Negli ultimi giorni si assiste a una curiosa e quasi surreale narrazione attorno alla figura dell’Arcivescovo di Salerno, Mons. Andrea Bellandi. L’annuncio della sua nomina a membro della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi è stato accolto da un’ondata di giubilo, lanciato a reti unificate sui canali diocesani e comunicato al clero come se si trattasse di uno storico trionfo o di un riconoscimento ai vertici della Chiesa italiana. Ma per chi conosce minimamente gli ingranaggi e la macchina organizzativa della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), la realtà si presenta assai diversa da come la si vuole dipingere. Entrare a far parte di una Commissione Episcopale non è un’elezione papale, né un’investitura ai vertici. Sono infatti oltre 120 i vescovi italiani distribuiti nelle varie commissioni della CEI. La vera notizia — ed eventuale motivo di reale prestigio o vittoria politica ecclesiale — sarebbe stata un’elezione alla Presidenza della Commissione stessa. Celebrare un semplice inserimento nell’organigramma come una vittoria memorabile sembra piuttosto un’operazione di maquillage comunicativo, utile a coprire un quadro ben più complesso e problematico. La sensazione, sempre più diffusa tra gli addetti ai lavori e nei corridoi che contano, è che si voglia forzatamente costruire un’immagine di grande stima e considerazione attorno a Bellandi, ma i dati di fatto raccontano un’altra storia. Basta guardare a quanto accaduto in ambito regionale: nella Conferenza Episcopale Campana (CEC), la Vice Presidenza — storicamente legata o di forte peso per la sede di Salerno — è passata di mano proprio durante la gestione Bellandi. Un segnale politico-ecclesiale inequivocabile sulla reale misura della stima e del peso politico che la diocesi salernitana esprime oggi tra i presuli campani. Le voci di corridoio all’interno della CEC e nei palazzi episcopali tracciano un profilo ben diverso dal ritratto idilliaco sventolato dai comunicati ufficiali. I vescovi leggono i giornali, osservano le dinamiche interne e hanno ormai compreso chiaramente con chi hanno a che fare. Eppure, la linea scelta sembra rimanere quella di mostrare a tutti i costi il volto di una diocesi sana, unita e compatta, immune da crepe. Ma la propaganda e le apparizioni sui siti diocesani hanno un tempo limitato e dimostra l’infantilismo di chi è a capo. A breve, anche all’interno del clero locale e tra i parroci il velo della narrazione di comodo rischia di cadere definitivamente, lasciando emergere la reale considerazione che c’è per le parrocchie, per i sacerdoti del territorio e per le reali esigenze della comunità salernitana. I nodi, prima o poi, arrivano sempre al pettine. E di tutti questi trionfalismi che ne sarà? Non sarà che cenere su cenere. Ai posteri l’ardua sentenza







