane invece sono atto supremo di affidamento del defunto alla misericordia divina, esemplato dalle formule della “commendatio” e della “valedictio” con cui si invoca la benevolenza divina nell’estremo saluto di chi ha varcato la soglia del mistero della morte. La decisività di questi fini richiede il massimo rispetto del luogo in cui si celebrano le esequie, dove la presenza di Dio è reale, non immaginaria. La camera ardente nello spazio sacro distorce il vero significato della liturgia esequiale, ponendo sullo stesso piano, senza soluzioni di continuità, la veglia funebre con tutti i suoi elementi umani e la celebrazione sacramentale, materia del divino. Del resto, Cristo stesso, in una secca replica ai Sadducei che negavano la resurrezione della carne, definì Dio come “Dio dei vivi, non dei morti” a sottolineare che tutto vive in Lui. Da qui deriva la sollecitudine della Chiesa ad evitare ogni sovrapposizione tra usi funerari e liturgia esequiale imperniata sulla fede che “la vita non è tolta, ma trasformata”. E’ il caso,dunque, di riconoscere il giusto merito ai professionisti del settore funerario, se la questione ha trovato pronta soluzione presso l’arcivescovo Bellandi, laddove in passato è mancata, evidentemente, la capacità di rappresentare tutta la gravità di una prassi in violazione del diritto e della stessa liturgia.