La denunzia alla Procura di Chechile per i debiti decennali del Grand Hotel ha una sorprendente coincidenza con l’acquisizione degli atti al Comune dei carteggi sulla vendita dei suoli comunali, a Foce Irno, alla figlia proprio di Chechile. E’ vero, De Luca aveva preannunciato la denunzia oltre un mese fa, dando una sorta di preavviso di sfratto. Ma 8 milioni di euro era difficile che Chechile li trovasse in trenta giorni. Scontato quindi il prosieguo. E allora, che senso ha il tutto? Che Chechile fosse inadempiente lo si sapeva da oltre dieci anni, e De Luca mai aveva parlato (e meno che mai agito seriamente, né lui né l’Amministrazione degli ultimi dieci anni). Anche i più sprovveduti si stanno chiedendo, allora, quale legame ci sia tra le due faccende, Grand Hotel e Foce Irno. Su quest’ultima De Luca continua, significativamente, a tacere. Ma chi non tace, e non tacerà, è il Comitato dei 180 firmatari dell’esposto presentato in Procura oltre 1 anno e mezzo fa, esposto che denunciava la falsità dell’atto notarile di vendita del suolo di Foce Irno. Giungono voci sulle prossime mosse che il Comitato certamente farà alla ripresa dell’attività giudiziaria, a settembre. La prima sarà, verosimilmente, quella di tornare alla carica per avere notizia dell’esposto: in primis, il numero del fascicolo nato dalla denunzia. In secundis il nome del magistrato assegnatario. Terza domanda al Pubblico Ministero: quale è lo stato delle indagini? Il diritto della persona offesa dal reato ad apprendere notizie sullo stato delle indagini è sancito solennemente dall’art. 335 c.p.p. al comma 3 ter che recita testualmente “senza pregiudizio del segreto investigativo, decorsi sei mesi dalla data della presentazione della denunzia la persona offesa dal reato può chiedere di essere informata dall’autorità che ha in carico il procedimento circa lo stato del medesimo”. Quindi, poiché bisogna motivare l’eventuale rifiuto per necessità di tutela del segreto investigativo (come casi di reati violenti o di mafia), non è ipotizzabile il rifiuto di informazioni ai denunzianti. E’ un processo tutto documentale, e i denunzianti hanno già in mano i documenti, pubblici peraltro. C’è da aggiungere, ancora una volta, che in questo reato denunziato la persona offesa, legittimata alla richiesta di informazioni, sono anche i denunzianti. Che lamentano un falso in atto pubblico, reato grave, che è plurioffensivo, cioè non solo della pubblica fede, che è soggetto astratto, ma anche dei singoli danneggiati dal reato. Lo ha ribadito la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 2007 (è l’unica, per cui i PM possono facilmente trovarla). Dunque, tra poco la questione si riapre. Difficile pensare che dalla Procura arriverà un nuovo rifiuto di notizie. Troppe le conseguenze giuridiche di un rifiuto immotivato. Ma, giungono sempre voci, i denunzianti stanno diventando agguerriti. Presto daranno mandato ufficiale a un difensore. La cosa si complicherà così per tutti coloro che hanno interesse a mettere in ombra la faccenda. Perché il difensore, si fa sapere, con tutta probabilità eserciterà il diritto, previsto dal codice, di avvio delle indagini difensive (art. 391 bis c.p.p.).Si tratta del processo parallelo che l’avvocato può condurre accanto a quello del PM. Insomma, se il PM fa poco e niente, ci pensa l’avvocato a raccogliere le prove per tutelare le persone offese. E lì verrà il bello, perché il PM poco capace farà bruttissima figura, gettando nel disdoro il suo ufficio. Stiamo per assistere a qualcosa di straordinario: una battaglia civile per sopperire alla mosciaggine della investigazione ufficiale. Una battaglia contro il cemento abusivo, che è quello che per primo arroventa le nostre città nel cambiamento climatico in cui siamo precipitati. Non verde pubblico, come era previsto per Foce Irno, ma cemento voluto dall’Amministrazione con un reato grave alla base. Comprensibile quindi la preoccupazione di De Luca: distogliere l’attenzione, passando per paladino del Comune contro il perfido Chechile. Non gli riuscirà!








