Dal Cilento a Pechino, la storia di Diego Fortunato - Le Cronache
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Dal Cilento a Pechino, la storia di Diego Fortunato

Dal Cilento a Pechino, la storia di Diego Fortunato

Tenore, musicista dell’Ensemble Carlo Gesualdo, docente, Diego Raphael Fortunato è apprezzato in concerto in Italia e all’estero, presente in festival di musica classica internazionali come il Festival dell’Opera Buffa di Beijing organizzato da Mephisto opera Company del grande regista cinese Li Wei. Collaboratore e cantante del maestro Roberto De Simone e del grande Ennio Morricone, oggi da Castellabate è partito per una nuova tournée cinese ospite del distretto del Dongcheng, importante organizzazione governativa che gestisce con la soprintendenza La Città Proibita di Pechino e parte della Grande Muraglia. Ha inoltre tenuto una conferenza concerto presso il teatro del primo centro culturale con il tema delle origini del melodramma e dello stile di canto italiano. Accanto a lui il maestro Li Wei. Dal 2015, Fortunato organizza a Capaccio Paestum una masterclass di perfezionamento della tecnica vocale e dell’interpretazione operistica in collaborazione con artisti lirici di fama internazionale e con la Mephisto Opera.

Maestro, quanto sono importanti i rapporti con l’Italia da parte della Cina?

“La Cina oggi rappresenta per noi italiani un partner importantissimo specie negli scambi culturali. Basti pensare che un’alta percentuale di studenti di Conservatorio italiani, non solo di canto ma di tutti gli strumenti, provengono dalla Cina. Molto spesso giungono a noi con un titolo musicale già conseguito. Questo significa che per gli studenti cinesi il titolo italiano ha un grande prestigio, il perfezionamento della tecnica e dello stile italiano una necessità”.

Il Covid dunque non ha allentato i rapporti?

“Direi che li ha soltanto rallentati. La Cina si avvia ad essere la prima potenza mondiale. Si prevedeva il raggiungimento di questo obiettivo per il 2050, ma credo stiano anticipando i tempi. Malgrado ciò la Cina mantiene una sorta di chiusura. Oggi risulta difficile essere ospite, ad esempio per le orchestre, nei festival e nei teatri cinesi”.

Il maestro David Li Wei è ospite del Cilento da molti anni. Qual è lo scopo principale dell’organizzazione delle masterclass a Capaccio Paestum?

“Il maestro David è docente universitario di regia e Arte scenica. Ha fondato il dipartimento dell’Opera lirica presso l’Università di Pechino ed è professore ospite in altre tre Università. Ritiene l’esperienza italiana per gli studenti molto formativa, non solo per lo studio della tecnica vocale, ma anche per comprendere in modo più approfondito la cultura e in special modo la lingua italiana. Il melodramma oggi rappresenta l’unico canale reale di diffusione della nostra lingua nel mondo. Luca Serianni, glottologo e accademico della Crusca ha più volte asserito nei suoi studi che la lingua italiana è appresa dagli stranieri attraverso l’Opera lirica”.

Tra l’altro l’opera lirica ha raggiunto ultimamente un traguardo importante…

“Certamente. Dal 2023 la pratica del canto lirico italiano è divenuta patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco. Questo conferimento responsabilizza tutti i musicisti, i cantanti e gli intellettuali italiani e le istituzioni musicali a tutelare e custodire l’arte e la tradizione del canto lirico”.

Anche dai registi?

“Sì. Essere innovativi non deve significare ignorare il compositore e il poeta e far storcere il naso a tutti coloro che amano l’opera da sempre. Amare l’opera non significa per forza essere melomani. Questo riguarda anche chi si approccia a vivere l’esperienza dell’opera per la prima volta”.

Queste regie moderne nate con l’idea di “svecchiare” l’opera hanno davvero contribuito ad allevare un nuovo pubblico di giovani?

“La domanda è aperta”.

Potremmo dunque sintetizzare con il verso della celebre canzone di Bertoli “un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”?

“Esatto”.

Quindi dalle Sue parole si desume che il rapporto con la musica d’arte da parte dei giovani è conflittuale…

“Questa è una domanda molto complessa. Risponderei dicendo che alla formazione musicale sia di un musicista sia di un ascoltatore contribuiscono molti fattori, educativi, sociali e culturali. Essere docente mi consente di avere un’idea più precisa dei fenomeni giovanili legati soprattutto all’ascolto della musica”.
Quando parliamo di musica a scuola nei nostri ricordi appare sempre quell’ora molto ricreativa fatta di flauti dolci, metallofoni e recite natalizie”.

Nel 2024 è ancora così?

“Robert Francés pubblicò un interessante saggio, La Perception de la musique. Lo studioso asseriva che l’ascolto guidato e organizzato della musica, oggi diremmo del Monumento sonoro in quanto la musica d’arte è paragonabile ad un’ opera figurativa che si sviluppa nel tempo, ordina in maniera strutturale tutte le nostre percezioni fino ai 12/13 anni di vita. Questo è un concetto antico che Francès sperimenta negli anni 50, ma che affonda le radici nella Grecia del V secolo a. C. quando la musica ed il teatro erano fondamento per la formazione di ogni individuo”.

Con questa affermazione, generi con il rap o il trap assumono un’altra connotazione…

“Non solo artistico, soprattutto educativo, in quanto ritengo forzato inserirli in sottospecie di generi musicali dove vi è una totale assenza di suono e la presenza solo di una ritmica basata su testi che inneggiano alle droghe e spesso alla violenza di genere. Per questo non trovo nulla di edificante ed educativo, eppure i nostri ragazzi ascoltano quasi esclusivamente questo tipo di brani”.

Cosa può fare la scuola?

“La scuola, specie gli Istituti ad indirizzo musicale e i Licei musicali, fa già tanto, da tempo e quotidianamente. Credo che il nostro territorio rappresenti un buon esempio da imitare e questo grazie all’incessante lavoro dei dirigenti scolastici e di un personale docente che vivono e fanno vivere la musica a 360 gradi. Certo si può fare sempre di più, come ad esempio inserire nell’ordinamento scolastico l’insegnamento del canto già dall’infanzia con laboratori di canto corale. Queste sono iniziative da avviare in ambito ministeriale. Il MIM da questo punto di vista dovrebbe prendere a modello le istituzioni scolastiche dell’Europa dell’Est. Il canto e gli strumenti d’orchestra sono insegnati già ai bambini di 4 anni. La musica fa emergere la parte migliore di noi stessi. Puntiamo ad avere dei bravi musicisti, ma soprattutto degli ottimi ascoltatori”.

Quanto è importante valorizzare la vocalità?

“Scoprire la propria vocalità, significa conoscere se stessi. La voce è ritenuta da migliaia di anni un veicolo espressivo, che mette a nudo il carattere e lo spirito di ogni individuo. Impostare le voci bianche e formarne un coro è il passepartout tra l’espediente tecnico e una rinnovata spiritualità”.

Spiritualità? Siamo al trascendente?

“Formare le voci nell’età dell’infanzia, voci effimere per la loro breve durata, significa trasmettere ai cuori di chi canta e di chi ascolta la sensazione di portare in terra un pezzetto di Paradiso. Questo è il miracolo della musica”.