Alberto Cuomo
Scrivo su queste colonne, di solito, mie opinioni su questioni generali usando pertanto la terza persona. Dal momento intendo esporre la mia testimonianza su Vincenzo Giordano, diversa forse dalle abituali litanie, scriverò in prima persona. Quando lo conobbi, nel 1976, Enzo era segretario del Psi ed io neoiscritto. Il primo incontro fu uno scontro, non ricordo più su quale problema, ma il giorno dopo entrambi comprendemmo di essere in buona fede e iniziò una stima reciproca. Negli articoli sulla sua persona si rileva spesso il sostegno di Conte, senza dire del debito contratto da quest’ultimo nei suoi confronti o il fatto che man mano Giordano cresceva nel giudizio dell’opinione pubblica Conte diluiva il proprio appoggio, tanto da contrastarne il progetto più significativo. Nel 1986 Enzo Napoli, assessore all’urbanistica con Giordano sindaco, indisse il convegno “La città possibile” che vide come maggiori relatori in campo architettonico-urbano il preside della facoltà di Architettura di Napoli, Siola, e me, suo competitor alla carica e direttore dell’Istituto di Progettazione Architettonica e Ambientale, entrambi fautori del Piano/Progetto, ovvero di una pianificazione che adoperasse progetti reali e non numeri (di aree, volume etc.) così come avevano teorizzato Gregotti e Secchi, copiati poi malamente da Bohigas attraverso la locuzione AAPU (gli spagnoli non avevano cultura urbanistica e imparavano da riviste e libri italiani). Dopo il convegno ci incontrammo io Bonavitacola e Enzo Napoli, che ci aveva invitato a casa, convenendo tutti che l’unico strumento legislativo per realizzare un Piano-progetto esteso alla città fosse la legge 457 del 1978 dove si prevedevano Piani di Recupero (PdR) per realizzare gli standard mancanti nei quartieri. Ricordo che i governi della DC, con Russo in prima linea, nell’arricchimento dei costruttori, non avevano mai voluto realizzare piani a norma di legge, utilizzando il vecchio Piano di Marconi-Scalpelli-Marano nel 1958 con sole costruzioni residenziali. Giordano accettò la proposta di agire per PdR e in questo senso fu diviso il territorio urbano in quartieri omogenei (una simile divisione era stata determinata qualche anno prima dall’architetto Augusto Cannella, ma non era andata in porto perché mancava il ricorso alla legge e, ritengo, perché fu ostacolato dal suo partito il Pci) affidando ciascun quartiere a gruppi di tecnici nel coinvolgimento di tutti gli studi professionali salernitani, compresi quelli legati alla Dc. Conte intuì che Giordano stava aprendo nuovi spazi politici e boicottò la Manovra urbanistica chiedendo che avesse un comitato di coordinamento in cui inserì, per controllarne gli esiti, i suoi tecnici fidati, Galdi e Amatucci, non esperti di pianificazione, con Giannattasio che si era espresso sui quotidiani locali contro la Manovra, pur essendo fautore del recupero urbano. Io che ero stato uno dei tre ideatori fui trombato da Conte (rientrai poi tra i progettisti per il Centro Storico mentre l’architetto Mario Dell’Acqua, pure nominato nel gruppo non accettò l’incarico). Il necessario corollario della Manovra era la non edificabilità in città di ogni area, sino all’approvazione dei Piani di Recupero che, pur agendo limitatamente ai quartieri, insieme avrebbero disegnato il nuovo Piano/Progetto. Intanto nel 1990 i socialisti si erano riconfermati al Comune con una percentuale superiore alla Dc rafforzando la giunta di sinistra che dialogava con Del Mese per dargli maggiore spazio, nella corrente di Base, oltre Gaspare Russo. Napoli e Bonavitacola persero l’assessorato andato, per l’urbanistica, al repubblicano Cappuccio e, per i Lavori pubblici, a De Luca. Giordano, con molto coraggio prima delle elezioni, nell’89, aveva varato la storica Delibera 71 di blocco delle costruzioni, detta infatti “a crescita zero”, in una parola d’ordine dei più importanti urbanisti del paese contrari all’espansione, come sarà, in forma perversa per Bohigas (“costruire nel costruito” sino a 360mila vani, sic!). La cosa infastidì i costruttori sì che Conte, De Luca e Del Mese, estranei all’idea e alla sua realizzazione, boicottarono l’intera Manova e, a mio parere, su consiglio degli architetti Spirito e Lambiase, pensarono a Bohigas, richiedendo al sindaco gentiluomo, non prima di una telefonata tra il ministro e l’architetto spagnolo, entrambi socialisti, di utilizzare il nuovo assessore Cappuccio, per incaricare il catalano di un nuovo Piano mentre era in corso la sua redazione mediante la Manovra (è un mio vanto, avere partecipato a due momenti storici per la cultura urbanistica salernitana: l’ideazione della Manovra e il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale redatto in 4 mesi e di esempio nazionale, mentre l’assessore provinciale Lambiase in 10 anni, affiancato da uno dei migliori urbanisti italiani, Sandro Dal Piaz, non era riuscito a fare niente non volendo opporsi a De Luca, sebbene ora lo contesti – il Ptcp avrebbe bloccato il puc deuchiano per 360mila abitanti su cui Sandro era molto perplesso. E, come Lambiase, in molti sembrano avere oggi poca memoria. A proposito dell’urbanistica Enzo Napoli e Ferdinando Cappuccio sono di recente intervenuti presso il Rotary raccontando le loro esperienze senza dire alcun retroscena: perché il primo fu sostituito dall’altro? Eliminare Giordano divenuto sindaco della gente era, secondo me, necessario non solo per De Luca, quanto anche per Conte e la Dc, laddove la magistratura fu il grimaldello perché avvenisse. In questo senso, non a caso, Giordano stabilì che alla sua morte l’orazione funebre laica fosse affidata a Bonavitacola affiancato da Amatruda e non a Conte o De Luca.





