Olga Chieffi
Variazione nazionale del Café chantant francese, il Caffè Concerto italiano è un prodotto dell’Ottocento europeo, il secolo dell’avvento della borghesia. A questo genere – che un secolo e mezzo fa comprendeva brani d’opera, canzonette, balletti e sketch drammatici – si ascrive il concerto che il Belle Époque Ensemble terrà stamane alle 11 in Villa Pignatelli, ospite del cartellone del “Maggio”. L’esibizione del quartetto a Napoli riporta a galla memorie di un tempo in cui la città è stata una delle capitali europee della cultura e dello spettacolo. Qui dopo il 1890 sorsero, uno dopo l’altro, luoghi come il Salone Margherita, il Gambrinus, l’Eden, il Rossini, l’Alambra, l’Eldorado, il Partenope e la Sala Napoli che resero celebri il genere e contribuirono a scrivere un’epoca oggi ritenuta leggendaria. L’ensemble composto da Armand Priftuli, al violino, Vladimir Kocaqi, al violoncello, Gaetano Falzarano clarinetto e Paolo Scibilia pianoforte conduttore, presenta in Villa Pignatelli un repertorio a cavallo tra metà Ottocento e inizi Novecento. Si inizierà con un tributo a Giacomo Puccini da Madama Butterfly coi suoi due momenti culminanti, del secondo atto, l’orizzonte di morte, composto da“Un bel dì vedremo” e dal celebrato coro a bocca chiusa, un’interminabile via Crucis, dai mutati e più sordi colori, percorsa in un’attesa spasmodica a denti stretti, il viso alzato al sorriso, tra ansie, languori dubbiosi e soffocanti, esaltazioni superbe, come il troppo conosciuto “Un bel dì vedremo”, ingenuo bamboleggiare e incrollabile speranza, fino all’annullamento. Quindi, la nenia che protegge il sonno del bambino e la veglia della madre, quel coro a bocca chiusa, che vale come un delicato femmineo sudario. Si passerà, poi, a Lolita di Arturo Buzzi-Peccia, una serenata spagnuola in tempo di bolero, dedicata ad Enrico Caruso, procedendo proprio con una czardas, che sarà Topsy di Vincenzo Billi. A seguire il Preludio all’atto III da La Wally di Alfredo Catalani, ancora una gemma della rara raccolta del Concertino Ricordi I volume, in possesso di Paolo Scibilia, una autentica velatura di poesia, di romanticismo e di influenze wagneriane e francesi, su di un formidabile tessuto sinfonico capace di dipingere veri e propri paesaggi sonori, perché dai suoni trapelano storie, con la loro densità affettiva e la loro costitutiva eccedenza, rispetto al tempo e ai luoghi. Si proseguirà, quindi, con La poupée valsante di Eda Poldini, una miniatura del compositore ungherese, tratto da Marionettes, una pagina che ebbe l’attenzione di Fritz Kreisler. Ed ecco il Verdi del Preludio al I atto de’ La Traviata che inizia sul filo del suono impalpabile dei violini, così come finirà questo “blues” di Violetta che gioca con i suoi tre volti, uno per ogni atto, ma sempre accompagnata dal nero incombente della morte. Finale con il valzer “Vita Palermitana” di Walter Graziani, pagine dalla fresca invenzione, simboli di un fenomeno di costume, quale la hausmousik e di un prezioso repertorio fornito dai musicisti più vicini agli ambienti aristocratici. Vediamo, quindi, come peculiare delle fasi di passaggio tra secoli sia sempre stata la tendenza ad allentare i confini tra generi musicali diversi e la distinzione tra musica alta e meno alta. Ed è proprio il terreno sui cui si sono affermati i Café Chantant e le loro derivazioni. Pagine apparentemente frivole e di gusto operettistico, care al pubblico, venivano spesso elevate al rango di classici, o quasi. Contemporaneamente, in altra direzione, l’opera lirica, sfrondata della sua aura soggiogante, trovava spazio in ambiti meno formali, per esempio nei Caffè, sezionata per il diletto di ascoltatori mondani e musicisti.





