di Erika Noschese
“Cielo sereno non teme tempesta”. La più celebre frase di Franco Alfieri non è stata soltanto la sua condanna mediatica e politica, ma è diventata, col senno di poi, il simbolo di una stagione che ha travolto un’intera comunità. Un territorio che continua a essere mortificato da una politica politicante, troppo spesso attenta agli equilibri, alle convenienze e alla sopravvivenza dei singoli più che agli interessi di una città che meriterebbe riscatto, orgoglio e dignità. Il 4 ottobre 2024 non è soltanto la data che ha segnato una brusca battuta d’arresto nella carriera politica di Franco Alfieri. Per Capaccio Paestum potrebbe rappresentare anche l’inizio di una lunga fase di decadenza e instabilità. Una città che ha forse la sola colpa di aver affidato le proprie sorti a chi la politica la legge, la vive e la interpreta secondo una visione personale del potere e dell’amministrazione. Prima di arrivare nella città dei Templi, Alfieri è stato sindaco di Torchiara, poi di Agropoli e, infine, di Capaccio Paestum. Un percorso politico lungo e caratterizzato da un consenso costruito negli anni. Ma esiste un confine, talvolta sottile, tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Ed è proprio attorno a quel confine che oggi si muovono le vicende giudiziarie che lo riguardano, vicende che dovranno naturalmente essere accertate nelle sedi competenti. Resta, tuttavia, la fotografia politica di un sistema che, per anni, ha concentrato attorno a una sola figura una quantità enorme di potere, consenso e capacità decisionale. Alfieri non si dimise immediatamente. Dopo il suo arresto, tutto rimase appeso a un filo fino a febbraio, quando rassegnò le dimissioni da primo cittadino, decadendo di conseguenza anche dalla presidenza della Provincia. E pensare che Capaccio Paestum lo aveva scelto appena pochi mesi prima. Il voto, poi l’arresto, quindi le dimissioni, il commissariamento e il ritorno alle urne. Una successione di eventi che ha inevitabilmente tenuto in stallo una città, tra progetti da completare, opere da realizzare e un futuro amministrativo continuamente sospeso. Poco più di un anno fa è arrivato il secondo, attesissimo appuntamento elettorale per i capaccesi. La vittoria schiacciante di Gaetano Paolino avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una nuova stagione. Il punto di rottura con il passato. L’occasione per restituire stabilità e credibilità a una città ferita. E invece anche quella promessa si è progressivamente sgretolata. Paolino, sindaco senza una precisa e riconoscibile identità politica, ha scelto fin dall’inizio di tenere tutti dentro, nel tentativo di costruire e conservare una maggioranza il più possibile ampia. Una strategia che, però, ha finito per produrre l’effetto opposto: tensioni, contrapposizioni, malumori e una continua trattativa interna. Amato da alcuni, contestato da altri, stretto tra pressioni politiche e rivendicazioni di gruppi e consiglieri, ha tentato di accontentare tutti. Ma amministrare non significa semplicemente sommare consensi e distribuire ruoli. La Paistom è stata forse il più evidente biglietto da visita di un’amministrazione nata sotto una cattiva stella e cresciuta nel solco di un’incoerenza che non ha restituito dignità né alla città, né ai cittadini, né alle forze politiche che avevano scelto di sostenere Paolino, né a quelle che lo avevano contestato. E forse occorre dirlo con chiarezza: bene ha fatto il presidente del Consiglio comunale, Angelo Quaglia, a imporsi e a rivendicare pubblicamente la propria posizione, anche a costo di mettere in discussione il ruolo conquistato sul campo. Perché la politica non può essere ridotta al silenzio imposto a chi osa dissentire. L’ormai ex sindaco aveva scelto una giunta tecnica, dichiarando di voler tenere la politica fuori dalla gestione amministrativa. Ma lo ha fatto a modo suo. Perché proprio da quella politica che intendeva limitare ha finito, secondo una dinamica ormai evidente, per accettare indicazioni, rapporti di forza e interlocuzioni nella scelta di amministratori e incarichi. Poi, però, ha preteso di gestire tutto in piena autonomia. Un equilibrio impossibile da reggere. E infatti è fallito. E no, non è soltanto un giudizio politico. È il racconto plastico di una realtà che si è consumata giorno dopo giorno fino all’epilogo. Il vero fallimento di Paolino, infatti, si è materializzato nei giorni scorsi, quando una parte decisiva della sua maggioranza ha scelto, sotto richiesta del sindaco, di non presentarsi in Consiglio comunale. Sul tavolo c’erano punti fondamentali, a partire dall’assestamento di bilancio. E l’assenza della consigliera Volpe, avrebbe potuto determinare per la seconda volta la mancata approvazione di un provvedimento essenziale. Una vita amministrativa perennemente in bilico. Esattamente come lo è stata Capaccio Paestum negli ultimi due anni. È giusto ricordarlo: a non presentarsi sono stati Gaetano Paolino, Luca Sabatella, Luigi Delli Priscoli, Mimmo De Riso, Marianna Ruggiero, Carmine Caramante – eletto con Fratelli d’Italia e successivamente passato al gruppo Misto – e Fernando Maria Mucciolo, espressione di Fratelli d’Italia. Ma non era questo il mandato che la comunità aveva affidato loro. I cittadini non li hanno scelti come propri rappresentanti perché restassero aggrappati a una maggioranza ormai incapace di garantire stabilità. Non li hanno eletti per difendere una poltrona o per alimentare strategie di sopravvivenza politica. Li hanno mandati in Comune per amministrare, assumersi responsabilità e perseguire l’interesse collettivo. E se oggi Capaccio Paestum può tornare a respirare, paradossalmente, è grazie alle dimissioni dei consiglieri di opposizione e di quei dissidenti che hanno, coraggiosamente, preso le distanze da una maggioranza che non sentivano più appartenere alla loro visione. Una scelta drastica, certamente. Ma probabilmente l’unica capace di porre fine a un’agonia amministrativa che rischiava di protrarsi ancora a lungo. Perché una città non può continuare a vivere sospesa tra un passato che non riesce a lasciarsi alle spalle e un presente incapace di costruire il futuro. Capaccio Paestum ha già pagato abbastanza il prezzo delle ambizioni personali, degli equilibri di potere e delle maggioranze costruite per sopravvivere. Ora non servono nuovi salvatori della patria né coalizioni assemblate per vincere: servono responsabilità, coerenza e, soprattutto, una politica che torni finalmente a ricordarsi per chi dovrebbe esistere. Per i cittadini. Non per se stessa.








