di Erika Noschese
In un’epoca in cui la scuola dovrebbe rappresentare il baluardo principale dei diritti civili e il terreno più fertile per la crescita di ogni individuo, la storia di Nicolò, un ragazzo di tredici anni con una condizione autistica severa, emerge come un monito doloroso e necessario che scuote le coscienze collettive. Non si tratta di una semplice cronaca di disagio individuale, ma del racconto di un sistema che, inciampando nelle proprie rigidità burocratiche e culturali, rischia di vanificare anni di fatiche, progressi e speranze. Al centro di questa vicenda c’è una madre, Annarita Ruggiero, la cui voce ferma e carica di dignità si è levata per denunciare quello che definisce il crollo di un’istituzione fondamentale. La sua non è una protesta fine a se stessa, ma un atto d’amore e di resistenza civile che parte da un assunto fondamentale, espresso con una determinazione incrollabile: “Non permetterò che vengano spezzate le Ali a mio figlio autistico”. Questa frase, che funge da titolo e manifesto al suo accorato appello, non è solo una metafora poetica, ma un riferimento diretto alla sensibilità artistica di Nicolò, un giovane che, nonostante le sfide poste dalla sua condizione, è riuscito a comunicare al mondo la propria essenza attraverso l’arte e la bellezza. Nicolò non è mai stato un numero in un registro o un semplice caso clinico da gestire tra le mura dell’Istituto comprensivo Rita Levi Montalcini, nel plesso di Mercatello, sotto la direzione della dottoressa Angela Di Donato. Fino a poco tempo fa, la sua vita scolastica era l’emblema di un’inclusione possibile, reale e vincente. Frequentava trentadue ore settimanali in una sezione a indirizzo musicale, un ambiente che aveva saputo accogliere le sue peculiarità trasformandole in punti di forza. Amava la scuola, le sue routine, il rapporto con i compagni e i docenti. I suoi ottimi voti erano il risultato tangibile di un equilibrio faticosamente costruito in oltre undici anni di lavoro incessante. Un impegno corale che ha visto coinvolta non solo la sua famiglia, ma un’intera rete di supporto composta dall’Asl, medici, professionisti della riabilitazione, tutor, assistenti e terapisti che lo hanno seguito con un metodo rigoroso e una dedizione fuori dal comune. Nella sua lettera aperta, la donna ribadisce la volontà di proteggere questo percorso: “Non permetterò che vengano spezzate le Ali a mio figlio. Non permetterò che vengano polverizzati anni di duro lavoro e impegno di tutta una famiglia, dell’Asl, di medici, professionisti, tutor, assistenti, terapisti, supervisori che da oltre 11 anni lo seguono con dedizione e metodo”. La vita di Nicolò è sempre stata un inno alla partecipazione attiva e alla rottura degli schemi che spesso vorrebbero le persone autistiche isolate dal resto del mondo. Oltre alla scuola, pratica sport con costanza, si dedica con passione al giornalismo ed è un artista apprezzato a livello nazionale e internazionale. La sua opera, significativamente intitolata “Ali della stessa farfalla”, ha già calcato palcoscenici prestigiosi come quello di Sanremo e si prepara a volare verso Parigi, portando con sé un messaggio universale di speranza e inclusione. Eppure, proprio mentre la sua arte spicca il volo, il suo quotidiano sembra essersi trasformato in una prigione di incertezze. Dall’inizio del nuovo anno scolastico, quel mondo che prima lo accoglieva sembra essersi richiuso su se stesso, negandogli lo spazio vitale di cui ha bisogno. La data dell’11 settembre 2025 è rimasta impressa nella memoria della famiglia Ruggiero come uno spartiacque traumatico, un momento in cui le certezze sono evaporate lasciando spazio a un vuoto istituzionale che la madre descrive con parole che pesano come macigni: “Da quell’11 settembre 2025 per noi non sono ricadute le torri, ma è caduta l’istituzione scolastica”, ha raccontato la Annarita, mamma di Nicolò. È la descrizione di una ferita profonda che va ben oltre il disservizio tecnico, toccando le fondamenta stesse del patto educativo tra Stato e cittadino. Attualmente, quel ragazzo che viveva con entusiasmo le sue trentadue ore di scuola si ritrova confinato in un orario ridotto e frammentario, che non garantisce né la continuità didattica né il supporto necessario. La madre denuncia con amarezza la precarietà della situazione attuale, spiegando che suo figlio “riesce a frequentare appena 12/14 ore a settimana se tutto va bene”. Questo drastico ridimensionamento non è solo una questione di tempo sottratto all’istruzione, ma una violazione della stabilità emotiva necessaria per chi convive con l’autismo e trae forza dalla prevedibilità del contesto. La scuola, da luogo di crescita, si è trasformata in un ambiente avversivo, percepito come estraneo e ostile. Le conseguenze sulla salute psicofisica di Nicolò sono state immediate e devastanti, segnando un’inversione di rotta che angoscia i suoi cari. Le crisi sono aumentate, il sonno è diventato disturbato e sono ricomparse con forza le stereotipie che sembravano ormai superate da quasi un decennio. È un ritorno al passato che spaventa, un segnale d’allarme che non può essere ignorato. Annarita non usa mezzi termini per definire questo arretramento: “Per tutti è una ferita immane, una regressione gravissima, una sconfitta professionale e sociale”. Il cuore del problema risiede in una gestione amministrativa che sembra aver perso di vista la centralità dello studente e la peculiarità dei suoi bisogni. Sotto la direzione della dottoressa Angela Di Donato, l’istituzione scolastica appare agli occhi della famiglia come un sistema bloccato da una sorta di paralisi decisionale. Si parla di un muro di gomma fatto di procedure lente, rigidità organizzative e una carenza di visione che impedisce di trovare soluzioni rapide ed efficaci per garantire il diritto allo studio. La burocrazia, con i suoi tempi dilatati e le sue logiche impersonali, si scontra con l’urgenza vitale di un ragazzo per il quale ogni ora persa rappresenta un pezzo di vita che si allontana. La sensazione di impotenza provata dalla famiglia è palpabile nelle parole della madre: “Siamo ingessati, paralizzati, impotenti dinanzi a un muro di gomma”. In questo contesto, l’equilibrio faticosamente mantenuto per anni si sta sgretolando giorno dopo giorno, e il timore è che i danni causati da questa immobilità possano diventare permanenti. Annarita Ruggiero non risparmia critiche nemmeno al modo in cui spesso viene intesa l’inclusione all’interno del sistema scolastico moderno. Troppo spesso ci si accontenta di una facciata fatta di giornate a tema, cartelloni colorati e progetti di sensibilizzazione estemporanei, che però non incidono minimamente sulla realtà quotidiana degli studenti con disabilità. L’inclusione vera è fatta di scelte concrete, di ascolto attivo e di una disponibilità costante al dialogo tra scuola, famiglia e specialisti del settore. Per anni, questa sinergia aveva funzionato perfettamente, permettendo a Nicolò di vivere esperienze straordinarie e di sentirsi parte integrante della comunità scolastica. La madre ricorda con orgoglio quel periodo, sottolineando come “con amore, metodo, dedizione si è sempre riusciti ad includerlo e a donargli esperienze uniche”. Tuttavia, quel clima di collaborazione sembra essere stato improvvisamente sostituito da un atteggiamento di chiusura e pregiudizio. Le barriere non sono più architettoniche, ma mentali e organizzative, e proprio per questo sono ancora più difficili da abbattere. Questi ostacoli, denuncia Annarita, “causano danni irreversibili a persone fragili e disabili, coinvolgendo intere famiglie”. La battaglia di questa madre è dunque una corsa contro il tempo, una lotta per recuperare ogni secondo sottratto al futuro di suo figlio. Ogni settimana che passa senza una soluzione strutturale è una ferita che si approfondisce. “Mentre la burocrazia farà il suo corso, Nicolò perde chance”, scrive nella sua lettera aperta, richiamando l’attenzione sull’ineluttabilità del tempo perso. Annarita chiede che chi ha la competenza e il potere di agire lo faccia senza ulteriori indugi, sottolineando che “chi sa si attivi, chi conosce medi, chi deve risolva”. Questo grido di dolore è un richiamo alla responsabilità per l’intera comunità, un invito a non voltarsi dall’altra parte di fronte a un’ingiustizia palese. Non si tratta di concedere privilegi o favori particolari, ma di garantire il rispetto di un diritto costituzionale fondamentale che non può essere mediato o ridotto per ragioni di comodità amministrativa. La storia di Nicolò ci obbliga a riflettere su quanta strada rimanga ancora da fare affinché l’inclusione non sia solo una parola vuota nei documenti ministeriali, ma una pratica viva e pulsante che si manifesta ogni mattina al suono della campanella. La madre conclude il suo appello con un invito pressante alla mobilitazione delle coscienze, sperando che il suo dolore possa servire a smuovere chi ha la responsabilità di guidare l’istituzione scolastica. La sua speranza è che si possa “continuare a crederci e trovare una soluzione urgente e tempestiva mentre la legge farà il suo corso”, affinché Nicolò e tutti i ragazzi come lui possano tornare a sorridere tra i banchi di scuola, sicuri che le loro ali non saranno mai più minacciate dall’indifferenza o dal silenzio.





